I servizi di Mr. Giuseppi

Perché nessuno può fare dieci domande a Conte sul caso Mifsud

Salvatore Merlo

05/10/2019

Perché nessuno può fare dieci domande a Conte sul caso Mifsud

Giuseppe Conte e Donald Trump al G7 di Biarritz (foto Palazzo Chigi)

Salvini si morde la lingua per non attaccare Trump . Il Pd sviene per non attaccare il suo governo. E i giornali intanto ronfano. Ma la storia cresce ancora

Roma. “Noi dobbiamo solo restare fermi il più possibile”, arieggia un anonimo ex sottosegretario della Lega, sprofondato su una delle poltroncine del Transatlantico, “questa faccenda di Trump, Conte e i servizi segreti per noi è un cortocircuito”. Eppure Matteo Salvini scalpita, evoca il Copasir, vorrebbe consumare la sua vendetta su Giuseppe Conte, sul premier che avrebbe messo i vertici dei servizi segreti italiani nelle mani dell’Amministrazione americana per fare un favore personale a Donald Trump. Vorrebbe urlare, il capo della Lega, colpire duro, denunciare, ribaltare così la storia di Savoini e dei rubli, tirare un morso all’uomo che lo ha defenestrato dal Viminale. Ma l’unica cosa che in realtà il capo della Lega ha capito di poter mordere è la sua stessa lingua. Tanto che nella foga, tirando mozzichi all’aria, alla fine addenta soltanto la vecchissima storia del curriculum tarocco del premier, le parcelle, gli incarichi Rai e quelli da avvocato: “Ne risponda in Aula”. D’altra parte “cosa possiamo dire alla gente?”, si mette a ridere l’ex sottosegretario leghista. “Critichiamo Conte perché avrebbe aiutato Trump a delegittimare la Clinton? I nostri elettori risponderebbero dicendo che Conte ha fatto bene”.

 

E così intorno a Conte si consuma un gioco paradossale e contraddittorio che è la fortuna di quest’uomo la cui parabola politica sfida la fisica e rimanda piuttosto alla fortuna, perché l’unica persona che avrebbe interesse a demolirlo, in realtà non può demolirlo, ma contemporaneamente anche quelli che avrebbero interesse a difenderlo, non possono difenderlo. Zingaretti, Franceschini, Orlando non possono far altro che turarsi le orecchie e cercare di addormentarsi, per non vedere, non sentire, non parlare… shhh.

 

Ci sono le elezioni americane, le primarie tra gli amici democratici d’oltreoceano, cosa potrebbe mai fare il Pd: aiutare Giuseppe Conte a difendere quel “mostro” di Trump che cercava prove in Ucraina per screditare Joe Biden, cioè l’ex vicepresidente di Barack Obama? Meglio tacere, il più possibile, tra rossori e sollevamenti di sopracciglia, esitazioni e delicati eufemismi, mignoli alzati e gonne tirate giù per non scoprire le ginocchia. Un po’ come fa Repubblica, il giornale Agit-Prop della nuova sinistra grillopiddina, che ieri addirittura non pubblicava nemmeno un rigo su trentasei pagine a proposito delle notizie che nel frattempo riempivano i giornali americani, dal New York Times al Washington Post fino ai grandi siti d’informazione specializzata come Politico e Daily Beast. Fosse stato Silvio Berlusconi, ai bei tempi del conflitto d’interessi, a far incontrare i capi dei servizi segreti con un ministro di Erdogan all’ambasciata turca… altro che dieci domande sul Bunga bunga, altro che campagna giornalistica sul rapimento di Abu Omar (e lì si trattava di sicurezza nazionale, non di un’interferenza negli affari interni di un paese amico).

 

Similmente, facendo violenza alla sua natura spavalda, nemmeno Matteo Salvini cerca di trascinare Conte sotto i riflettori, e d’altra parte cosa mai potrebbe denunciare: che anche Trump faceva parte dell’evanescente complotto ordito da Conte assieme al Pd, Mattarella e gli euroburocrati per far fuori la Lega dal governo? Salvini ha il coraggio e il cinismo della contraddizione, ha pure molta contundente fantasia, ma questo proprio non può farlo. E infatti non si rivolge alle piazze, evita l’argomento nei comizi in questi giorni di campagna elettorale in Umbria, ma chiede invece che il presidente del Consiglio parli al Copasir, al comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, che è un po’ come organizzare una partita di calcio a porte chiuse: niente pubblico, niente telecamere, niente microfoni. Un rito mirabilmente gratuito, una rincorsa che è pura rappresentazione, teatro.

 

Così alla fine tutta questa faccenda stordente, questo universo incapace di esprimersi, afono, tra la museruola che Salvini si sta imponendo a fatica e l’imbarazzo cigolante della sinistra, questa condizione irreale per cui Conte non può essere né attaccato né difeso, appare come la metafora dell’ambivalenza assoluta del governo del Bisconte. Il suo vizio, e la sua forza. Insieme. Dell’incontro clandestino tra il ministro americano William Barr e i capi dei servizi segreti italiani mandati da Conte non resterà altro che confusione. E silenzio.