Un giorno a spasso tra le sardine, sinistra in cerca d'autore e tentazioni da nuovo partito

Salvatore Merlo

La piazza di San Giovanni è molto diversa da quella bolognese. Più anziani che giovani, centri sociali e Pd, da Rifondazione all'Azione cattolica. Michele Santoro: “Questa è una manifestazione contro l'indifferenza”

Non è la piazza dello scontro, la piazza tribunale del popolo, la piazza plotone della demagogia e delle manette, dei girotondi e del popolo viola. Ma forse non è più nemmeno la piazza di Bologna, la prima, quella degli studenti stipati come sardine, in silenzio e composti sotto la pioggia con gli ombrelli in mano. L’età media è alta, “non pensavo di vedere così tante sardine d’argento”, dice Paolo Flores d’Arcais, avvolto in un bel soprabito blu che si direbbe di cachemire, “ero venuto pensando di essere il nonno delle sardine non un coetaneo”, dice il professore, lui che fu tra i promotori dei girotondi. E d’altra parte c’è di tutto e di tutte le età a Piazza San Giovanni, strapiena, mentre ci si chiede se sia Roma a trasformare (deformare?) ogni cosa, o se invece questo movimento, nato da un post su Facebook poco meno di un mese fa in risposta alla campagna elettorale di Matteo Salvini in Emilia, non si stia modificando, allargando, forse trasfigurando.

 

“Oggi siamo le sardine nere”, mi dice la ragazza napoletana che guida un gruppo di giovani africani venuti a Roma in pullman – cartello: “Minniti, Salvini e Lamorgese: perfetta continuità”. Siete un centro sociale di Napoli? “Sì”. E quale? “Non te lo dico. Oggi siamo ‘travestiti’ da sardine”, dice prima di allontanarsi e di indicarmi Gdiakite’ Moussa, un ragazzo di ventinove anni, ivoriano, che fa da portavoce al gruppo delle “sardine nere”. Ha uno sguardo profondo e consapevole, Gdiakite’. Parla un buon italiano, con proprietà di linguaggio. “Imparare la lingua è uno strumento di difesa”, mi spiega. “Io qua ho imparato la vostra bellissima Costituzione e ho imparato cos’è la lotta di classe. L’Italia non è un paese razzista, ma il razzismo si diffonde dall’alto, dalla politica. Noi africani, nati all’estero o figli di immigrati, oggi siamo qui in piazza per chiedere diritti. La rivoluzione parte dal basso”. E allora in piazza ci sono i centri sociali, in effetti, ma senza simboli contundenti e oggi a quanto pare anche senza violenza. Ci sono i partigiani dell’Anpi con il fazzoletto al collo, ci sono i “socialisti umanisti” che distribuiscono a pagamento un giornale che si chiama “La comune”, ci sono i marziani dell’ex sindaco Marino,  c’è L’Azione cattolica, c’è Nico Stumpo di Leu, Stefano Fassina, Nichi Vendola con il compagno e il figlioletto, ma anche qualcuno che dice di essere democristiano e chi ridendo si qualifica così: “Sono della Lazio”.

 

Tutti associati in un’arcana speranza, forse diversa per ciascuno, sotto il profilo di questo pesce azzurro: la sardina.  C’è quindi un banchetto del Manifesto, che raccoglie fondi, un po’ defilato. E al centro della piazza ecco un pachistano che vende il Fatto quotidiano (per cinque euro ti dà anche il settimanale di Peter Gomez), proprio come Ciro e Matteo, i due ragazzi tatuati sui bicipiti prominenti che sono venuti in treno fin da Caserta per vendere abusivamente l’acqua minerale a 1 euro (“Io? Ma io voto Salvini”).

 

E insomma forse tutti tentano di dare ma anche di prendere qualcosa da questo proteiforme fenomeno di massa che riempie piazza San Giovanni, stipata al punto che non si sente e non si capisce nulla di quello che accade sul palco, che è un semplicissimo camion alla destra della Basilica: è sormontato da altoparlanti talmente sottodimensionati, rispetto all’estensione della massa umana stretta tra la chiesa e via Matteo Boiardo, che oltre due terzi della piazza non sente nemmeno “Bella ciao”, o gli articoli della Costituzioni recitati a turno, né le parole del medico di Lampedusa Pietro Bartolo, nemmeno la signora che dal palco parla a nome dei partigiani morti durante la Resistenza: “Cari giovani avete diritto a un lavoro stabile e non precario. Questo vi direbbero i partigiani. Riappropriatevi del vostro futuro”.

 

In realtà solo le prime file riescono a vedere e ascoltare  la ragazza con il hijab, il foulard islamico, che grida al microfono: “Questa piazza non piacerà a Giorgia Meloni, perché io sono Nibras sono una donna e sono musulmana e sono figlia di palestinesi”. E d’altra parte la colonna sonora di piazza San Giovanni – insieme a “Love me do” dei Beatles che fa ballare i tanti sessantenni – è il rapper Ghali, classe 1993, nato a Milano da genitori tunisini, poeta delle periferie, popolarissimo tra gli adolescenti: “Se la metto incinta poi mia madre mi / Perché sono ancora un bambino / Un po' italiano, un po' tunisino / Lei di Portorico, se succede per Trump è un casino”.

 

Certo, c’è ancora la simpatia e non il ghigno del vaffanculo, e ci si chiede se – e fino a quando – le sardine, che si ingrossano sempre di più, sapranno mantenersi così. “Ma quello che si dice sul palco non importa molto”, sorride Michele Santoro, che arriva con Vauro (alle loro spalle c’è Silvio Sircana, l’ex portavoce di Romano Prodi). La sinistra in cerca d’autore? “Questa è una manifestazione contro l’indifferenza”, dice l’inventore di Samarcanda. Insomma conta la gente e non le parole. Conta la piazza, questo mistero in cui una singola persona si moltiplica e si perde. Ma c’è la politica in questa piazza? “Sì c’è la politica. Anche se questa piazza non diventerà un partito”, si spinge a dire con sicurezza Erri De Luca, lo scrittore e militante No-Tav,  che si muove tra la folla con aria allegra e discreta. “Sono sicuro che le sardine non diventeranno mai un partito”, insiste, come a voler dire che la politica italiana è pericolosa, inghiotte tutti, riduce alla sua misura, e dopo qualche tempo fa sì che ciascuno dimentichi la sua stessa lingua. Chissà. “Questi non sono i girotondini”, dice anche Vauro, che ha una cover del cellulare con la falce e il martello. “Qui non c’è la famosa frase di Moretti: ‘Con questi dirigenti non vinceremo mai.’ Qua non c’è la ricerca di un apparato, di una classe dirigente, di un leader, di un uomo forte”, aggiunge.

 

 

Eppure nel retro palco, alle spalle del camion, oltre le transenne, ecco la perfetta macchina da guerra di Mattia Santori, il volto delle sardine, il fondatore, il trentaduenne bolognese che rilascia un’intervista dietro l’altra anche oggi, persino alla televisione della comunità basca, che si chiama Etb. Osservarlo è istruttivo. Ai piedi del palco gli vengono fatte domande su tutto lo scibile umano, dalla cronaca alla filosofia, verrebbe da dire. I cronisti del Messaggero lo interrogano pure sul sindaco di Roma, Virginia Raggi, e sullo stato pietoso della capitale (“anche la Raggi dovrebbe essere qua”, dice però Mattia, allargando le braccia in modo ecumenico e fraterno).

 

Un po’ vittima dei cronisti, ma anche padrone della scena e dell’orchestra, forse più attore che agito. E infatti non si capisce mai se siano i giornalisti a divorare Mattia, sovraesponendolo famelici, o se sia invece il giovane Mattia che sgamatissimo porta tutti al guinzaglio. “Ho registrato il marchio delle sardine e la famosa foto di Bologna”, dice a un certo punto questo ragazzo dall’aria sorridente e sicura, mentre lascia di stucco chi lo ascolta. “Ho registrato il marchio”. Ma allora le sardine diventeranno un partito? Si sbaglia Erri De Luca? “Mi auguro non diventino un partito, perché nel momento stesso in cui diventassero un partito le sardine sarebbero finite”, dice Santoro. “Ma mai dire mai”, aggiunge ridendo, lui che ovviamente le ha viste tutte. D’altra parte se non si muore, si vive. E questa verità, che sembra ovvia, invece è gravida di conseguenze, perché la vita trasforma tutto, non c’è nulla che resiste alla sua implacabile volontà. Chissà allora cosa diventeranno le sardine. Ammesso che continuino a nuotare.

 

“Queste sono ‘seghe mentali’ di voi politicisti”, s’infervora Vauro. “Guarda che qua non è neanche vero che sono tutti di sinistra”, esclama, proprio mentre una coppia sui sessan’anni gli si avvicina per salutarlo. “Siamo pesci ‘rossi’ noi”, gli dicono spiritosamente, quasi smentendolo. E lui: “Nemmeno io mi sono stinto. Sono ancora un vecchio comunista”. E loro: “Questa è la nostra piazza da sempre. Eravamo qua contro Fini e contro Berlusconi, con Paul Ginzbourg, e ci siamo anche oggi”. A un certo punto si sente intonare: “Odio la Lega, la-la-la-la”. Qualcuno, pochi per la verità, canta “fischia il vento ed infuria la bufera / scarpe rotte e pur bisogna andar / a conquistare la rossa primavera”. La sinistra come peso e come imbarazzo per le sardine, che sul palco hanno voluto far risuonare invece “Fratelli d’Italia”, che è il canto degli italiani, non della Meloni. Ma ci sono ancora i vecchi compagni che ogni volta credono di ritrovare un nuovo ’68, e non intendono ovviamente perderselo. Così un brevissimo, impercettibile silenzio turba la conclusione della festa, come quando in un salotto si commette una gaffe ai danni della padrona di casa. Ma d’altra parte, quando al calar della sera tutti se ne vanno, forse ciascuno torna a essere quello di prima, vuole tornare quello prima, dunque si abbandona al conformismo estenuato dei cori trinariciuti. Alla fine in piazza restano soltanto le sagome di cartone a forma di sardina, lì, a terra, sul selciato ai piedi della Basilica. Forse non c’è niente di peggio che vedersi circondati da un interesse e da un amore che trasfigura, perché in definitiva ognuno vuole essere se stesso.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, giornalista. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.