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Pd e M5s, programmi gemelli

Zingaretti dà un tocco grillino alle proposte del suo partito per le europee. Opa o convergenza? Analisi

7 Maggio 2019 alle 13:36

Pd e M5s, programmi gemelli

Foto Imagoeconomica

Tra il 2014 e il 2019 non c’è solo un peso elettorale diverso del Pd, che passa dal 40,8 per cento delle Europee di cinque anni fa con Matteo Renzi fa al 18,7 per cento delle elezioni politiche del 2018, sempre con Renzi. C’è un nuovo segretario, Nicola Zingaretti, e quindi anche una nuova impostazione politica. Basta dare un’occhiata al programma con cui il Pd si presenta alle europee del 2019 per vedere le differenze con la stagione precedente. Il professor Leonardo Morlino, autore insieme a Francesco Raniolo del recente saggio “Come la crisi economica cambia la democrazia. Tra insoddisfazione e protesta” (Il Mulino), ha analizzato il programma del Pd del 2019, quello del 2014 e anche il programma del M5s del 2019. I Cinque stelle e il Pd hanno molti temi in comune e, spiega Morlino al Foglio, “è in parte dovuto ai temi ora in discussione, in parte all’attenzione verso lo stesso elettorato”. Entrambi, per esempio propongono un “salario minimo europeo” (il Pd lo mette al sesto punto, il M5s al primo) e la revisione del regolamento di Dublino (i Cinque stelle vogliono la “redistribuzione obbligatoria dei migranti” anche se giova ricordare che il M5s nel 2017 ha votato contro la riforma del regolamento). “Al di là del riferimento agli stessi elettori, nel caso dei Cinque stelle c’è anche il tentativo di riaffermare la loro identità di partito con proposte anti-establishment, come il taglio delle indennità per i parlamentari europei e i commissari o volere fare le riforme al là del bilancio”.

 

Il confronto Pd 2014-Pd 2019 è ancora più interessante, osserva Morlino, perché dall’analisi dei due programmi emergono “due mondi diversi”. Nel 2014, “il paese stava uscendo dalla crisi economica ma praticamente il Pd la ignora nel programma, come se non ci fosse mai stata; nel 2019 invece nel programma ci sono delle proposte per reagire alla crisi e contrastarla. Nel 2014 c’era un linguaggio molto ottimista, di speranza, completamente diverso da quello del 2019”. Cinque anni fa per esempio c’era spazio per “la banda larga in tempi stretti”, recitava il programma, oggi no. “Le idee di Renzi hanno funzionato in termini elettorali perché proiettavano speranza per il futuro. C’era un messaggio positivo e ottimista; quello del 2019 è invece concentrato sulle reazioni alla crisi economica”. Il problema è che parte di questo messaggio passa attraverso l’attribuzione al Parlamento europeo di poteri esclusivi che invece il parlamento non ha. Come l’intervento diretto sul budget. “Il potere e le competenze ce l’ha il consiglio europeo, ce l’hanno i consigli dei ministri. Per questo mi pare che sia un programma per l’Europa che il Pd vorrebbe piuttosto che una proposta elaborata sulla base dei poteri che parlamento effettivamente ha. Già al primo punto il Pd propone un ‘piano straordinario di investimenti per opere pubbliche, lavoro e sostenibilità’ finanziato dal bilancio europeo. Ma per modificare il bilancio bisogna passare attraverso il lavoro della commissione, dei consigli dei ministri, oppure si cambiano i trattati, come a un certo punto sembra suggerire lo stesso programma del Pd quando dice che Parlamento e consiglio devono stare sullo stesso piano. In attesa della revisione dei trattati, però, il Pd implicitamente attribuisce al parlamento una serie di poteri come fossero esclusivi, anche se invece non ne ha”. Alcune proposte del Pd di Zingaretti insomma sembrano avere perduto contatto con la realtà.

 


“Non abolirei il reddito di cittadinanza. Ma farei anche altre politiche per il lavoro. Il reddito di cittadinanza può essere corretto ma in Italia mancano politiche per creare lavoro”, ha detto lunedì 6 maggio Nicola Zingaretti un po’ confermando anche i contenuti di questa infografica nella quale Enrico Cicchetti ha messo a confronto i dieci punti programmatici di Pd e M5s per le prossime elezioni europee che si terranno il 26 maggio


  

Certo, si dirà, ma chi li legge mai i programmi elettorali?

 

Nell’epoca dei contenuti prêt-à-porter che leader e partiti adattano a pubblici sempre più insoddisfatti, impazienti e sfuggenti, accostarsi ad un programma di partito dà l’impressione di maneggiare qualcosa di antico”, dice al Foglio la professoressa Sofia Ventura, autrice de “I leader e le loro storie. Narrazione, comunicazione politica e crisi della democrazia” (Il Mulino). Anche se, osserva Ventura, il programma, come è il caso di questo del Pd, è presentato in una forma agile e sintetica. “Tuttavia, pur consapevoli che non è su questi programmi che oggi si giocano le partite elettorali e del consenso, dal programma si può trarre qualche considerazione sul modo in cui il partito si presenta agli elettori. Nel caso specifico, il ‘modo’ è quello pacato e ragionevole di un partito tutto sommato moderato, ancorato a visioni piuttosto tradizionali della sinistra, ovvero all’idea che gli interventi dall’alto, in questo caso a livello europeo, possano essere decisivi in campi come quello del mercato del lavoro e della concorrenza. Il che può essere anche in parte condivisibile (le regole sono sempre necessarie), se non fosse che si dimenticano troppo facilmente le forze che dovrebbero essere liberate dal basso. E dimenticandolo si diventa anche un poco velleitari. Per fare un esempio: come si può immaginare che paesi più virtuosi del nostro accettino una indennità europea di disoccupazione quando nemmeno siamo in grado di sapere quanti dei nostri disoccupati in realtà sono occupati fantasma?”. Ma, al di là delle proposte, l’impressione che si ricava da questo programma “è quello di un partito privo di una narrazione convincente, in particolare rispetto a quei temi imposti nell’agenda politica dai populisti. Mancano i valori che ci distinguono in quanto europei, le strategie per difenderli. I populismi illiberali li stanno mettendo in discussione, ma hanno gioco facile a sostenere che sono le élite tradizionali a tradirli, perché dal discorso ‘mainstream’ non emerge alcun identità. Ecco, in questo programma non vedo questa identità, né di un partito, né dell’Europa e degli europei. Questo è il programma di chi gioca in difesa. Mentre gli avversari stravolgono le regole del gioco”.

 

Il riformismo che manca

Insomma, servirebbe più coraggio. “Il programma del Pd alle Europee riprende fortemente una cultura sociale persa negli ultimi anni con le politiche della cosiddetta austerità, per quanto limitata agli anni di maggiore acutezza della crisi, cioè fra il 2011 e il 2013. Direi quindi che è un programma socialdemocratico coerente con le richieste del Pse, in particolare c’è attenzione verso chi è socialmente svantaggiato, c’è attenzione alla parità nel lavoro fra uomo e donna e alla lotta alla povertà infantile”, dice al Foglio il professor Sergio Fabbrini, autore del “Manuale di autodifesa europeista. Come rispondere alla sfida del sovranismo” (Luiss). “Sono tentativi giusti di aggredire le diseguaglianze, tuttavia il rischio è che non vengano affrontate con altrettanta forza le questioni fondamentali della crisi dell’Unione Europa e del suo stallo. In questa parte il programma è molto più timido e sembra troppo tradizionale”. Secondo Fabbrini, infatti, servirebbe un riformismo più radicale. Anzitutto, “l’eurozona dovrebbe dotarsi di una sua capacità fiscale” , indipendente dagli stati, senza la quale non sarebbe possibile perseguire politiche anti-cicliche o politiche per contrastare shock asimmetrici (con i loro effetti, ad esempio, sulla disoccupazione giovanile in alcuni Paesi). Nelle dieci idee del Pd c’è lo “stop alla concorrenza fiscale sleale” ed è giusto che ci sia, osserva Fabbrini, “perché paesi come l’Irlanda e la stessa Olanda, che pure ci dà spesso lezioni, si sono trasformate di fatto nelle Bahamas dell’Unione Europea”. Tuttavia, questo non basta. Bisogna liberare le istituzioni sovranazionali (come il Parlamento europeo) dai vincoli dei governi nazionali. “Solamente Macron ha avuto il coraggio di proporre di fare un salto in avanti, ma ha trovato sulla sua strada il conservatorismo tedesco, sia della democrazia cristiana tedesca che della socialdemocrazia tedesca”. Il programma dunque va bene, “ma è troppo subalterno al conservatorismo della socialdemocrazia tedesca, solleva alcune questioni ma non mette in discussione chi si limita a difendere lo status-quo”. E la questione fiscale è quella cruciale. “Le istituzioni democratiche, come il parlamento e la commissione, dipendono dalle risorse dei governi nazionali. Non solo il Parlamento europeo si limita a gestire le risorse trasferite dagli stati e secondo le assegnazioni da questi ultimi stabilite, ma addirittura è costretto a gestire un bilancio che non corrisponde al suo mandato (dura sette anni e non cinque). Che democrazia è questa?”. Naturalmente è importante aumentare la dimensione sociale della politica europea, “tuttavia è difficile rispondere ai sovranisti con proposte seppur giuste come il salario minimo. Le diseguaglianze non possono essere ridotte senza strumenti adeguati. L’obiettivo deve essere quello di costruire una sovranità europea su politiche che siano di interesse comune. Non per costruire uno stato europeo, che è una sciocchezza, ma per gestire politiche che possono affrontare le insicurezze dei cittadini. Ecco perché ci vuole una governance europea della politica fiscale, dell’immigrazione, della difesa, della crescita infrastrutturale. Avverto su questo una debolezza nella socialdemocrazia, in particolare quella tedesca, che è poco coraggiosa. Una timidezza che è la causa del suo declino elettorale”. D’altronde, osserva Fabbrini, non ci si può aspettare troppe critiche da parte della Germania nei confronti dello status quo, che dopo tutto l’avvantaggia. Così come di una maggiore coesione politica dell’Eurozona. La Germania è legittimamente preoccupata di mantenere una cooperazione con i paesi dell’est Europa, anche perché “ha grandi interessi e collegamenti con loro”. Tuttavia, “sembra non porsi il problema di come contenere il gruppo di Visegrad che sta cercando nei fatti di svuotare l’Ue dall’interno”. Insomma “occorre guardare in faccia la realtà. Dobbiamo riconoscere che non possiamo più andare avanti 27 o 28 paesi tutti insieme. io non vedo alternative ad un nuovo Grande Compromesso tra chi vuole (o abbisogna) più integrazione e chi vuole (o abbisogna) meno integrazione. Occorre differenziare, dentro il mercato unico, l’unione politica e la comunità economica. Più integrazione sulle politiche cruciali per il core group dell’Eurozona, meno integrazione (cioè meno regolamentazioni non necessarie) per il mercato unico. Con la consapevolezza, però, che anche il mercato unico richiede l’esistenza di organismi sovranazionali per funzionare in modo appropriato. Organismo la cui autorità deve essere riconosciuta da tutti. E naturalmente, per far parte del mercato unico, occorre rispettare rigorosi criteri di rule of law e democrazia”. In definitiva, dice Fabbrini, il programma del Pd è “dignitoso e sensato, però di fronte a una sfida così alta, direi esistenziale, serve più coraggio. Gli europeisti non possono permettersi di dare risposte tradizionali alla sfida sovranista”.

 

La tensione fra programma e composizione delle liste

C’è dunque uno iato fra ciò che il Pd dice nel suo programma e quel che effettivamente si può realizzare, come osservava poc’anzi il professor Morlino? “Non è facile dare un giudizio articolato sul programma del Pd per le prossime elezioni europee”, dice al Foglio il professor Mario Ricciardi, direttore della rivista Il Mulino. “Chi scarica i documenti disponibili sul sito ha a disposizione una ‘versione lunga’ che non è molto più ampia di quella breve, una lista di ‘dieci idee’ per l’Europa, in buona parte condivisibili. Ci sono proposte per investimenti in settori cruciali (lavoro, ricerca e sostenibilità), per limitare la concorrenza fiscale tra paesi membri e per imporre livelli minimi di retribuzione. L’introduzione di un fondo europeo per la disoccupazione. Misure per la lotta alla povertà infantile, per l’eguaglianza di genere, il diritto allo studio e il sostegno all’agricoltura. Si pone infine il problema di una politica comune su immigrazione e asilo. Tutti temi su cui non sarà difficile trovare una convergenza di massima non solo con gli altri partiti che aderiscono al Pse, ma anche con i centristi. Gli ostacoli (ci sono sempre ostacoli all’accordo quando ci sono interessi in conflitto) verranno quando sarà il momento di mettere in pratica gli impegni, con politiche adeguate e regole efficaci. Intendiamoci, se si tratta di aumentare i fondi per l’Erasmus, l’accordo alla fine si troverà, ma le proposte più impegnative, e maggiormente caratterizzanti dal punto di vista dei progressisti, richiederebbero un ampliamento del bilancio comune, una cosa più facile a dirsi che a farsi”. Semplificando, aggiunge Ricciardi, “si potrebbe dire che il Pd di Zingaretti ha il cuore al posto giusto, ma non è ancora chiaro se abbia la testa e la forza di volontà necessarie per segnare davvero una discontinuità con il passato. Sotto questo profilo, bisogna evidenziare una tensione tra le dichiarazioni preliminari del documento programmatico, che affermano la necessità di abbandonare politiche neoliberali, e la scelta di dare tanto rilievo, e spazio in lista, a candidati centristi, che hanno difeso questo tipo di politiche anche nel passato recente. Possibile che non fosse possibile uno sforzo maggiore per mettere insieme una pattuglia parlamentare coesa? Invece abbiamo un gruppo di persone che potrebbero dividersi quando si discuterà non di Erasmus ma di mercato del lavoro”. Sullo sfondo rimane “la vera sfida che ci aspetta dopo queste elezioni, comunque vadano, quella della riforma della governance europea e della promozione di forme più strette di collaborazione tra forze politiche affini: l’embrione di quei partiti europei che appaiono allo stesso tempo improbabili e indispensabili”.

David Allegranti

David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Su Twitter è @davidallegranti.

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Commenti all'articolo

  • Skybolt

    07 Maggio 2019 - 18:06

    Dai e dai, ci siete (voi generico) arvati?

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