(Foto di Lapresse) 

L'asse italoamericana

Il successo dell'incontro tra Draghi e Biden offre carburante al partito della resa

Claudio Cerasa

Non è tutta colpa della Nato (e dell'America) se la guerra è ancora qui tra noi. Come combattere i nuovi nemici interni dell’occidente

All’indomani dell’incontro tra Joe Biden e Mario Draghi, l’impressione che se ne ricava è che il vero problema politico che dovrà affrontare con urgenza il presidente del Consiglio al suo ritorno in Italia ha a che fare con il successo stesso della sua missione a Washington: il formidabile allineamento che esiste oggi tra il paese guidato da Draghi e il paese guidato da Biden. Il problema interno di Draghi, se così si può definire, è legato a un tema che negli ultimi giorni si è andato a manifestare con una certa frequenza tanto nel mondo politico quanto in quello imprenditoriale e ovviamente giornalistico. Un tema che grosso modo coincide con una tesi così strutturata: la guerra in Ucraina potrà finire solo quando il maledetto occidente rinuncerà alla folle idea di voler vincere la guerra contro Putin. I sostenitori di questa tesi appartengono a un fronte trasversale che si muove in modo compatto con un obiettivo ormai esplicito e condiviso.

  

Primo: dimostrare che quella combattuta dal presidente Zelensky è una guerra per procura, combattuta cioè non grazie al sostegno degli americani ma al posto degli americani.

  

Secondo: dimostrare che in questa guerra per procura il ruolo degli europei è quello dei servi sciocchi di Biden, servi incapaci cioè di rendersi conto che quella combattuta dagli ucraini al posto degli americani è una guerra che va inevitabilmente contro gli interessi degli europei.

  

Terzo: dimostrare che i fantomatici utili idioti di Biden sono infinitamente più pericolosi degli utili idioti di Putin.

  

Da questo punto di vista, l’allineamento perfetto che esiste tra gli Stati Uniti d’America, rappresentati naturalmente da Biden, e gli Stati Uniti d’Europa, rappresentati ieri alla Casa Bianca dall’Italia di Mario Draghi, un allineamento relativo al ruolo della Nato nella guerra contro Putin, relativo al dovere dell’occidente di non retrocedere sulle sanzioni alla Russia, relativo al valore della resistenza dell’Ucraina nella lotta contro i nemici della democrazia liberale, relativo alla grande opportunità che ha l’Italia nell’essere un paese chiave all’interno delle nuove rotte dell’approvvigionamento energetico dell’Europa, è un allineamento che diventa difficile da accettare se si sceglie di seguire una linea assecondata negli ultimi giorni da un pezzo non irrilevante dalla classe dirigente italiana: la manipolazione sistematica della realtà per inchiodare l’occidente alle sue responsabilità nella guerra in corso. E così succede che molti politici (non solo Salvini) e molti giornali italiani (praticamente tutti) scelgano di deformare il pensiero di Emmanuel Macron arrivando a sostenere che il presidente francese due giorni fa nel suo discorso a Strasburgo abbia detto che per arrivare alla pace “non si può umiliare Putin” lasciando intendere che ci sia qualcuno che in occidente voglia umiliare Putin (fino a due mesi fa, lo ricorderete, l’errore dell’occidente era quello di voler aiutare l’Ucraina a resistere contro un nemico invincibile, oggi l’errore dell’occidente è quello di voler infierire su un nemico diventato improvvisamente vulnerabile) e lasciando intendere che la Francia voglia disallinearsi dagli alleati della Nato. (Frase esatta di Macron: “Quando la pace tornerà sul suolo europeo dovremo costruire nuovi equilibri di sicurezza e non dovremo cedere né alla tentazione dell’umiliazione né allo spirito di vendetta”).

Succede questo ma succede molto altro. Succede che, come hanno ricordato ieri sul Foglio Adriano Sofri e Luciano Capone, la stragrande maggioranza dei giornali e dei politici italiani abbia stravolto in sequenza anche altri discorsi, arrivando a sostenere che Volodymyr Zelensky si sia detto disponibile a cedere la Crimea (cosa mai successa) e che contestualmente il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg abbia detto in riferimento a una frase mai pronunciata da Zelensky che la Nato mai avrebbe accettato l’annessione della Crimea alla Russia (cosa che a sua volta Stoltenberg non ha mai detto). Un tempo, i manipolatori della realtà rimproverano all’occidente di aver spinto Putin ad aggredire l’Ucraina (“è tutta colpa della Nato”). Oggi i manipolatori della cronaca tendono a curvare la realtà nella stessa direzione, provando a sostenere che sia tutta colpa della Nato (e di Biden) se la guerra è ancora qui tra noi.

  

L’allineamento mostrato ieri da Draghi con Biden è il simbolo di un allineamento più grande che riguarda la simmetria che esiste oggi nella difesa delle democrazie liberali tra europeismo e atlantismo. Ma il paradosso di fronte al quale si trova oggi Draghi è che la classe dirigente italiana (non solo Carlo De Benedetti) quell’allineamento lo osserva sempre con più sospetto. E più l’occidente aiuterà l’Ucraina a resistere all’aggressione di un dittatore sanguinario e più gli atlantisti europeisti si ritroveranno a fare i conti con un nuovo e insidioso nemico. Un nemico che fuori e dentro il Parlamento proverà a mettere sotto processo l’occidente accusandolo di non volere la pace, di voler umiliare Putin, di voler vincere la guerra e di non voler spingere Zelensky a offrire ciò che i nuovi utili e sofisticatissimi idioti del putinismo considerano necessario per porre fine alle ostilità: la resa incondizionata. In questo senso, il partito della resa rischia di essere l’ultimo serbatoio del populismo futuro.

  

E la caratteristica del nuovo populismo potrebbe essere quella di avere con sé un pezzo importante della classe dirigente desideroso di manipolare la realtà per scaricare sull’occidente colpe che non ha e per allontanare una verità che il partito della resa ha scelto di rimuovere: l’aggressione di Putin all’Ucraina non nasce a causa di ciò che l’occidente ha fatto con l’Ucraina, ma nasce a causa di ciò che l’occidente non ha fatto per impedire a Putin di ripetere ciò che aveva già provato a fare nel 2014 ai tempi della Crimea. La propaganda più pericolosa per l’occidente, rispetto al futuro dell’Ucraina, oggi non arriva dai media russi, ma arriva da tutti i media occidentali incapaci di smascherare le menzogne offerte ogni giorno dal partito della resa e desiderosi di trasformare la resistenza dell’Ucraina in una provocazione contro Putin. Anche basta, grazie. 

Di più su questi argomenti:
  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.