Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio (foto LaPresse)

Oltre l'Umbria. Perché Pd e M5s devono governare senza pensare alle regioni

Claudio Cerasa

Non ci sono barbari da fermare, a livello locale. Voler creare una sintesi strutturale significa per i dem chiudere gli occhi sugli orrori degli alleati, giustizia in primis, e non poter più dire di essere così diversi

In Umbria il voto alle regionali è stato vinto dal centrodestra. Il nuovo presidente è Donatella Tesei, candidata di una coalizione a guida leghista (la Lega prende poco meno del 38%) che raccoglie il 57,5%. Bene Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni, che ottiene il 10,4% dei voti. Sconfitto il candidato dell'alleanza Pd-M5s: Vincenzo Bianconi (che oltre a grillini e dem era sostenuto anche da Sinistra civica verde ed Energia verde) si è fermato al 37,5%.

 


 

La trasformazione del voto di ieri in Umbria in un termometro utile a misurare lo stato di salute della maggioranza rossogialla è la fotografia perfetta di un equivoco politico destinato a corrodere il futuro del governo. Il risultato finale del voto umbro potrà essere utilizzato in modi molto differenti l’uno dall’altro ma a prescindere dalla performance registrata dalla pazza alleanza formata da Pd e M5s il vero dato su cui bisognerebbe riflettere è se per l’Italia sia positivo oppure no portare fuori dal perimetro dell’esecutivo il patto politico tra il Pd e il M5s. La risposta, al netto del risultato del candidato civico scelto da Pd e M5s, è che nessun esponente dei partiti che fanno parte della maggioranza di governo è riuscito in queste settimane a dimostrare che l’unione tra Pd e M5s potesse essere qualcosa in più di una semplice sommatoria di debolezze simmetriche. A livello nazionale, l’incontro tra il Pd di Nicola Zingaretti e il Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio ha avuto in questi mesi un senso politico nella misura in cui l’Italia, grazie alla strana alleanza di governo, è riuscita a tenere lontano da Palazzo Chigi un partito guidato da un leader molto pericoloso, non pregiudizialmente contrario a spostare l’asse dell’Italia più verso Mosca che verso Washington, non pregiudizialmente ostile rispetto a uno scenario dell’Italia fuori dall’Europa, non pregiudizialmente sfavorevole a lavorare per far uscire l’Italia dalla moneta unica.

  

L’alleanza di governo, per quanto contestabile e criticabile da tutti coloro che in modo lungimirante avrebbero voluto sperimentare l’ebbrezza di avere un esecutivo guidato da un leader disposto a usare i suoi pieni poteri per giocare con l’appartenenza dell’Italia all’Europa, ha ancora oggi un suo senso geometrico e fino a quando il governo rossogiallo riuscirà a utilizzare l’Europa per costruire un argine contro un pericolo visibile, il patto tra Di Maio e Nicola Zingaretti e Matteo Renzi continuerà ad avere senso. Il problema però è che più l’alleanza tra Pd e M5s assumerà i connotati di un’alleanza strutturale e regionale e più ci saranno le possibilità che l’alleanza strategica e nazionale perda la sua possibile forza (dove è scritto che partiti alternativi per governare a livello nazionale debbano governare anche a livello locale? Chiedere in Germania alla Spd e alla Cdu).

 

E’ logico che il Pd guardi all’elettorato grillino, è logico che il segretario del Pd pensi a come allargare la base di consenso del suo partito, ma non è logico credere invece che per giustificare ciò che si sta facendo a livello nazionale sia necessario esportare quel modello in tutto il resto d’Italia utilizzando tra l’altro la stessa grammatica adottata per giustificare l’alleanza nazionale: fermare i barbari. Mettersi insieme per arginare i barbari che ci potrebbero voler portare fuori dall’euro, come una safety car che entra per qualche giro nei circuiti automobilistici per permettere alle macchine di superare un momento complicato della gara, ha un senso, eccome se ce l’ha. Ma far credere che la stessa minaccia che esiste a livello nazionale esista anche a livello locale (Salvini vuole portare l’Umbria o l’Emilia-Romagna fuori dall’Europa?) rischia di trascinare il Pd, prima ancora che nel M5s, all’interno della favola “al lupo al lupo”: se anche le non emergenze vengono spacciate per emergenze capiterà che a un certo punto della storia alle emergenze vere non crederà più nessuno. Il senso di questa alleanza di governo dovrebbe essere chiara, soprattutto per il Pd: governare l’Italia fino alla scelta del prossimo presidente della Repubblica, evitare di mettere la presidenza della Repubblica nelle mani di una maggioranza anti europeista, utilizzare con intelligenza i finanziamenti che arriveranno dall’Europa, abbassare ogni anno un po’ le tasse sul lavoro, mettere da parte qualche soldo per sterilizzare le clausole di salvaguardia sull’Iva, provare a ridurre per quanto possibile i tempi dei processi, provare a rendere più efficiente la Pubblica amministrazione e costruire magari una legge elettorale capace di consentire a tutti i partiti che si trovano oggi al governo non di doversi fondere in modo innaturale ma di poter competere in modo naturale.

 

Voler creare una sintesi significa chiudere gli occhi sugli orrori degli alleati (giustizia in primis) e se due partiti scelgono di mettersi insieme in modo strutturale non potranno più dire di essere così diversi. Non voler creare una sintesi significa invece avere il coraggio di rimarcare le differenze e di non trasformare l’unità nell’unico fine di una leadership politica. A meno che il progetto suicida del Pd non sia quello di trasformarsi nella sesta stella del Movimento 5 stelle. Umbria o non Umbria, non sarebbe una buona idea. Il governo Conte è nato non per non perdere Narni ma molto più semplicemente per non perdere l’Europa.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.