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Il “dibattito pubblico” attorno alle grandi opere: un’opportunità che esiste

Un convegno ci spiega perché un confronto vero con tutti gli stakeholder può sbloccare i cantieri in Italia

4 Aprile 2019 alle 14:04

Il “dibattito pubblico” attorno alle grandi opere: un’opportunità che esiste

La marcia contro le grandi opere a Roma (Foto LaPresse)

Se l’Italia disegnata dall’Ocse è un paese fermo, paralizzato, chi guarda al presente e al futuro delle opere infrastrutturali non è ottimista. La storia recente della Tav, del Terzo valico, ma anche di strutture meno impegnative come le Pedemontane lombardo-venete o la “bretella” di Genova parla la stessa lingua: paralisi. Benché il governo sbandieri da mesi un salvifico provvedimento “sblocca cantieri”, l’Italia delle grandi opere arranca e con lei stagnano lavoro e sviluppo. E pensare che per superare le non poche incertezze di una concertazione locale a volte aspra – come quella per la Tav, ma non solo quella – e rendere più fluido il processo decisionale democratico Oltralpe si sono inventati il “débat public”.

 

E anche qui in Italia, con un decreto dell’agosto scorso, è stato varato un nuovo esperimento di democrazia partecipativa voluto proprio per stemperare le conflittualità locali. Certo il primo esperimento – quello voluto da Beppe Sala per la riapertura (molto parziale) dei Navigli – non è stato coronato da successo. E non perché la partecipazione o il consenso siano mancati – 19 gli incontri pubblici – ma per la decisione del sindaco di investire in ambiti più cogenti (periferie) e rimandare al finanziamento europeo un’operazione di restyling più vasta. Ma la necessità di avviare nuovi strumenti partecipativi di questo tipo è evidente a tutti.

 

Ieri un folto gruppo di tecnici, esperti e aziende (tra le quali Terna, Anas, Ferrovienord) si è interrogato sui benefici e la praticabilità nel nostro paese del “debat public”, incontro concluso dai rappresentanti della Regione. Le oltre 600 opere bloccate oggi valgono 36 miliardi. La pianificazione e la realizzazione di nuove opere, la riqualificazione o il potenziamento di quelle esistenti ha certamente bisogno di progettualità, capitali, etica e sicurezza.

  

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Tuttavia uno dei problemi resta quello della valutazione dell’impatto, dell’accettazione locale a cantieri o opere in esercizio. Con un handicap rappresentato da un esecutivo e da un ministro più attenti alle sirene ideologiche che al reale impatto delle opere: l’analisi costi-benefici sulla Tav docet. Come affrontare le difficoltà (molte) che disseminano il campo? Il “dibattito pubblico” è la strada giusta? “Il tempo di attuazione delle opere infrastrutturali in Italia (fonte Mise) è pari a 4,4 anni in media (4 anni e 5 mesi circa) – afferma Fiorenzo Tagliabue, esperto di public affaire e ceo del gruppo Sec Globale, che con Valeria Peverelli, supervisor area community relations del gruppo, ha presentato una relazione sul complesso argomento – ma cresce progressivamente al crescere del valore economico: si va da meno di 3 anni per i progetti di importo inferiore ai 100 mila euro a 15,7 anni per i grandi progetti dal valore di oltre 100 milioni di euro.

 

Poiché tra i cinque fattori alla base dei ritardi di attuazione vi sono i rapporti conflittuali con i territori, a causa di un’insufficiente consultazione pubblica, ci sembra utile chiederci quali fattori, a nostro avviso, possono contribuire al successo di un processo di consultazione pubblica. Un processo di concertazione pubblica ha bisogno di precisi fattori: la volontà esplicita del soggetto attuatore di un confronto vero con tutti gli stakeholder; nessuno stakeholder può essere escluso a priori; il confronto per essere reale ha bisogno che il patrimonio informativo a disposizione sia condiviso; per colmare il gap di conoscenza tra i responsabili del progetto (manager e tecnici) e gli stakeholder è fondamentale il supporto professionale di specialisti della concertazione pubblica”. “D’altro canto, il decreto sul Dibattito pubblico è caratterizzato anche da alcuni limiti evidenti”, prosegue Tagliabue.

 

“Il modello che verrà attuato in Italia riprende il modello francese più nella forma che nella sostanza, se si considera che in Francia il débat public è affidato a un’autorità amministrativa indipendente, la Commission nationale du Débat public, che in veste di soggetto terzo e neutrale disciplina puntualmente tutte le fasi del procedimento. Al contrario, il provvedimento del governo italiano non dà un quadro preciso degli aspetti più strategici della procedura, quali l’individuazione dei soggetti legittimati, la delimitazione dell’oggetto del dibattito, e soprattutto la coerenza della procedura con la necessità di riduzione dei tempi complessivi, lasciando così nel vago uno dei punti dolenti e cioè la durata nella realizzazione delle opere”.

 

Dunque “è forse auspicabile una revisione del testo del decreto (non complessa vista la natura dello strumento giuridico scelto), eventualmente anche attraverso un processo di consultazione con gli operatori che a partire dalle loro esperienze possono certamente dare un contributo importante al miglioramento dell’efficacia dello strumento individuato”. L’ottimismo che anima gli esperti del settore può essere un buon viatico. Ma forse sarà necessario aspettare tempi migliori (e un nuovo esecutivo).

Daniele Bonecchi

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