Il grande show del movimento 5 gamberi

Claudio Cerasa

Il M5s capisce che per non nuocere al paese deve prendere in considerazione l’idea di sparire dalle elezioni (peccato per Rousseau). Ma la decomposizione del grillismo pone alcuni problemi. Perché è ora di restituire tutto a Grillo con un grande auto vaffa day

Fare presto e basta fare il pesto. Tra le numerose fragilità che contraddistinguono l’azione di governo della maggioranza rossogialla, l’aspetto forse meno studiato da parte di molti osservatori riguarda un elemento chiave che ha a che fare con quello che forse è il vero punto debole del famigerato esecutivo di svolta: la fine del grillismo.

 

Il governo Conte, a soli tre mesi dalla sua nascita, deve fare già oggi i conti con molti problemi che mettono a dura prova la sua capacità di portare discontinuità rispetto al passato sul terreno dell’affidabilità dell’Italia ed è evidente che il guaio principale che deve risolvere il Bisconte è evitare di far uscire l’Europa dall’Italia dopo aver fatto di tutto per non allontanare l’Italia dal resto dell’Europa. Ma per quanto possa sembrare incredibile – vista la gravità della crisi Ilva e vista la gravità della crisi Alitalia – il principale elemento di fragilità del governo rossogiallo non riguarda il futuro della politica industriale ma il futuro del primo gruppo politico presente in Parlamento: il Movimento 5 stelle.

 

E qui la storia è insieme molto interessante ma anche molto preoccupante. La storia è interessante perché dopo due anni e mezzo passati al governo il Movimento 5 stelle si ritrova ostaggio oggi di una sorta di auto vaffa day che in qualche modo gli ha imposto la realtà. I grillini, pur non potendolo confessare, hanno capito che per poter governare senza creare troppi danni al paese occorre far di tutto per nascondere il grillismo (coloro che dovevano aprire la scatoletta di tonno oggi sono diventati il tonno che difende la scatoletta). Hanno compreso, pur non potendolo confessare, che quando il grillismo non viene nascosto il paese ne paga le conseguenze (vedi l’Ilva). E infine, atto di maturazione supremo e stupendo, si sono resi conto che per non nuocere troppo al paese non possono non prendere in considerazione l’opzione di sparire completamente dalla circolazione (ieri, pur di scongiurare la possibilità funesta di presentare delle liste alle prossime regionali, i padroni di Rousseau, che sono poi gli attuali padroni del M5s, hanno chiesto ai propri iscritti di valutare “una pausa elettorale fino a marzo per preparare gli stati generali ed evitando di partecipare alle elezioni di gennaio in Emilia-Romagna e Calabria”, ponendo una domanda grazie alla quale per poter dire di sì alla presenza del movimento alle prossime elezioni occorre votare no: peccato per il voto contrario su Rousseau).

 

Lo spappolamento del Movimento 5 stelle è un dato che dal punto di vista elettorale ha una sua rilevanza tutto sommato secondaria per chi ha a cuore il futuro del paese (in Umbria il M5s ha preso il 7 per cento, ma l’Umbria se ne farà certamente una ragione) ma è allo stesso tempo un dato che dal punto di vista parlamentare ha una sua rilevanza niente affatto secondaria (nella storia della Repubblica italiana non si ricordano casi di partiti di maggioranza relativa a cui non bastano sessanta giorni per trovare un equilibrio tale da consentirgli l’elezione all’interno del gruppo parlamentare di un capogruppo: il M5s, dopo le dimissioni di Francesco D’Uva da capogruppo alla Camera, cerca da settembre di trovare un suo sostituto, a settembre si sono presentati undici candidati, poi si sono ridotti a tre, poi a due e nel corso di quattro votazioni in nessun caso il gruppo è riuscito a ottenere la maggioranza assoluta). A voler essere molto brutali, lo stato di salute del grillismo, dal punto di vista parlamentare, è più o meno questo, e se è vero che la vicinanza del M5s con il Pd ha avuto l’effetto di grillizzare una buona parte del Pd si può dire anche che la vicinanza del M5s al Pd ha avuto l’effetto di mettere il grillismo di fronte a uno specchio degli orrori.

 

La situazione è quella che forse già conoscete. Luigi Di Maio è il capo del movimento, formalmente, ma controlla ormai una minoranza del movimento. Il suo rivale nel movimento, Roberto Fico, cresce sempre più di peso ma Fico sa bene che la lotteria si vince una volta nella vita e difficilmente farà qualcosa per turbare gli equilibri del gruppo del M5s e buttare nel cestino il biglietto del Superenalotto che gli ha permesso di diventare presidente della Camera. Allo stesso tempo i gruppi di ribelli no Fico e no Di Maio maturati all’interno del movimento sono sempre di più, ma oltre a non avere un leader di riferimento non hanno neppure voglia di provare l’ebbrezza di sostituire la paga da parlamentare con quella del reddito di cittadinanza e di conseguenza la ribellione c’è ma per ora non si vede. E persino Giuseppe Conte, voluto fortissimamente da Di Maio alla guida del governo, oggi si ritrova su molti dossier più vicino al Pd di Nicola Zingaretti che al M5s di Luigi Di Maio.

 

Henry Kissinger, negli anni 70, da segretario di stato, quando doveva parlare con la diplomazia europea senza sapere però a chi rivolgersi, si chiese un giorno, con una frase passata alla storia, “ma chi devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?”. E da un certo punto di vista si potrebbe dire che all’interno della maggioranza di governo molti esponenti del Pd ogni giorno si pongono una domanda simile: “Ma chi devo chiamare se voglio parlare con il M5s?”. La scomparsa del M5s – ostaggio di una interpretazione forse un po’ troppo radicale del famoso uno vale uno, ispirata più al Marchese del Grillo che alla piattaforma di Grillo: io sono io, e voi non siete un cazzo – è una buona notizia per l’Italia che ha a cuore la lotta contro il populismo, ma la decomposizione parlamentare del M5s diventa un problema se questa rischia di far collassare il governo con il risultato di regalare pieni poteri a Salvini. Per questo, nella fase finale di vita di un movimento che più che le cinque stelle oggi ricorda i cinque gamberi, bisognerebbe augurarsi che nel Movimento 5 stelle faccia il suo ingresso in campo l’unico leader in grado di guidare la safety car del grillismo ed evitare che Pd e M5s finiscano fuori pista come successo domenica scorsa a Vettel e Leclerc al Gran premio del Brasile. Nel 2007, Beppe Grillo a Bologna disse, alla fine del primo Vaffa day, che “questa è la nostra vittoria, il nostro successo: siamo solo teste, senza bandiere”.

 

Dodici anni dopo, e settemila sardine dopo, Grillo, facendo uno sforzo in più rispetto a quello già fatto a Napoli un mese fa nel corso del decimo compleanno del M5s quando mandò letteralmente a fanculo i militanti del M5s scettici dell’accordo con il Pd, avrebbe forse il dovere di inaugurare un auto vaffa day del grillismo rivedendo quella frase del 2007 con una piccola modifica: “E’ questa la nostra vittoria, il nostro successo: siamo solo bandiere, senza teste”. Il grillismo si sta sciogliendo e l’unico che può gestire con amore la fine del grillismo non può che essere il suo fondatore. Fare presto e basta fare il pesto.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.