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Lo sblocca cantieri è una tela di Penelope

Lite tra ministeri. Lega e M5s divisi pure sugli emendamenti. Dopo quattro mesi il testo è fermo e i grillini chiedono aiuto al Pd

10 Maggio 2019 alle 06:00

Lo sblocca cantieri è una tela di Penelope

Danilo Toninelli (foto LaPresse)

Roma. La prima volta che se ne parlò, era il 21 di gennaio. Il provvedimento della svolta, l’atto della maturazione del movimento che sapeva dire solo No al partito che crede negli investimenti e nelle infrastrutture: “Ora siamo al governo, abbiamo responsabilità economiche. Abbiamo promesso una crescita decisa”, andava dicendo Luigi Di Maio, col piglio deciso da ministro operoso. Figurarsi Salvini, a quel punto: “Nuove opere? Benissimo”. Da allora, sono passati 111 giorni – centoundici – e il decreto che doveva sbloccare i cantieri è tuttora un cantiere bloccato, ostaggio della schizofrenia gialloverde e dei veti incrociati. Al punto che, dopo un parto travagliato e ben due approvazioni in Cdm, il testo del provvedimento è arrivato al Senato zavorrato da oltre cinquanta emendamenti fatti dallo stesso governo. 

 

E così, il decreto che era stato annunciato come la scappatoia dall’italica palude burocratica, il testo che il governo voleva approvare “al più presto” cosicché potesse “dispiegare i suoi effetti positivi sul pil nel secondo semestre di quest’anno” e che però lo stesso governo, nel Def, considerava di assai scarsa efficacia (appena lo 0,1 per cento in più, e per giunta in combinato col “decreto crescita”), assomiglia più che altro a una tela di Penelope perennemente sconciata, ma buona per sviare alle domande sulla recessione economica: “Vedrete, ora che arriva lo sblocca cantieri”. Il tutto, tra litigi infiniti, più o meno sottacciuti, tra leghisti e grillini, una prima approvazione “salvo intese” a Palazzo Chigi il 20 di marzo, le acrobazie ministeriali per poterlo trasformare poi nell’ennesimo omnibus, prima che gli inevitabili richiami del Quirinale arrivassero a bloccare quell’abominio giuridico; quindi, dopo una baruffa durata quattro settimane, la seconda approvazione nel Cdm straordinario di Reggio Calabria del 18 aprile.

 

E lì sembrava fatta: “Intesa raggiunta”, gioiva Toninelli. Ma intanto già i rispettivi uffici giuridici di Lega e M5s si affannavano nella scrittura dei correttivi da apportare. Quel che ne è scaturito è stato un dossier, in continua e preoccupante lievitazione ancora in queste ore, fatto di oltre cinquanta emendamenti governativi. Scritti, cioè, dagli stessi ministri che per due volte avevano licenziato lo stesso testo, e che ora si accingono a bisticciare di nuovo. Perché ad esempio, solo dal Mit, è uscito un file di tredici pagine dense di correzioni, che i leghisti dicono però di non avere in alcun modo concordato con gli alleati grillini. Risultato? Stando alla prima bozza circolata, cinque corposi emendamenti, e almeno quattro motivi di attrito: sia perché il coinvolgimento della Corte dei conti da parte delle amministrazioni pubbliche nei controlli preventivi sui contratti di oltre 150 mila euro non convince tutti i tecnici del ministero, sia perché Luca Zaia ha già fatto sapere che non è “d’accordo nemmeno su una riga di quell’emendamento” che introduce una apposita “imposta di scopo” con cui il Veneto, sempre in attesa della sua autonomia, dovrebbe finanziare il Mose di Venezia, “un’opera che più nazionale di così – dice il governatore leghista – non si può”. E poi si rafforza il potere di veto delle regioni o degli enti preposti alla “tutela ambientale” e della “salute e pubblica incolumità” sull’individuazione dei luoghi da destinare a opere d’interesse, e poi si inaspriscono i vincoli che sancirebbero l’esclusione dalle gare d’appalto per chiunque abbia a suo carico delle presunte “violazioni gravi agli obblighi relativi al pagamento delle imposte e tasse o dei contributi previdenziali”, anche se queste “non sono state ancora definitivamente accertate”. E poi, soprattutto, verrebbe introdotta una sorta di tassa per le imprese vincitrici delle gare che andrebbe a finanziare un fondo “salva imprese”. Tutte cose su cui, al momento, l’intesa tra Lega e M5s non c’è.

 

Così come non sembra esserci neppure sugli emendamenti che i due gruppi di maggioranza hanno depositato a Palazzo Madama. Sono trenta quelli voluti dal leghista Massimiliano Romeo, altrettanti quelli approvati dal grillino Stefano Patuanelli, i due capigruppo che poi ne hanno concordati altri trenta – almeno quelli – relativi agli interventi per le zone terremotate. Ma basta leggerle, le varie proposte, per capire che un accordo sarà difficile da trovare. Se quelli del Carroccio puntano a portare fino a un milione di euro la soglia per l’affidamento degli appalti tramite procedura negoziata, la fichiana del M5s Paola Nugnes va nella direzione opposta, ritenendo “rischioso” già l’innalzamento a 200 mila euro per le procedure semplificate. Ognuno, insomma, prova a ricondurre il decreto nei solchi che avrebbe voluto tracciare inizialmente, cioè quasi quattro mesi fa, come se nel frattempo non ci fosse già stata una crisi di governo sfiorata sulla Tav (su cui i leghisti propongono un’accelerazione) o se non si fosse già litigato sulla rigenerazione urbana, che di nuovo differenzia gli emendamenti del Carroccio da quelli del M5s.

E non sarà un caso, allora, se per la prima volta dopo dieci mesi di legislatura del cambiamento, ieri alcuni senatori del Pd si siano visti avvicinare con fare bonario dai colleghi grillini, che andavano a chiedere un sostegno preventivo – specie su alcune correzioni che raccolgono le indicazioni dell’Anac di Raffaele Cantone – in vista della guerriglia che verrà.

Valerio Valentini

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