Salvini, Meloni, Zingaretti e il minuetto dei candidati sindaco

Gianluca De Rosa

In comune si squaglia FI, la Lega teme di vincere e il Pd propone terze file. La verità è che nessuno vuole andare in Campidoglio

Inizialmente furono in pochi. Poi, dopo il risultato strabordante delle europee, nei municipi è avvenuto un cambio di casacca di massa. Adesso, con Forza Italia in fase sempre più calante, anche i più insospettabili hanno fatto la loro scelta: passiamo alla Lega, si va con Matteo Salvini. Davide Bordoni, Laura Cartaginese, Fabio e Stefano De Lillo. Quattro nomi, quattro storie importanti per gli azzurri della Capitale. Bordoni addirittura coordinatore cittadino e capogruppo in Campidoglio. Il suo addio ha un valore simbolico: dopo 22 anni, dal 1997, in Aula Giulio Cesare non ci sarà più neppure un esponente di Forza Italia. Mentre Cartaginese che siede in consiglio regionale lascia un gruppo ormai cannibalizzato, già da Fratelli d'Italia. Curiosità: proprio l’ex consigliera forzista si dice sia stata corteggiata a lungo anche da Italia Viva, ma alla fine, tra i due Mattei, ha avuto la meglio Salvini. La notizia del passaggio alla Lega dei quattro, comunque, è ancora ufficiosa, ma assolutamente accertata, confermata dagli stessi interessati che ieri avrebbero dovuto partecipare alla Camera dei Deputati a una conferenza stampa con i leader del Carroccio, saltata all’ultimo per impegni organizzativi in vista delle prossime regionale. “Solo rinviato, si farà settimana prossima”, assicurano. Come Bordoni e Cartaginese, seppur non eletti, i fratelli De Lillo hanno una storia nel centrodestra capitolino.

 

Tutti comunque saranno funzionali alle mire leghista sulla Regione Lazio dove, non è un mistero, Claudio Durigon vorrebbe sedersi un giorno come governatore. Un’ambizione molto meno rumorosa, ma anche molto più seria di quella esibita in questi mesi da Matteo Salvini nei confronti del comune di Roma. Nelle sue incursioni tra la monezza fuori dagli impianti Ama, a Ostia nel quartiere degli Spada, per i mercati rionali, tra gli alloggi popolari fatiscenti e nelle stazioni metro che non funzionano. Un turista degli orrori che non promette nulla, ma critica un bersaglio fin troppo facile, ormai abbandonato persino dai suoi: Virginia Raggi. La sindaca che, Salvini ha deciso (o meglio ha capito), è il punto debole, almeno mediatico, del M5s. E ancor di più. È un ottimo tasto per incrinare l’asse rossogiallo del nuovo governo Conte. Anche perché, se uno dei nemici di Virginia Raggi è Salvini, l’altro è il presidente della Regione Lazio e, coincidenza, segretario del Pd, Nicola Zingaretti. Sui rifiuti, esempio massimo, tra i due sta accadendo il patatrac. Con un commissariamento minacciato da parte di Zingaretti, ma mai avvenuto (nonostante le minacce di ricorso grilline). Gli effetti quando, e se davvero accadrà, potrebbero essere imprevedibili.

 

Tolta la rappresentazione, comunque, a Salvini di Roma in realtà interessa poco o nulla. Lo dicono persino i suoi, a mezza voce. La Capitale, in verità, non la vuole proprio nessuno. A destra tutti criticano Raggi, propongono (nei sondaggi d’altronde sono in vantaggio) ma nessuno si lancia. “Mi candido”. Salvini domenica lo ha fatto quasi per gioco: “Farei cambio con Virginia Raggi domani mattina”, ha detto. E con il Foglio, Giorgia Meloni, lunedì, ha colto la palla al balzo. “Non sarebbe male, Salvini dovrebbe candidarsi sindaco di Roma”. In fondo, era proprio il leader del Carroccio che ogni volta che voleva stuzzicarla la proponeva per palazzo Senatorio. Senza poteri speciali o fondi in più d’ogni sorta che Fratelli d’Italia in Parlamento ha più volte cercato di inserire in leggi di bilancio e decreti più disparati ma ricevendo sempre il voto contrario della Lega.

 

Se c’è una cosa certa, infatti, è proprio questa: il candidato sindaco del centrodestra non sarà un esponente del Carroccio. Quasi certamente verrà dalle file del partito della Meloni. Ma anche da quelle parti non sarà facile trovarlo. Si tratta di una sfida, governare Roma, da far tremare le vene e i polsi a chiunque. Come dimostra il fatto che né a destra, ma neanche a sinistra ci siano candidati papabili. Nel totonomi che ogni tanto rispunta circolano solo seconde linee o nomi importanti, come Carlo Calenda, per il centrosinistra o Fabio Rampelli per Fratelli d’Italia, che però subito si sfilano. A desiderare palazzo Senatorio davvero per ora sembrano solo l’attuale inquilina, la sindaca Virginia Raggi (che il M5s però non vorrebbe ricandidare, al punto che la prima cittadina valuta di presentarsi con una lista civica), e il consigliere di Sinistra italiana e deputato di Leu Stefano Fassina che tenterà probabilmente per la seconda volta una candidatura difficilmente vincente. E pensare che per Roma, che nel 2020 celebrerà i 150 anni da Capitale d’Italia, servirebbero le migliori teste e i più appassionati cuori per dare una scossa che la muova finalmente da un torpore di degrado e decadenza sempre più insopportabile.

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