Il giorno della sardina

Marianna Rizzini

Chi sono, cosa pensano e perché non si sentono “girotondi” gli autoconvocati che dicono no al populismo

Seimila, dovevano essere, ma si sono presentati in più del doppio. E’ iniziata così la storia istantanea delle sardine, quelle che in una settimana hanno riempito (in migliaia, con ombrelli colorati, libri e pesci di carta da issare sulla testa) le piazze di varie città, a partire da Bologna. Flash mob nati dal web, ma senza il mugugno da indignazione contro la casta o lo spirito da gogna un tanto al chilo a cui le mobilitazioni di origine internettiana sembravano ormai inesorabilmente abbonate. Che cosa significhi farsi improvvisamente sardina lo hanno spiegato le sardine antesignane bolognesi, nel manifesto pubblicato sulla pagina Facebook “6000 sardine”. Una lettera aperta ai populisti che va sotto al titolo “benvenuti in mare aperto”, poi diventato canovaccio di convocazione, in tutta Italia, per altri flash mob, alcuni appena conclusi altri ancora in fieri, da Modena a Napoli a Milano a Firenze a Sorrento a Palermo a Parma a Torino a Roma. Un contagio allegro, l’hanno chiamato.


Piccola inchiesta, a colloquio con promotori di piazze con sardina da Bologna a Napoli, passando per Roma e Modena


 

Una piazza non convocata in nome del dàgli a un’élite considerata matrigna, ma riempita in nome del “no” all’antipolitica e al populismo, considerati come l’anticamera del nulla. “Il messaggio che vogliamo mandare ai populisti è: siete circondati dai nostri cervelli”, dice al Foglio Mattia Santori, ideatore, con Andrea Garreffa, Giulia Trappoloni e Roberto Morotti, del flash mob originario, nato come “esperimento per oscurare la campagna di Matteo Salvini in Emilia-Romagna”. Mattia è il ragazzo che in tv, su La7, in due sere diverse, ha detto che il leader della Lega non è il male assoluto, solo un uomo fragile, e che loro, i manifestanti, ci hanno messo sei giorni a imparare il suo mestiere, e che Salvini può benissimo provare ora a scambiarsi di ruolo. A poco più di una settimana dalla nascita, le sardine stanno conquistando applausi anche insospettabili, ispirando paragoni con il passato (gentilmente respinti dai protagonisti) e provocando i commenti entusiasti dei baby boomers che quasi quasi non riconoscono i proprio figli in quei pacati promotori di iniziative che dicono ai populisti “non c’è niente da cui ci dovete liberare, siamo noi che dobbiamo liberarci dalla vostra presenza opprimente”. Si cerca intanto di capire in che cosa si sentano diverse, le sardine, da chi ha popolato per anni le piazze “contro” (contro Silvio Berlusconi, prima, e poi contro i partiti), dai Girotondi ai Popoli Viola ai paladini dei post-it gialli ai Cinque stelle che adesso, ironia della sorte, guardando le distese di sardine – come si evince dalle dichiarazioni del grillino Max Bugani – hanno nostalgia distorta di sé, intesi come bagno di folla (“dieci anni fa c’eravamo noi”), senza però vedere la trave nel proprio occhio: trave di un populismo uguale e contrario a quello leghista, a monte e a valle del fallito contratto gialloverde.

 

“La nostra mobilitazione”, dice Santori, “non è tanto contro qualcuno, quanto contro un modo di fare politica. Siamo diversi dai Girotondi, più legati a una nicchia di persone; diversi da quelli che hanno riempito piazze con facili promesse, diversi anche da chi vede nella politica un male. La gente viene in piazza armata di sardine per andare verso la politica, con la voglia di rimboccarsi le maniche e sostenere chi prova davvero a fare qualcosa per la comunità. Siamo persone normali, con delle responsabilità, persone che amano la creatività, la bellezza. E forse la cosa che dà più fastidio a Salvini è questa: si è sempre trincerato dietro la tastiera, solo che adesso la vita reale sta disintegrando il suo messaggio”. Anche le sardine si servono della tastiera, ma come ponte tra “persone propositive come quelle che ci stanno contattando in questi giorni”, dice Santori, convinto che queste iniziative di contrasto spontaneo al populismo “faranno benissimo anche alla destra”. La paura di essere presi, adottati e cambiati, al momento, non c’è. Né per ora ci si preoccupa del futuro peso effettivo. Qualche dubbio l’ha sollevato Antonio Polito, sul Corriere della Sera: “Il problema di questi movimenti, che ciclicamente sembrano innovare la politica italiana, è sempre lo stesso”, scrive Polito: “Grande capacità di mobilitarsi (e di unirsi) contro, scarsa o nessuna capacità di mobilitarsi (e unirsi) per un programma politico o a difesa di una esperienza di governo… non c’è dubbio che una forma così pacifica e anche così allegra di partecipazione politica sia la benvenuta, in mezzo a tanta indifferenza, astensionismo e noia… ma può anche servire a spostare consensi, allontanandoli da Salvini?”.


L’ammettere gli errori sui social, e il sentirsi in un altro mondo rispetto a quando i “noB.” manifestavano senza Facebook


 

Dice Stephen Ogongo, giornalista quarantacinquenne di origine keniota e promotore della prossima piazza di sardine romane (a dicembre) che “se i partiti vogliono venire, devono venire senza bandiera” e che “l’unica bandiera che accettiamo è la Costituzione”. L’obiettivo, per Roma, è di raccogliere, forse nella simbolica Piazza San Giovanni forse altrove, un milione di sardine, per farsi anche plasticamente città “sLegata”, cioè no-Lega (nella Roma governata da Virginia Raggi, e su cui la Lega da tempo ha lanciato un’Opa, parlando di convocazione di “stati generali” due anni prima che cominci la campagna elettorale). Sarà un evento “apartitico ma non apolitico”, dice Ogongo, che sottolinea l’intento principale: “Ci siamo stancati di vivere in una società in cui qualcuno ci costringe ad avere nemici, in cui si parla un linguaggio cupo, tanto più a Roma, che è la capitale e dovrebbe mostrarsi accogliente”. “Non sono ammessi commenti che generino odio”, si legge sulla pagina Facebook delle “sardine per Roma”. Dopo gli Studi alla pontificia Università gregoriana, Ogongo ha fondato il movimento “Cara Italia” ed è diventato caporedattore della rivista Stranieri in Italia, muovendosi anche, in città, sul fronte dell’emergenza casa. In questo momento però gli preme ribadire, con tutte le sardine romane pronte a farsi flash mob, che “si può ancora vivere e parlare senza darsi addosso gli uni con gli altri, senza evocare minacce continue, come se questo fosse l’unico orizzonte possibile”. Neanche a Roma ci si sente “girotondo”, e alcune sardine, a leggere i commenti su Facebook, hanno apprezzato l’Amaca in cui Michele Serra, qualche giorno fa, scoraggiava il confronto: “Stando alla lettura socio-politica in voga negli ultimi anni”, scrive, “l’opposizione alla destra populista sarebbe costituita solamente dai famosi radical-chic, barricati con un drink in mano nei loro appartamenti dei centri storici. Per vera e propria grazia ricevuta dal cielo, sono arrivate le sardine a stracciare, con il loro stesso numero, queste carte false. Sono tutti quegli ombrelli non possono esserci solo economisti del Mulino, architetti paesaggisti, autori Einaudi, gastronomi slow food, incisori su pergamena e collezionisti di porcellane inesi.

 

La quantità stessa certifica che ci devono essere, per forza, anche la casalinga di Voghera e il casalingo di Piacenza, lo studente fuori corso e la supplente precaria, l’ultras della Fortitudo e la dog sitter di Pesaro, l’operaio della Ducati e la sfoglina di Budrio, con le dita ancora infarinate. Insomma, popolo. A riprova del fatto che il populismo è una bufala in sé, a partire dal nome che assegna a una sola parte politica la moltitudine delle persone”. Per Serra lo smacco c’è già: “Lo smacco vero, e irrimediabile, che le sardine hanno assestato agli assedianti, è dimostrare che oggetto dell’assedio non sono i palazzi del potere, nei quali sono asserragliati pochi potenti. Oggetto dell’assedio è la città intera”. L’interrogativo che corre è: “Riusciranno le sardine a non dissolversi nel mare di possibile qualunquismo che sempre corre a fianco della mobilitazioni di massa? “Noi vogliamo opporci proprio allo scollamento valoriale”, dice Matilde Sparacino, studentessa universitaria, che a Firenze, con altri colleghi, sta organizzando una piazza di sardine per il 30, giorno in cui Salvini sarà presente a un evento in cui ci si attende che annunci il nome del candidato governatore toscano. “Non abbiamo un orientamento omogeneo”, dice Matilde, “ma ci muoviamo tutti in nome della democrazia reale, della possibilità di esprimersi ognuno con le proprie idee, senza delegittimare chi la pensa diversamente. Vorremmo vedere una reazione positiva, vedere che non ci si piega alla cattiva politica”.

 

“Questi dicono cose da pazzi”, ha scritto Giuliano Ferrara su questo giornale, a proposito “dell’adunata antiretorica” delle sardine: “Non piangono miseria sociale e ribellione da controcultura aggiornata agli anni della grande ignoranza. Non alimentano paura e odio per l’avversario populista cosiddetto, si limitano a manifestare la loro stanchezza… sembra un sogno, da lasciare in pace, da preservare mettendo in sonno le ansie di recupero più o meno strumentali. Un movimento spontaneo di fiancheggiamento dell’establishment”. A Napoli, intanto, ci si prepara a riempire il 30 novembre Piazza del Gesù. Il pomeriggio del 21 novembre Antonella Cerciello, insegnante di educazione fisica che alle ultime elezioni ha votato scheda bianca e che del prossimo flash mob partenopeo è promotrice (assieme ad altri amici e sconosciuti), è corsa a Sorrento, dove era previsto il raduno anti-Salvini delle “fravaglie”, piccoli pesci da frittura. “Gli regaleremo un libro”, dicevano gli organizzatori, tra cui lo chef Michele Esposito, dopo aver scelto “Fermare l’odio” di Luciano Canfora, “Il signore delle mosche” di William Golding, “I fratelli Karamazov” di Fedor Dostoevskij e il “Ladro di merendine” di Andrea Camilleri. Con questi quattro libri ci si è riuniti, sotto gli ombrelli colorati come a Modena. Antonella, invece, in attesa dell’evento-sardina napoletano, dice che già da tempo era preoccupata per quella che le pare “una sorta di strategia della paura”. Le sembra un’epoca “pericolosa, molto diversa da quella delle piazze contro Berlusconi. Ora c’è Salvini, e ci sono i social. Ed è facile che chi è scoraggiato e deluso trovi sui social materia per la sua rabbia epidermica. Ecco, la nostra novità è anche questa, oltre al ‘no’ al lessico di chi vuole soltanto provocare: vogliamo usare i social in maniera costruttiva”. Dice da Sorrento uno degli organizzatori del flash-mob Gianvito Gargiulo, studente di Scienze politiche, anche cameriere, che la presenza dei libri in piazza voleva dare alla giornata il senso di una mobilitazione “in nome dei contenuti, anche se fatta con leggerezza”.


“Se i partiti vogliono venire, devono venire senza bandiera” e poi: “L’unica bandiera che accettiamo è la Costituzione”


 

E mentre Torino e Milano creano pagine Facebook per il proprio “giorno della sardina” (non senza ironia, come quando, a Torino, un’insegnante ha lanciato come simbolo una sardina all’uncinetto), la costante del clima scanzonato contro la “bestia” social salviniana fa proseliti. A Modena, la seconda città dove, dopo Bologna, ci si è mobilitati, i due promotori Samar Zaoui, studentessa di Filosofia, e Jamal Hussein, aspirante ingegnere meccanico, ricordano soddisfatti la sera di qualche giorno fa, quando hanno visto la piazza piena di gente di tutte le età sotto la pioggia. “La nostra piazza”, dice Samar, “ha raccolto persone sfiduciate, persone che hanno dato un segnale di risveglio e voglia di partecipare in una regione dove sicuramente di fronte a un ex ministro dell’Interno che parla come Salvini si attiva un feedback ideologico e storico di un certo tipo di sinistra, ma dove è trasversale la saturazione per un modo di fare politica che fa perno sull’ansia e sulla paura” . E’ successo anche, in questi giorni, che un antico post antisalviniano di Samar, in cui Salvini appariva raffigurato come Mussolini a testa in giù, sia emerso dalle viscere del web, con reazione immediata dell’interessato. “E’ stato un errore, quel post, non ho problemi a dirlo”. Vale per tutti il no al discorso d’odio. Il collega Jamal sottolinea la diversità delle sardine dai grillini (che furono): “Una differenza abissale, non fosse altro che per il ‘vaffa’ di Beppe Grillo. Noi non vogliamo dire ‘vaffa’, non vogliamo aizzare, non vogliamo offendere, non vogliamo puntare il dito, vogliamo guardare a noi, al presente, al futuro, e vogliamo farlo non in un panorama di continua aggressione retorica populista”.


La stessa stanchezza per il discorso d’odio riferita da Stephen, Mattia, Matilde, Samar, Jamal, Antonella, Leandro, Gianvito 


Leandro Spilla, organizzatore dell’evento-sardina di Palermo di ieri sulla scorta delle nazionali “sardine vagabonde”, si sente come gli altri scollegato da qualsiasi partito, anche se ha partecipato alla scuola di cultura politica “Futura”, organizzata dal senatore di Italia Viva Davide Faraone: “Io sono un laureato in Giurisprudenza, in attesa di iniziare il praticantato. Siamo un movimento senza bandiere, non è vero che siamo del Pd, abbiamo ricevuto adesioni anche da altre realtà, ci hanno contattato attivisti del M5s. All’inizio a promuovere l’iniziativa erano soprattutto giovani, ma ora hanno deciso di aderire anche molti adulti tra i 30 e i 40 anni. Siamo la maggioranza silenziosa rimasta sopita per lungo tempo, siamo nauseati dalla violenza verbale di questa classe politica. Il Pd, malgrado tutto, non è riuscito ad arginare la comunicazione aggressiva di Salvini. Per questo siamo scesi in campo, per riformare la cultura politica. Siamo pro, non siamo contro”. Ma che forza reale forza hanno le sardine? “I pescatori, già al tempo di Aristotele”, scrive su Repubblica Francesco Merlo, “raccontavano la meraviglia delle albe, quando le sardine luccicando si aprono a ventaglio, e gli incanti lunari in cui si addensano e le loro ombre ingigantiscono. Ma le sardine non hanno altre armi che il numero e i sensibilissimi sensori che, studiati dai neurologi, somigliano sia alla coscienza collettiva di Marx sia ai radar e ai sonar che permisero a Churchill di respingere l’invasione nazista”. Al momento, dopo le prime piazze, i convenuti ai “sardina-day” si contano sotto gli ombrelli. E se a Bologna risuonavano le parole della canzone di Lucio Dalla – “com’è profondo il mare” – tra i flutti internettiani dei futuri lidi (piazze di Milano, Torino, Roma) naviga la frase del manifesto bolognese in cui si dice “cari populisti, avete ridicolizzato argomenti serissimi per proteggervi, buttando tutto in caciara”. La caciara è finita, andate in pace (questa la speranza, se è poco o tanto si vedrà).

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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.