Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio (foto LaPresse)

Il contratto di opposizione tra Pd e M5s

Claudio Cerasa

La grancassa del grillismo democratico sta trasformando l’antisalvinismo in una evoluzione dell’antifascismo, per preparare il terreno a un’alternativa che oggi non c’è ma domani chissà. Opportunismi, progetti e antifa da commedia. Indagine sul contratto del futuro

Sorpresa: e se l’antifascismo fosse un programma di governo? Il professor Luca Ricolfi, sociologo attento, curioso e non inghiottito dal mainstream sovranista, ieri sul Messaggero ha scritto un articolo interessante per argomentare una teoria convincente. La tesi è più o meno questa: e se l’improvvisa convergenza sui temi dell’antifascismo tra Movimento 5 stelle e Partito democratico fosse qualcosa di più di una semplice simmetria costruita per difendere, e lo diciamo con un sorriso, il presidio democratico del Salone del libro dall’editoria fascista con il bollino di CasaPound?

 

Il professor Ricolfi mette insieme i diversi terreni su cui il M5s, il Pd e l’estrema sinistra negli ultimi tempi si sono ritrovati in sintonia (giustizia, salario minimo, persino reddito di cittadinanza) e si chiede se in un futuro prossimo non sia possibile immaginare uno scenario politico all’interno del quale vedere collaborare nello stesso governo un Luigi Di Maio e un Nicola Zingaretti. E la domanda è più che legittima: “Se grazie al contratto hanno potuto governare insieme Salvini e Di Maio, che litigano su quasi tutto e sono uniti soltanto dalla comune ostilità ai vincoli europei, perché non possono governare insieme Di Maio e Zingaretti, che su tanti temi hanno già mostrato di avere più o meno le stesse idee?”.

 

Il professor Ricolfi ha ragione a porsi queste domande. Non perché lo scenario di un governo tra Pd e M5s sia qualcosa di possibile nell’immediato (più aumenteranno le possibilità che il governo crolli e più Di Maio avrà l’interesse a dare a Salvini l’impressione che in caso di crollo del governo esiste un’alternativa che in realtà non c’è) ma perché da tempo le coordinate del nuovo antifascismo vengono tracciate sul terreno di gioco con l’idea di voler smussare gli angoli tra la nuova sinistra e il grillismo del futuro. Per rendere possibile ciò che oggi sembra impossibile: un comitato di liberazione dal salvinismo.

 

E lo schema è grosso modo questo: sostenere che l’emergenza numero uno per l’Italia sia la crescita inarrestabile e inevitabile di un fascismo xenofobo; sostenere che l’emergenza numero uno per l’Europa sia la crescita inarrestabile e inevitabile di un fascismo xenofobo; sostenere che lo sfascismo salviniano non sia altro che una versione due punto zero del fascismo di CasaPound; e sostenere infine sulla base di questi tre assunti che qualunque partito alternativo alla Casa Lega Pound debba replicare lo stesso schema seguito al Salone di Torino con l’editore del libro di Salvini e costruire, magari con l’aiuto di qualche procura amica, un comitato di liberazione dal fascismo salviniano.

 

Nasce così il coro di applausi per la scelta fatta dal presidente della regione Piemonte Sergio Chiamparino (Pd) e la sindaca di Torino Chiara Appendino (M5s) di presentare un esposto contro la casa editrice Altaforte e il suo editore per valutare il possibile reato di apologia del fascismo.

 

Nasce così la scelta parallela di giornali come il Fatto e Repubblica, che un giorno non lontano si scopriranno di nuovo cugini, di caricare di significati antifascisti un gesto semplicemente doveroso come quello di Virginia Raggi a Casal Bruciato in difesa dei rom. Nasce così l’idea che per qualcuno sia possibile considerare il Movimento 5 stelle come una forza alternativa alle nuove destre allo stesso modo in cui lo è la sinistra che gravita attorno al Pd. Nasce così, infine, la retorica farlocca portata avanti da una buona parte della classe dirigente democratica che porta a dire che il dramma del governo del cambiamento è quello di essere il governo delle nuove destre.

 

Naturalmente, la conseguenza culturale dell’antifascismo selettivo è quella di andare a considerare una forma di politica liberticida meno grave di un’altra e non ci vuole molto a capire che chi tende a trasformare la lotta contro il salvinismo in una derivazione naturale dell’antifascismo tenderà anche a considerare sempre meno rilevanti le aggressioni parafasciste indirizzate da parte dei nuovi farlocchi eroi dell’antifascismo grillino al parlamentarismo, alla democrazia rappresentativa e allo stato di diritto. Ma ai professionisti del cambiamento antifascista poco importa. Ciò che importa oggi è credere che l’Italia sia governata da CasaPound, che l’Europa sia governata da Orbán e che per superare la parentesi del governo delle nuove destre sia necessario spacciare i posizionamenti opportunistici di alcuni partiti per “svolte culturali”, iniziando a considerare i teorici del maoismo digitale amici del compagno Maduro come dei possibili alleati per combattere un domani la battaglia della vita contro il nuovo fascismo italiano, anche a costo di negare che il governo dei fascisti mette insieme non solo il peggio della cultura di destra ma anche il peggio della cultura di sinistra e anche a costo di alimentare una nuova forma di politicamente corretto capace di dare al nuovo antifascismo il profilo di una ridicola commedia. Nessuno sa dire quanto durerà il governo del cambiamento (i sondaggi danno la Lega in calo, i porti che dovevano essere chiusi sono ancora aperti, Siri non è stato salvato e in Europa Salvini inizia a prendere schiaffi anche da Orbàn ). Ma ciò che oggi si può dire è che il circo mediatico progressista ha acceso i motori per far sì che al momento giusto un’alternativa tra Pd e M5s possa essere qualcosa di diverso da una minaccia farlocca per stabilizzare il governo populista.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.