Come si diventa sardine

David Allegranti

Riempiono le piazze a Bologna e Modena ma non a Ferrara, o non ancora. Perché qui la Lega è già al comando e il grido “altrimenti vince Salvini” non riesce a mobilitare l’elettorato di sinistra. Viaggio nella città contrarian della regione rossa in gennaio alla prova del voto

Ferrara. “Bologna non si Lega”, “Modena non si Lega”, dicono le “sardine” che hanno riempito piazza Maggiore e piazza Grande e non vogliono con sé né bandiere né simboli di partito. Ferrara invece s’è legata benissimo. Prima nel 2018, alle elezioni politiche, dove una leghista sconosciuta – Maura Tomasi – ha battuto il super rodato Dario Franceschini 39,66 per cento a 29,15. Quello stesso Franceschini che l’anno prima era stato fischiato durante una partita della Spal. Episodio che in città viene spesso menzionato: quella volta che il principe di Ferrara fu spernacchiato. Poi, pochi mesi fa, la Lega ha vinto anche le comunali. Pure qui numeri e confronti storici aiutano a capire, ma non dicono tutta la vicenda. I numeri sono una dittatura, come l’amore degli Zen Circus; li usa il governatore uscente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini con il nuovo look da hipster per spiegare che l’economia va bene, il pil tira di brutto, la disoccupazione è diminuita e quindi non si capisce proprio perché la popolazione dovrebbe scegliere l’avversaria Lucia Borgonzoni. “Se il consenso dipendesse dagli indicatori di efficienza razionali, l’Emilia-Romagna, confrontata col resto del paese, dovrebbe restare nelle mani dei suoi ‘grandi mediatori’, ormai secolarizzati e immunizzati dai residui ideologici d’antan: servizi sanitari di qualità, scuole attrattive (nonostante il calo demografico), un welfare ancora generoso grazie alle risorse regionali e municipali, elevata qualità della vita”, scrive il professor Roberto Balzani, storico, avversario di Bonaccini alle primarie del 2014, in un articolo sulle prossime elezioni regionali uscito sull’ultimo numero della rivista il Mulino. La realtà però è più complessa di una piazza piena a Bologna o di un indicatore economico regionale favorevole. “L’anarchia la trovi dentro ogni emozione”, cantano appunto gli Zen. Ci sono i sentimenti di rabbia, la percezione di un’aggressione, c’è l’occupazione degli spazi da parte della Lega. I leghisti di Ferrara lo sanno bene. “Hanno fatto campagna elettorale andando ovunque, pure nei bar”, dice al Foglio Irene Bregola, ex consigliera comunale di Rifondazione comunista e candidata di Leu alla Camera alle politiche del 2018, seduta in una sala da tè del centro. L’attuale vicesindaco, Nicola “Naomo” Lodi, di professione barbiere, consigliere più votato con 1.200 preferenze, noto alle cronache per le sue magliette con la scritta “Più rum, meno rom” e i suoi video anti migranti (che chiama “diversamente bianchi”), in campagna elettorale era ovunque. Fisicamente e su Facebook, dove per mesi ha martellato contro degrado e spaccio. O meglio, per anni. Le cronache ricordano quando nel 2016 il leghista Lodi si fiondò a Gorino, minuscola frazione di Goro, altrettanto minuscolo comune della provincia ferrarese (3.679 abitanti) per le note barricate contro 12 migranti. Di recente c’è stato un caso analogo, in seguito alla diffusione della notizia di un imminente arrivo di 35 migranti a Ravalle, frazione di Ferrara di 300 abitanti attaccata al comune di Bondeno. I residenti hanno protestato e in questo caso anche il Pd si è unito alle lamentazioni. “Ravalle è una comunità troppo piccola per sopportare un peso che le verrebbe buttato addosso in modo così improvviso”, ha scritto il segretario e consigliere del Pd a Bondeno, Tommaso Corradi. “La frazione è troppo piccola, è senza servizi e senza capacità integrative”, dice Corradi al Foglio. “Sembra che si parli di questi 35 migranti come oggetti da mettere in un deposito e non come persone. Servono reali procedure di integrazione, per questo chiediamo che ci sia sempre di più una statalizzazione dell’accoglienza. Lasciare tutto in mano a privati e cooperative nella maggioranza dei casi è stata una cosa positiva, specie nelle nostre zone, ma in altre realtà e in situazioni di solo lucro, può diventare un terno al lotto. Le persone non possono essere un numerino che arricchisce qualcuno”. E’ un problema per i migranti, spiega Corradi, ma anche per le persone che percepiscono un senso d’insicurezza: “Alla nostra festa de L’Unità, che dura un mese, i nostri elettori ci chiedono più sicurezza e dicono che le persone devono integrarsi”.

 

 

L’attuale vicesindaco, Nicola Lodi, noto per le sue magliette “Più rum, meno rom”, in campagna elettorale era ovunque

A Ferrara c’è un problema di spaccio gestito dalla mafia nigeriana. Gli spacciatori, che nascondono la droga nei contatori di Hera, li vedi in bicicletta per il quartiere Giardino Arianuova Doro, per tutti noto come Gad, specie vicino alla stazione, dove ci sono i due grattacieli stra-raccontati da tv e giornali, quelli con le case di settanta metri quadri svendute a dieci-ventimila euro perché la gente non ci vuole abitare. I residenti hanno formato comitati, i problemi non sono mai stati risolti. Al punto che persino l’agguerrito presidente dell’Associazione Residenti Gad, Giuliano Zanotti, medico, ha dato l’addio al quartiere per trasferirsi altrove. Un paio d’anni fa è arrivato pure l’esercito, spedito dall’ultimo governo di centrosinistra, e a dare l’annuncio fu Franceschini. “Le amministrazioni, anche di centrosinistra, devono farsi carico della percezione o della dis-percezione dei cittadini, che hanno bisogno di sicurezza, sociale e non solo. Per questo c’è bisogno anche di una prossimità fisica nei luoghi del disagio, garantendo dei presidi di natura sociale”, dice Bregola. 

 

“Il centrosinistra non lo ha fatto e ha persino legittimato una certa narrazione della destra, scegliendo soluzioni dal sapore securitario e pertanto sbagliate al problema che, tuttavia, sussiste e va affrontato diversamente”. Ecco, questo senso di prossimità fisica la Lega lo ha garantito. “Il quartiere Gad viene descritto come una sorta di Bronx. Eppure qua c’è di tutto. Ci sono villette con famiglie benestanti ma anche i due famosi grattacieli, che sono diventati negli anni un simulacro stiracchiato da entrambi gli schieramenti. Il centrosinistra ha minimizzato i problemi, la Lega li ha cavalcati”, dice al Foglio Fabio, che lavora alla Factory Grisù, un’ex stazione dei pompieri recuperata e in cui oggi operano una ventina di aziende. “Ferrara è un’isola felice, non c’è mai stato un problema criminalità. Da alcuni anni però c’è un problema in quel quartiere, che poi si è riverberato fino in provincia. A Bondeno le persone parlano di quella zona lì, che è diventata un simbolo, e le persone hanno paura che quella realtà si possa ricostruire nel loro ambiente”, dice al Foglio Corradi, segretario del Pd di Bondeno.

 

Problemi reali sommati alla sottovalutazione del centrosinistra e alla campagna aggressiva della Lega hanno prodotto la vittoria di Alan Fabbri, leghista col codino

Problemi reali sommati alla sottovalutazione del centrosinistra e alla campagna aggressiva della Lega hanno prodotto la vittoria di Alan Fabbri, leghista col codino, che al ballottaggio ha portato la città a destra dopo 74 anni di governo di sinistra. O forse viene da dire che ce l’ha riportata, visto che Ferrara ha fatto in tempo a essere molte cose e, come ha detto una volta lo scrittore Giorgio Bassani, “era una città totalitariamente fascista”.

 

In cinque anni la Lega qui è esplosa. Nel 2014 aveva preso 2.471 voti, il 3,36 per cento, eleggendo un solo consigliere. Nel 2019 quei voti sono diventati 22.093, pari al 30,94 per cento. In mezzo c’è il tracollo del Pd. Cinque anni fa il Pd prendeva 34.464 voti, pari al 46,89 per cento (18 seggi) sull’onda anche del successo del Pd nazionale guidato da Matteo Renzi alle Europee. Quest’anno i voti si sono più che dimezzati: 15.586, pari al 21,82 per cento. Alcuni fattori hanno senz’altro influito sul tracollo. Forse anche la scelta del candidato, Aldo Modonesi, ex assessore ai Lavori pubblici della giunta precedente, quindi in totale continuità, buttato nella mischia a due mesi dal voto. La concorrenza di un’altra candidatura, Roberta Fusari, architetto, ex assessore della giunta precedente, ha pesato: ha preso l’8,6 per cento, pari a 6.500 voti, superando persino il M5s, che ha dovuto anche fronteggiare una scissione. Ma forse il centrodestra avrebbe vinto comunque.

 


Il partito di Salvini è passato dal 3 al 30 per cento negli ultimi cinque anni. In mezzo c’è il tracollo del Pd. L’onda della crisi e l’incapacità della sinistra di domarla


 

“Il nuovo sindaco rappresenta un grosso elemento di novità non solo per la città di Ferrara, ma anche per l’intera provincia. Chi liquida il suo successo associandolo solo a facili movimenti di pancia, al cavalcare paure, commette un grave errore”, dice al Foglio Gian Luigi Zaina, ingegnere, imprenditore tessile, vicepresidente Confindustria Emilia Area Centro, seduto negli uffici di via Montebello. “Fabbri arriva dopo una formazione sul campo, una gavetta umile, bella come quelle che si fanno per vocazione nelle periferie senza riflettori, dove solo la passione o la grande ambizione ti possono portare lontano senza corromperti con le lusinghe del potere. La presenza fisica importante e la tempestività delle sue presenze sul campo, dove i problemi si vivono, con la semplicità di chi ci si mette a disposizione. Da lui ci aspettiamo una voglia di sburocratizzare l’amministrazione pubblica, di renderla snella, che non ci veda come sudditi ma come protagonisti della vita sociale del territorio. Ci aspettiamo che concentri tutte le sue energie, insieme con noi, al rilancio dell’economia della provincia, favorendo l’insediamento di nuove imprese, allo sviluppo di quelle esistenti”. A Ferrara “ha vinto la Lega ma prima di tutto ha vinto il suo sindaco”, dice al Foglio un attento osservatore come Bruno Simili, vicedirettore del Mulino. Fabbri, appunto. Figlio di agricoltori, ingegnere, già sindaco di Bondeno, provincia di Ferrara, che è terra famosa per la sua salama da sugo. Il territorio ferrarese purtroppo è noto anche per le sue difficoltà economiche, ricorda Simili. “Il ferrarese e tutto il Polesine sono una zona povera che ha patito tantissimo e che non è del tutto venuta fuori da una stagione di grandi sofferenze, il ricordo delle alluvioni è ancora vivo. Il consenso delle elezioni comunali arriva da quell’onda lunga”. A Ferrara c’è un problema di povertà, come attestano vari studi, compreso uno sulle condizioni di vita che ogni tre anni viene fatto dal Comune. Con l’indagine attuata nel 1994, si è stimato che la percentuale di povertà fosse del 5,2 per cento delle famiglie ed è rimasta del 5,1 per cento nel 1997, mantenendosi al 5,4 per cento nel 2000, al 5,5 per cento nel 2003 ed al 5,6 per cento nel 2006. Nel 2009, invece, si è osservata una forte crescita: la percentuale di famiglie sotto la soglia di povertà è salita al 9,3 per cento, per poi mantenersi all’8,6 per cento nel 2012. Nel 2015 si registra una percentuale di povertà dell’8,4 per cento, con una diminuzione non statisticamente significativa, diminuzione che diventa invece significativa nel 2018, con il valore osservato di 6,7 per cento. “Per quanto riguarda i singoli individui, l’incidenza di povertà a Ferrara si è mantenuta tra il 4,6 per cento del 1994 e il 4,7 per cento del 2006 con una certa stabilità, per poi nel 2009 salire all’8,3 per cento, al 9,8 per cento nel 2012 e al 10,2 per cento nel 2015. Nel 2018 si osserva una diminuzione al 7,8 per cento. Bisogna tenere in considerazione che a causa dell’aumento nel comune del numero totale di famiglie e della loro sempre più ridotta dimensione (in media 2 componenti per famiglia), alla crescita della quota percentuale di famiglie al di sotto della soglia di povertà, si aggiunge una loro crescita in termini assoluti; le famiglie povere sono cresciute da 2.879 nel 1994 a 6.012 nel 2009, per poi diminuire gradualmente a 4.364 nel 2018. Il numero di individui che vivono in famiglie in condizioni di povertà nel 2015 aveva raggiunto quota 13.454, valore massimo da 6.240 del 1994, e scende a 10.310 nel 2018”.

 

  

 “Il nuovo sindaco rappresenta un grosso elemento di novità non solo per la città di Ferrara, ma anche per l’intera provincia. Chi liquida il suo successo associandolo solo a facili movimenti di pancia, al cavalcare paure, commette un grave errore”

L’onda, appunto, è lunga. Tutti ricordano le vicende della Cassa di Risparmio di Ferrara, liquidata nel 2015, ma è solo l’ultimo caso. “Il tessuto economico ferrarese è storicamente prevalentemente agricolo con una struttura industriale ed economica piuttosto fragile e ancorata a grandi poli industriali come il petrolchimico e il settore della trasformazione dei prodotti primari”, dice Zaina al Foglio. “Nella continua e profonda trasformazione degli ultimi decenni, i sistemi rigidi non si sono evoluti con la rapidità che il mondo richiede e sono seguite in successione diverse crisi importanti, come quelle di Coopcostruttori, Eridania, Carife. Salta il patto, sono scosse le radici del sistema dalle fondamenta. Non si tratta solo di crisi aziendali, ma di veri e propri collassi di sistemi di convivenza e di tenuta sociale e della sconfitta di intere classi dirigenti. Sul fronte dimensionale opposto, una rete di piccole imprese, il più delle volte microaziende terziste e specializzate in settori tradizionali, si ritrovano spiazzate dalle logiche e dalle dimensioni dei mercati globali. La scarsa diffusione di medie aziende non ha garantito quel naturale terreno fertile che detta le condizioni per un continuo ricambio e ringiovanimento imprenditoriale”. Le difficoltà economiche della provincia hanno influito sul voto e quindi sul cambio di giunta? “Certamente”, risponde Zaina. “La sinistra ha governato la provincia per 70 anni ininterrotti, inevitabilmente finendo per fondere politica, amministrazione e spesso anche grande impresa, quella più strettamente dipendente dal sistema pubblico”. Questo, spiega Zaina, “ha fatto cemento, costruito una rete forte, chiusa, anche funzionale per tantissimi anni, solidale, in grado di tenere strette le maglie di una società coesa con un grande spirito di appartenenza, diga invalicabile per le opposizioni che non ha saputo rigenerarsi e proporre nuovi grandi progetti di sviluppo che oggi abbiano impatto reale nell’economia della provincia. L’incompiuto cambio generazionale ha appiattito la storica rappresentanza capillare e popolare finendo per far apparire agli occhi della gente e del mondo produttivo questa classe dirigente come conservatrice e incapace di reagire ai problemi reali, strumento burocratico di puro esercizio del potere, spesso più attento al mantenere i posti di comando a volte anche con l’arroganza del potere di palazzo”. 

 

Il successo di Fabbri arriva anche dal tipo di campagna elettorale leghista, che a Ferrara ha seguito uno schema classico: immigrazione, sicurezza, degrado. “E’ passato il messaggio che ci sia il degrado anche a Ferrara. La giunta uscente si è sempre difesa dicendo ‘guardate, i dati dicono che la criminalità è scesa’. Ma come sappiamo c’è un problema di percezione, che è stato del tutto sottovalutato”, dice Simili al Foglio. Nel quartiere Gad, appunto, dove pure alcune associazioni cercano di mantenere un presidio sociale e di controllo. Come l’Officina Meca, dell’Arci, in viale Cavour. Concerti e, il lunedì, cineforum.

  

 

Cinque anni fa, Fabbri sfidò Stefano Bonaccini alle elezioni regionali del dopo Vasco Errani, le prime senza ballottaggio. Era un momento di sconforto e disillusione per tutti, tant’è che a votare andò meno del 38 per cento degli elettori emiliano-romagnoli. Fabbri perse ma fu eletto in consiglio regionale. Appena è diventato sindaco, tutti si aspettavano che facesse chiudere il festival di Internazionale, nato nel 2007 su impulso dell’allora sindaco, Gaetano Sateriale. Invece no. “Ancora è troppo presto per valutarlo come sindaco di Ferrara”, dice Simili al Foglio, “ma come politico Fabbri sembra saperci fare. E’ stato uno dei primissimi sindaci a proporre la cittadinanza onoraria per Liliana Segre. Mentre a Sarzana la nuova amministrazione ha etichettato il Festival della Mente come radical chic, lui ha detto che il festival di Internazionale è importante per la città e va tenuto”. Non è (solo?) una questione di liberalismo o ampie vedute: il festival porta persone, quindi clienti e consumatori. “I commercianti hanno un peso elettorale enorme e lo avranno sempre più con la gentrificazione delle città e l’espansione degli airbnb. Se vuoi cercare voti non puoi cacciare eventi come questo che portano in città maree di persone”, osserva Simili.

 

Insomma, Fabbri è stato un valore aggiunto. Ma a integrare il ragionamento di Simili sulla leadership, bisogna dire che Salvini è stato ancora più determinante di Fabbri. Osserva l’Istituto Cattaneo in un suo studio: “Se è vero che la Lega ha ottenuto quote di voti mai raggiunte in precedenza, sono altresì veri due fattori. Il primo è che il partito di Salvini è andato decisamente meglio alle europee: 37 per cento contro il 31 per cento delle amministrative; il secondo è che Fabbri ha ottenuto una percentuale più bassa rispetto a quella della somma delle sue liste: un risultato che il leader della Lega di Ferrara non aveva mai raggiunto in tutte le precedenti elezioni a cui ha partecipato (ha ottenuto percentuali più alte delle sue liste sia alle regionali sia nelle due elezioni a sindaco, e persino nel 2015 quando era semplicemente candidato consigliere a Bondeno)”. Queste pur minime tendenze “confermano il ruolo centrale del leader nazionale della Lega, Matteo Salvini, che a oggi è il vero catalizzatore dei consensi su tutto il paese. Nemmeno una personalità nota e politicamente ben rodata come Fabbri ha potuto sovvertire questo assunto”. Lo stesso potrebbe avvenire alle regionali. Non a caso Salvini, sempre presente in Emilia-Romagna da settimane, sembra essersi sostituito alla sua candidata Borgonzoni, ex sottosegretaria alla Cultura del governo felpastellato. Una strategia già sperimentata in Umbria, anche se le differenze con il caso umbro non sono poche.

 

La giunta ferrarese si è divisa i ruoli. Fabbri fa il poliziotto buono, Lodi il braccio armato. A fine agosto il vicesindaco ha lanciato l’operazione “Parchi sicuri” ha fatto togliere alcune panchine per “sottrarle allo spaccio”. Il risultato però è che le panchine sono state tolte anche ai residenti, che le usavano in estate per stare un po’ al fresco nei giardini davanti ai grattacieli, e gli spacciatori si sono portati gli sgabelli da casa. Ora l’amministrazione vuole passare alla fase successiva: recintare di notte le piazze dove, dice, c’è troppo chiasso dopo la chiusura dei locali. Come piazza Verdi, che la sera si riempie di studenti. Chi ha letto le gesta della giunta leghista a Pisa ci troverà delle somiglianze. Anche laggiù panchine tolte davanti alla stazione e ordinanze anti-bivacco appese per tutta la città in stile Dolores Umbridge della saga di Harry Potter. Le soluzioni del leghismo, ormai, si fanno in franchising. Anche quando c’è da prendere voti a sinistra. E’ successo a Pisa, ma pure a Ferrara. “Conosco persone che votavano Rifondazione che alle ultime elezioni hanno votato per la Lega”, dice ancora Bregola. Ci sono elettori di sinistra o centrosinistra che sono passati alla Lega. “Neanche mobilitare l’elettorato di sinistra dicendo che ‘altrimenti vince Salvini’ sembra funzionare. La sensazione è che non sia considerato più un problema. A Ferrara è successo, mi chiedo se non possa accadere anche a livello regionale”, dice Bregola.

 

Dopo aver studiato i casi di Pisa (Lega al 25 per cento nel 2018, inesistente cinque anni prima) e Terni (Lega al 29), l’ex elettore di centrosinistra o sinistra che vota Lega non è più una notizia. Un po’ come l’operaio che votava già Umberto Bossi. Ma il 2019 a Ferrara ha sancito un passaggio ulteriore nella capacità attrattiva della Lega: l’ex elettore del M5s che vota per Matteo Salvini. “Osservatorio elettorale”, un team di ricerca dell’Istituto Cattaneo, ha analizzato l’origine politico-culturale dell’elettorato dei candidati e i flussi di voti fra le elezioni politiche 2018 e quelle comunali del 2019. Secondo lo studio, il “M5s è il partito che ha perso la maggior quota di voti in un solo anno: soltanto il 32 per cento degli intervistati ha confermato il voto espresso alle politiche. Fabbri è il candidato che ha beneficiato maggiormente dal calo del Movimento: un elettore su tre ha scelto proprio il candidato del Carroccio”. Ecco, usando Ferrara come una sineddoche, si può trasportare la questione a livello regionale in vista delle elezioni del prossimo 26 gennaio e ragionarci su. “Le ultime elezioni europee ci dicono che in Emilia-Romagna il blocco di centrodestra targato Lega può contare su 900 mila-un milione di elettori circa”, dice al Foglio Marco Valbruzzi, coordinatore dell’Istituto Cattaneo. “Il centrosinistra senza Cinque stelle invece può contare su quasi novecentomila voti. In mezzo ci sono quei 290 mila elettori del M5s, dai quali dipenderà la vittoria alle elezioni regionali”. Il punto è dunque capire come si comporterà chi ha scelto i Cinque stelle e adesso si trova al governo con il Pd a Roma ma da sempre all’opposizione del Pd nella regione. Oltretutto, precisa Valbruzzi, quei 290 mila elettori sono un dato già depurato dal voto delle elezioni politiche 2018, quando il M5s aveva superato il 32 per cento. “Una parte è andata sulla Lega, quelli rimasti sono il nucleo fedele dei Cinque stelle”. Sono insomma quelli che ci credono ancora, nonostante tutto, quindi hanno uno spirito identitario molto forte. Giovedì scorso, la piattaforma Rousseau ha dato il via libera – contro la linea dei vertici nazionali del M5s, che non vorrebbero presentarsi alle elezioni regionali emiliano-romagnole – alla candidatura. In ogni caso, avverte Valbruzzi, bisogna tenere conto di un fatto: “In Umbria e nelle altre regioni cosiddette rosse si sono buttati a destra, perché i Cinque stelle nascono e si rafforzano attorno all’idea di opporsi al sistema di potere locale della sinistra. E’ anche vero, però, che c’è una dinamica nazionale. Far uno dispetto a Stefano Bonaccini vorrebbe dire fare un dispetto al governo nazionale e quindi ai Cinque stelle a Roma. Gli elettori che hanno votato M5s in Emilia si trovano di fronte a un bel dilemma elettorale”.

 


Immigrazione, sicurezza, degrado: uno schema classico per la campagna elettorale leghista a Ferrara. Il sindaco determinante, Salvini di più. La giunta che si è divisa i ruoli: Fabbri fa il poliziotto buono, Lodi il braccio armato. Il dilemma degli elettori del M5s in Emilia. Il risentimento nei confronti del centrosinistra


 

Rispetto ad altre regioni (ex) rosse, il radicamento della Lega è avvenuto prima in Emilia che altrove. L’Umbria è solo l’ultimo caso. “La prima discesa oltre il Po avviene dal 2010 in poi, la prima regione in cui la Lega riesce a insediarsi dopo il Nord è proprio l’Emilia-Romagna”. In una delle ultime mappe del 2019 elaborate dal Cattaneo si vede appunto una distesa verde leghista e una piccola fascia rossa che da Bologna arriva fino alle coste di Ravenna. Ancora una volta, come in altre zone d’Italia, alla frattura geografica fra grandi centri e aree extra urbane corrisponde anche una frattura politica. “Il core del Pd, il suo elettorato, sta nei grandi centri urbani, nell’area metropolitana che si estende lungo la via Emilia. Attorno ci sono piccoli e medi comuni in cui la Lega è l’esponente di spicco della rappresentanza”. Un grafico dell’Istituto Cattaneo restituisce bene l’idea di questa frattura. Utilizzando la suddivisione proposta dall’allora ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca, si vede che il Pd alle elezioni europee del 2019 va bene nelle aree denominate Polo (33,9) e Cintura (30,9). Insomma, il Pd vince a Bologna, ma come si suole dire l’Italia è lunga e stretta e in un certo modo lo è anche l’Emilia-Romagna. La Lega infatti nelle zone periferiche fa il pieno di voti. Prende il 41 per cento nel settore Intermedio dei comuni, il 45,9 in quello Periferico e il 44,9 nell’Ultraperiferico.

 

“Qualche giorno fa piazza Maggiore con 12 mila persone a manifestare contro Salvini era bellissima ma è appunto a Bologna che si può trovare quel tipo di affluenza per il centrosinistra. Al di fuori di queste aree il Pd e gli altri fanno fatica, mentre invece fa molta meno fatica la Lega”, dice ancora Valbruzzi. Alcune di queste zone dove la Lega vince continuano a risentire degli effetti della crisi economica del 2009 e non si sono ancora riprese. “Ferrara è una di quelle province più in difficoltà rispetto alla crescita dell’Emilia-Romagna. Anche per questo c’è un risentimento più forte contro il centrosinistra e a favore della Lega”. In zone ultraperiferiche, dove lo spopolamento ha colpito e i servizi scarseggiano o non sono efficienti, “fa più breccia invece il messaggio identitario. La minaccia culturale è un messaggio che funziona. Mentre i distretti urbani si sono rimessi in moto, i piccoli comuni più distanti non sono riusciti ad agganciare il treno della ripresa”. Insomma, a Bologna piazze piene per la sinistra, ma poco più in là, a Ferrara, vince la Lega. Per questo, dice Valbruzzi, “ognuno in questa campagna elettorale tenderà a rafforzare i propri bacini. A Bonaccini conviene stare nei grandi centri urbani, Lucia Borgonzoni invece punta sulle aree immediatamente extra urbane, non va a sfidare il consenso del Pd nelle zone metropolitane. I candidati vogliono mobilitare i propri elettori invece che conquistare i voti degli incerti”. Finirà che saranno i Cinque stelle a decretare la vittoria dell’una o dell’altra parte? In ogni caso, appare chiaro che un modello politico è finito, a prescindere dal risultato finale del 26 gennaio.

 

Lo dice anche l’imprenditore Zaina: “Logiche ideologiche non hanno retto la velocità degli eventi, la classe politica deve ridefinire spazi nuovi, nuovi progetti che facciano sentire tutti dalla stessa parte con un unico obbiettivo: il benessere della nostra comunità, il futuro dei nostri figli, a partire dal lavoro. Se guardiamo i parametri sulla qualità della vita, degli asili, della sanità, mi pare che non tutto sia da buttare: la regione Emilia-Romagna rimane un modello invidiabile, ha espresso performance in linea e spesso al di sopra delle migliori regioni italiane, non possiamo buttare via il bambino con l’acqua sporca”. La diffusa sensazione di “insicurezza, di instabilità sociale causata dai crescenti divari sociali, economici e culturali non verrà risolta da slogan. Sì, la fame si può rompere con un tramezzino, ma quando ritorna è ben più forte e può travolgere di più che una giunta o un governo. La tecnologia, la globalizzazione velocizzano sempre più gli sviluppi della nostra società e accelereranno ancora. Modelli vincenti come la liberal-democrazia, l’Unione europea vengono messi sotto pressione da potenze straniere che vogliono questo grande e ricco mercato, ma che lo vogliono debole, malato con guida politica e militare incerta”. Spesso, dice ancora Zaina, “la gente li vede, ingiustamente, come causa delle loro sofferenze. La creazione e la distribuzione del benessere non si fa per decreto-legge, sono le nostre aziende, in particolare le piccole, la linea del Piave della classe media, della provincia italiana: sono radicate nelle loro comunità dove risiedono le famiglie stesse degli imprenditori e gran parte dei loro collaboratori. Sono connesse con una moltitudine di microimprese manifatturiere o di servizi, con scuole, con amministrazioni locali. Spesso sono cassa per attività di volontariato e attività culturali. Sono un vero motore di sviluppo e coesione sociale dei nostri territori. Una azienda è prima di tutto una impresa sociale, poi economica e non il contrario. Ci aspettiamo che chi governa non ostacoli, ma favorisca le imprese che qui esistono per fortuna: abbiamo 20 filiere produttive intere e tre università di eccellenza nel raggio di 50 km, cosa che non ha eguali in tutta Europa”. Quindi, dice ancora Zaina, “ci aspettiamo che la politica, indispensabile in una sana democrazia, si rigeneri con i giovani scelti tra i giovani sindaci, lontani dalle logiche di segreteria, che hanno ancora ben chiaro le problematiche di un asilo nido, di una fognatura cittadina. Le fiducie elettorali oggi sono a scadere, la gente non ha più la pazienza di un tempo si devono dare velocemente segnali di cambiamento, i giovani aspettano e non possiamo permetterci instabilità e incertezza che sono le cose che temiamo di più”.

 

La pazienza è un co.co.pro. E’ a progetto. Vale per post-comunisti ma anche per i leghisti che hanno appena conquistato il Palazzo.

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  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.