L'esperimento umbro è un disastro: cosa c'è dietro il fallimento di Pd e M5s

Valerio Valentini

La Lega, ma soprattutto Fratelli d'Italia, trionfano. I dem restano in linea con le europee, mentre Forza Italia deve fare i conti con l'irrilevanza. Ma il vero "caso" è il risultato dei grillini

Più che l’esito in sé, a contare davvero erano le proporzioni. E le proporzioni dicono che per la destra, in Umbria, è stato un trionfo, e che il “laboratorio” del nuovo centrosinistra, invece, ha prodotto almeno per ora un mezzo obbrobrio. Perché, quando ormai lo spoglio è pressoché ultimato, Donatella Tesei, la candidata presidente espressa dalla Lega, ottiene il 57 per cento dei voti; Vincenzo Bianconi, lo sfidante “civico” sostenuto da Pd e M5s, si ferma al 37. Venti punti, al termine di un’elezione che si segnala anche per la forte affluenza: 64,4 per cento.

 

 

E’ la vittoria della destra sovranista, a ben vedere. Perché la Lega conferma grosso modo il successo delle europee di maggio, cedendo appena un punto e attestandosi al 37 per cento; e perché Fratelli d’Italia doppia Forza Italia (5,5) e va in doppia cifra, col 10,4 per cento. Rispetto al 26 maggio scorso, in Umbria, quello di Giorgia Meloni è l’unico partito che cresce, e di quasi 4 punti. E lei non nasconde l’entusiasmo: “Noi di FdI, insieme alla Lega, valiamo quasi il 50 per cento”, esulta. Quasi a voler sottolineare l’irrilevanza berlusconiana: “Forza Italia è comunque un valore aggiunto”, s’affretta a precisare. Ma è chiaro che tra gli azzurri lo stordimento è grande: si è evitata l’umiliazione del 3 per cento, la soglia psicologica indicata alla vigilia come minimo sindacale, ma quel 5,5 segnala un’ulteriore flessione di un punto rispetto alle europee, un dimezzamento di voti a confronto con le politiche del 4 marzo del 2018. Matteo Salvini, dal canto suo, fa la voce grossa: “Abbiamo fatto un’impresa storica”, dice. “Abbiamo espugnato una delle regioni più rosse d’Italia. Qua c'è l'Italia vera, che oggi ha votato e che se si votasse domani avrebbe la stessa tendenza. E poi un presidente del Consiglio che dice che il voto degli umbri conta poco o niente... È un omino”.

 

Dall’altro lato della barricata, c’è un Pd che tutto sommato tiene botta. Perché quel 22,4 per cento di voti ottenuti non fa certo brillare gli occhi ai democratici, ma è in fondo in linea col 24 di cinque mesi fa alle europee e col 25 delle politiche del 2018. Il tracollo è invece del M5s, che passa dal 14,6 di maggio al 7,4 di oggi. Tutto previsto, certo, al punto che Luigi Di Maio aveva accettato ben volentieri di “socializzare la sconfitta” alleandosi col Pd; ma neppure il cartello elettorale messo su in tutta fretta riesce a camuffare il disastro grillino.

 

Ma è nel complesso che il tentativo di assemblare una coalizione di centrosinistra intorno a Vincenzo Bianconi si conclude con un sostanziale fallimento. Perché la somma tra Pd e M5s, uno stiracchiato 29 per cento, vale esattamente dieci punti in meno della somma dei consensi dei due partiti alle europee di maggio. Se confrontata con le regionali del 2015, un salasso di quasi venti punti. E’ il segno dell’insuccesso dell’"operazione Frankenstein", almeno in Umbria, dove l’unione dei diversi, l’abbraccio tra chi sosteneva la giunta Marini e chi l’ha fatta cadere, non ha funzionato. E la stessa “foto di Narni”, più che un valore aggiunto, sembra aver giocato la funzione opposta. Certo, ci sono state “scissioni e disimpegni”, come ha subito sottolineato Nicola Zingaretti, a tempestare la vita del Pd, e di sicuro il voto non è stato “aiutato dal caos di polemiche che ha accompagnato la manovra economica del governo”.

 

Ma al di là delle attenuanti di circostanza, la disfatta è inappellabile. “La sconfitta alla Regione Umbria dell'alleanza intorno a Vincenzo Bianconi è netta e conferma una tendenza negativa del centrosinistra consolidata in questi anni in molti grandi Comuni umbri che non si è riusciti a ribaltare”. La rossa Umbria, insomma, rossa non lo era più da un pezzo. Il M5s prende atto dell’esito: “Il patto civico per l’Umbria lo abbiamo sempre considerato un laboratorio, ma l’esperimento non ha funzionato”, e però subito raccatta delle giustificazioni: “Dalla formazione del primo esecutivo ci è stato subito chiaro che stare al governo con un’altra forza politica - che sia la Lega o che sia il Pd - sacrifica il consenso del Movimento 5 stelle”. Ma non sembra, comunque, l’inizio della smobilitazione, dell’abbandono del campo della coalizione. “Noi non siamo nati – si legge nel comunicato diffuso dal M5s - per inseguire il consenso, bensì per portare a casa i risultati, come il carcere per gli evasori di questa settimana e il taglio dei parlamentari della settimana precedente. Senza raggiungere il 51 per cento imposto dalla legge elettorale, abbiamo avuto bisogno necessariamente di trovare altre forze politiche per governare. Continuiamo a lavorare umilmente, rispettando gli impegni e mettendoci al servizio”.