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Socialismo umbro

Mentre un modello di sviluppo è in discussione, il Pd ha un problema di identità: come restare riformista e garantista

9 Maggio 2019 alle 06:00

Socialismo umbro

L'ex governatrice dell'Umbria, Catiuscia Marini, e il segretario del Pd, Nicola Zingaretti (Foto LaPresse)

Perugia. Umbertide, Bastia Umbra, Perugia, Spoleto, Terni, Amelia, Deruta, Torgiano, Bettona, Collazzone, Nocera… Laddove un tempo in Umbria spadroneggiava la sinistra oggi governa il centrodestra. “Il cosiddetto ‘socialismo appenninico’ (Toscana, Marche, Umbria) da oltre vent’anni ha diminuito la capacità propulsiva. Per la crisi, per tendenze più generali, ma anche per alcune pigrizie e incrostazioni”, dice davanti alla sede del Pd a Perugia, dove fa spola da giorni, Walter Verini, deputato e commissario del Pd regionale dopo il recente arresto di Gianpiero Bocci, côté democristiano, già sottosegretario all’Interno nei governi Letta, Renzi e Gentiloni. Una nemesi per Bocci e per la sua corrente ben radicata, visto che Verini era stato l’avversario, sconfitto, alle ultime primarie regionali.

 

L’elenco dei comuni persi in questi anni dal centrosinistra in Umbria, un tempo una delle regioni più rosse d’Italia, è sterminato. A maggio la lista potrebbe allungarsi ancora, visto che le prossime elezioni amministrative toccheranno 63 comuni, tra questi anche la roccaforte Foligno, dove domenica scorsa Matteo Salvini ha riempito l’auditorium di San Domenico. Dopodiché toccherà alla regione, che andrà al voto anticipato, probabilmente in autunno. A meno che non ci siano colpi di scena. Martedì scorso in Consiglio regionale, Catiuscia Marini, indagata insieme a Bocci per un’inchiesta sulla sanità umbra (per la quale è stato arrestato anche l’ormai ex assessore regionale folignate Luca Barberini), ha confermato le sue dimissioni, presentate lo scorso 16 aprile. Il centrosinistra però è riuscito a far rinviare di undici giorni il voto: il capogruppo del Pd Gianfranco Chiacchieroni considera “autolesionista” il sì alle dimissioni della governatrice e ha presentato una mozione per invitarla a “recedere” dalla decisione.

 

C’è dunque una frattura fra le indicazioni arrivate da Roma, dove il partito nazionale considera finita la legislatura, e il Pd locale, quantomeno quello eletto in consiglio regionale, che invece vorrebbe proseguirla. Una frattura che è emersa in aula martedì scorso, quando la governatrice dimissionaria ha attaccato i vertici nazionali del suo partito, augurandosi che il Pd sappia “farsi forza del riformismo e del garantismo. Se il Pd non ha questa forza viene meno il suo profilo di forza riformista, con cultura di governo, rispettosa dell’autonomia e indipendenza dei poteri”. Insomma, un nuovo messaggio per il Pd che – aveva già detto la governatrice nei giorni scorsi – non l’ha sufficientemente difesa dopo lo scoppio dell’inchiesta. A partire da Nicola Zingaretti e Verini, ai quali ha riservato, pur senza citarli, un passaggio del suo intervento: “Io diffido di quelli che vengono da Roma per decidere cosa dobbiamo fare e di quelli che dopo essere stati a Roma pretendono di darci lezioni”.

 

In Umbria l’inchiesta sulla sanità (l’accusa è di aver favorito alcuni candidati nei concorsi) sta facendo discutere da settimane, anche per il contenuto di certe intercettazioni pubblicate dai giornali. Ma un’indagine appena avviata può essere sufficiente a far cadere un governo? Bruno Bracalente, professore all’Università di Perugia, ex presidente della Regione dal 1995 al 2000, non ne è così convinto. “L’inchiesta e le intercettazioni – dice al Foglio seduto alla sua scrivania del dipartimento di Economia di Perugia – hanno creato un forte sconcerto nella popolazione umbra, quindi capisco la decisione di dimettersi da parte della presidente, per difendersi più liberamente e anche per lasciare che la Regione sia più libera di muoversi in questa vicenda che la colpisce duramente nella propria immagine”.

  

Il Pd dopo l’inchiesta sulla sanità in Umbria

L’improvvisa ribalta del discreto commissario Verini, sullo sfondo dei mai composti “due Pd”

 

Dall’altra parte, aggiunge Bracalente, “non nego qualche dubbio, rafforzato dall’intervista del Procuratore Pignatone al Corriere della Sera di qualche giorno fa, dove stigmatizza l’uso delle indagini della magistratura contro gli avversari politici ‘a prescindere dal loro esito finale’. Qui abbiamo alcune intercettazioni riportate con molta enfasi sulle prime pagine dei giornali, da cui emerge un evidente malcostume politico, ma l’inchiesta è appena all’inizio e le contestazioni specifiche sono da verificare”. Insomma, la politica “faccia pulizia, naturalmente, e lo faccia presto; ma siamo sicuri che le istituzioni debbano essere immediatamente decapitate, i Consigli regionali o comunali sciolti e i cittadini richiamati al voto anticipato, appena viene avviata un’indagine, senza lasciare il tempo di difendersi e di verificare? Il dubbio è che così si assecondi troppo un altro vizio di una certa politica: quello, appunto, di strumentalizzare le inchieste della magistratura a prescindere dal loro esito finale”.

 

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Il commissario regionale del Pd, Verini, non la pensa così. Per questo sabato scorso a Marsciano (città del capogruppo Chiacchieroni) ha detto, davanti ai candidati alle amministrative, che “quello che è accaduto in pezzi del sistema sanitario e amministrativo è una cosa che ci ha fatto vergognare. Per la quale ancora una volta, come ha fatto subito l’assessore Antonio Bartolini (neo-assessore alla Sanità, ndr), chiediamo scusa”. Per lui lo scioglimento anticipato del consiglio non è neanche da mettere in discussione, anzi, bisogna già guardare avanti. Verini, di fatto, è già in campagna elettorale. “Ci sono le condizioni per tornare ad essere pienamente credibili? Sono convinto di sì”, dice con faccia severa al Foglio l’ex braccio destro di Walter Veltroni. “La nostra sfida è questa: dobbiamo essere noi l’alternativa a noi stessi, rivendicando una storia di governo, ancora oggi di qualità nonostante le incrostazioni che producono patologie che vanno al di là degli aspetti penali, sui quali non è di prammatica ricordare la presunzione di innocenza. Dobbiamo essere politicamente impietosi nei confronti di noi stessi, per questo abbiamo chiesto scusa per quanto accaduto. E’ giusto anche provare vergogna, perché questa vicenda non è degna di un partito di centrosinistra. I diritti sono diritti, non possono essere favori”.

  

Il commissario del Pd in Umbria, Walter Verini (Foto LaPresse)


 

Tuttavia, concede Verini riferendosi a chi ha governato la regione, “anche in questi nove anni Catiuscia Marini ha fatto tante cose importanti, ne rivendichiamo la qualità e i risultati. Ma abbiamo anche capito dove abbiamo sbagliato. Certo, l’erosione del consenso va avanti da anni, come dimostrano i collegi persi alle elezioni politiche dell’anno scorso. Due mesi fa, prima dell’inchiesta, la segreteria del Pd umbro aveva commissionato un sondaggio che dava il centrodestra al 47 per cento e il centrosinistra al 31”. Oggi il centrosinistra, dice Verini, “deve mettere in discussione i propri vizi salvaguardando le tante virtù che ha. A partire dalla scelta dei candidati alle prossime amministrative, da Giuliano Giubilei a Perugia a Luciano Pizzoni a Foligno, entrambe le candidature testimoniano apertura. Dove avevamo sindaci bravi, giovani e perbene che hanno finito il primo mandato li abbiamo riconfermati. Dobbiamo rialzarci partendo anche da loro. La partita è davvero aperta”. Chissà.

  

"L'Umbria ha un problema di classe dirigente," ci dice Verini

Il commissario del Pd: “Serve un partito aperto senza filiere e micronotabili”

 

In realtà nel Pd in molti danno per persa la regione (in quel caso ai Democratici toccherebbero quattro seggi, si capisce bene perché c’è chi non vuole tornare al voto subito) e anche diversi comuni al voto a maggio. “La politica è imprevedibile, anche se è evidente che la dinamica nazionale pesa in una competizione locale e quindi la Lega oggi è favorita”, dice al Foglio Giacomo Leonelli, ex segretario del Pd umbro dal 2014 al 2018, tra i pochi in consiglio regionale nel centrosinistra a voler confermare le dimissioni della governatrice e intenzionato a non votare la mozione del Pd che le chiede di ritirarle. “Basti vedere le elezioni regionali del 2015, quando passarono dal 2 per cento al 14 senza dire una sola parola di Umbria”, dice seduto in un bistrot di Piazza Matteotti, davanti a uno spritz. “Noi dovremo essere più bravi, per questo dobbiamo chiudere una fase storica: ora c’è da ricostruire e rigenerare un partito. Quando ero segretario regionale più volte ho detto ai giovani di mettersi in gioco, ma purtroppo questa indicazione non sempre è stata seguita”.

 

Il problema del Pd umbro non è di facile risoluzione. Da una parte ha da rivendicare le virtù del “sistema”, come viene chiamato anche dallo stesso centrosinistra, e non in senso dispregiativo, dall’altra deve prendere le distanze dalle sue storture. E’ un po’ come il famoso vecchio “groviglio armonioso” a Siena. Dipende da che parte lo guardi, può essere un modello virtuoso o la più asfissiante delle organizzazioni, pronta a dare agli amici e a colpire i non allineati. Leonelli, che a Perugia viene presentato come un candidato presentabile alle prossime regionali (anche se lui non è molto convinto), rivendica gli aspetti positivi del “sistema”. “Il teorema della Lega è che il Pd ‘ha distrutto una regione e deve andare a casa’. In realtà, siamo tra le prime regioni in Italia per export, la seconda per posti negli asili. La sanità, nonostante le indagini, è presa come modello di riferimento a livello nazionale per il rapporto tra costi e servizi. Siamo tra le regioni con meno consumo di suolo. E queste cose le abbiamo fatte noi negli anni di governo di centrosinistra.

  

 

Quindi non c’è nulla da liberare, come dice la retorica leghista. Certo, il Pd ha un problema. Come in altre regioni ex rosse, oggi il centrosinistra viene messo a confronto con quello che era in passato, quando l’Umbria era una regione fatta di grande pervasività del pubblico, il che ha prodotto servizi efficienti e gratuiti ma anche prossimi a qualche dinamica distorta. A oggi non siamo stati in grado di sostituire questo modello e il consenso è andato in crisi venendo meno le risorse pubbliche, venendo meno la capacità di spesa pubblica”. Vecchia storia. A un certo punto, semplicemente, sono finiti i quattrini dappertutto. Anche nelle ex regioni rosse (si pensi al caso Siena, dove l’anno scorso ha vinto il centrodestra). Ma la gente ha continuato a pensare che la politica e i partiti potessero comportarsi come hanno fatto per decenni, trovando lavoro a chi non ne ha e risolvendo certi problemi “alla buona”. La Lega, ma non solo la Lega, ci si è buttata a capofitto.

   

Giacomo Leonelli, ex segretario del Pd umbro dal 2014 al 2018, abbraccia Catiuscia Marini dopo la vittoria alle regionali del 2015 (Foto LaPresse) 


 

Per questo Salvini è convinto di poter vincere agilmente in questa regione. Il Pd invece è costretto a discutere su un’inchiesta appena iniziata ma che ha fatto molti danni. Il vantaggio competitivo sta anche in questo. Peraltro, osserva Leonelli, “mentre altri partiti come la Lega si trovano alle prese con il caso Siri, che è potenzialmente più grave visto che si tratta di corruzione, il Pd ha avuto un contegno mai visto. Nessuno di noi ha parlato di giustizia a orologeria, visto che l’inchiesta sulla sanità scoppia all’alba delle amministrative, quando si voterà in 63 comuni. Sulla vicenda, peraltro, io mi sento garantista. Certo i contenuti delle intercettazioni, a prescindere dall’esito delle vicende giudiziarie, rischiano di minare la credibilità dell’azione del governo regionale”. Non che prima, tuttavia, lo stato di salute del centrosinistra fosse eccellente.

 

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“Certo, qui c’è un sistema migliore di tante altre realtà, per coesione sociale, sostenibilità ambientale, funzionamento delle strutture. La sanità, nonostante le gravi criticità emerse dall’inchiesta umbra, continua a essere un’eccellenza”, dice Verini mentre riprende la macchina per tornare a Roma. “Il problema è che come Pd, come centrosinistra, non ci siamo autorigenerati. Siamo rimasti troppo spesso prigionieri di risse, chiusi e autoreferenziali. Siamo apparsi come il partito delle preferenze, più che come partito delle idee. Della gestione più che della visione e delle concretezze. Magari abbiamo rassicurato pezzi di base sociale, ma non abbiamo visto per tempo la crisi che stava erodendo il nostro consenso”. Il risultato, dice Verini, è che da anni la destra governa più di metà della popolazione umbra. “Già da tempo c’erano segnali di erosione di un sistema che non riesce a essere più espansivo e un virus, si sa, riesce a innestarsi anche in un corpo sano”.

 

Bracalente, che di mestiere è uno statistico e si diverte ad analizzare i flussi elettorali, ha studiato il fenomeno della crisi del Pd. Insieme ad alcuni colleghi ha appena terminato una ricerca sulla contrazione di consenso nelle cosiddette ex regioni rosse, con alcune considerazioni interessanti sull’Umbria. In dieci anni qui il Pd ha dimezzato i suoi consensi. Alle Politiche del 2008, aveva preso 250.641 voti, pari al 44,4 per cento. Alle ultime elezioni, l’anno scorso, quei voti sono diventati 126.856, pari al 24,8 per cento. A guadagnare da questo drastico calo di consenso sono stati un partito nuovo, il M5s, e un partito vecchio, la Lega, passato da essere un movimento etnoregionalista collocato soprattutto nel Nord Italia a organizzazione nazionale e nazionalista. Da un certo momento in poi, però, sono stati soprattutto i leghisti a prendere i voti a sinistra. “Nel 2013 i Cinque stelle avevano preso molti voti da sinistra ma in parte anche da destra, poi c’è stata un’inversione di tendenza”, dice Bracalente. Quand’è che ha cominciato a farsi sentire l’effetto Lega sul voto di sinistra? “Già alle regionali del 2015, soprattutto nell’Alta Umbria, poi nelle politiche del 2018, quando i Cinque stelle in Umbria sono andati un po’ indietro e la Lega ha avuto un grande successo, passando da quasi zero delle Politiche precedenti a oltre 100 mila voti, prendendone una parte dal Pd. Ma molti li ha presi dal M5s, di cui una parte pure di provenienza Pd. Il voto della sinistra alla Lega insomma c’è finito, in qualche misura, anche attraverso un passaggio intermedio, il voto ai Cinque stelle, con il Movimento nel ruolo di traghettatore”.

 

Qualcuno dirà che è colpa del solito Matteo Renzi ma in realtà la crisi era iniziata da prima. “La ‘ditta’ bersaniana nel 2013 ha perso un terzo dei propri voti del 2008 e li ha ceduti in gran parte al M5s. Dopodiché, prima del nuovo grave arretramento del 2018, c’è stata ‘l’onda anomala’ del Pd alle Europee del 2014 che in Umbria l’ha portato ai livelli del partito comunista degli anni d’oro, sul 50 per cento, recuperando oltre metà dei voti ceduti l’anno prima ai Cinque Stelle. Nel 2014 però, contestualmente al successo clamoroso del ‘Pd di Renzi’ alle Europee, c’è stata la sconfitta del ‘Pd amministrativo’ al comune di Perugia, esattamente come a Livorno”. Perché? “Perché una parte degli elettori ha votato il Pd alle Europee ma non alle amministrative, ma soprattutto perché molta parte della sinistra radicale alle comunali di Perugia non ha votato il candidato di centrosinistra, ma liste civiche che poi al ballottaggio si sono alleate con il centrodestra”.

 

Insomma, l’ansia di cambiamento nel 2014 sconvolse il Pd perugino, che fu premiato sì alle Europee ma perse contro Andrea Romizi di Forza Italia, che si presenta oggi per il secondo mandato a Perugia. Il centrosinistra, anche in questo caso, non pare avere molte possibilità. Sarà interessante vedere quanto prenderà il centrodestra, segnatamente la Lega, nelle famose “periferie” che in realtà a Perugia non esistono e si chiamano “frazioni”. E’ lì che il Pd ha perso più voti dal 2013 al 2018, riducendo il proprio consenso del 7,7 per cento. Dallo studio di Bracalente emergono alcuni dati controintuitivi sulla composizione dell’elettorato di M5s e Lega, che sono più forti nelle realtà dove il tasso di occupazione è più elevato e dove non ci sono stranieri. “I due partiti e movimenti, M5s e Lega, che contendono al Pd il ruolo storico che ha avuto nella città, così come nella regione e nell’intera ‘area rossa’ del centro Italia, si sono maggiormente affermati nelle zone non urbane e dove è più elevata la quota di popolazione che lavora e che possiede bassi titoli di studio, senza alcuna relazione significativa con la maggiore o minore densità di immigrati”. Dunque, spiega la ricerca di Bracalente, “sono i lavoratori, dipendenti e autonomi, a basso titolo di studio (operai, artigiani, commercianti) che vivono e lavorano nelle frazioni e nelle aree rurali a costituire il profilo sociale di riferimento sia per il M5s che per la Lega. In quelle stesse componenti sociali si è invece allentato il rapporto non soltanto con il Pd ma con tutte le forze politiche della sinistra”.

 

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Insomma se “autolesionismo” c’è stato è un po’ diverso da quello immaginato da parte del Pd, che in questi anni ha aperto praterie per la Lega umbra, un partito senza classe dirigente e che ha dovuto in parte ereditarla da altri partiti. Come il senatore Luca Briziarelli (ex assistente in regione di Fiammetta Modena, già candidata contro Marini nel 2010 e oggi senatrice di Forza Italia), un tempo nell’esecutivo di Forza Italia giovani, quando la coordinatrice era Beatrice Lorenzin. O Enrico Melasecche, assessore a Terni, che all’inizio della sua carriera era in Forza Italia. Prima, infatti, dire centrodestra in Umbria voleva dire soprattutto Forza Italia. Le cose nel frattempo sono parecchio cambiate, basta vedere Terni dove alle comunali nel 2018 la Lega ha preso il 29 per cento e Forza Italia appena il 9. Oppure basta vedere Bastia Umbra, dove governa già il centrodestra, la Lega (21 per cento alle Politiche 2018) va da sola contro Forza Italia e Fratelli d’Italia e candida un ex assessore della giunta non iscritto alla Lega, Catia Degli Esposti, che al Foglio dice: “Quanto prenderà Forza Italia? Speriamo poco. Hanno un atteggiamento politico sbagliato, con logiche persistenti della vecchia politica. Sono conservatori nel sistema di gestione del paese. Anche in Umbria, ma non solo. Esserci divisi dà un vantaggio al centrosinistra, bisogna vedere però quanto inciderà lo scandalo di Sanitopoli”.

 

Insomma ormai la Lega è diventata un’alternativa anche nello stesso centrodestra? Ed è l’unica vera alternativa? “No anche se ci sono persone che la votano. A parte i gravi danni che il loro governo produce, basta vedere che cosa succede a Terni”, dice Verini. A Terni, dopo nove mesi, si sono dimessi due assessori e nove amministratori comunali (otto consiglieri, un assessore) sono accusati a vario titolo di falso ideologico in atto pubblico. La Lega ternana è stata commissariata, a guidarla ora c’è Barbara Saltamartini. “Non riescono a chiudere un bilancio, come del resto a Montefalco”, aggiunge Verini. L’informazione non è secondaria, visto che il sindaco di Montefalco, piccolo comune di cinquemila e cinquecento abitanti, è la senatrice Donatella Tesei, che Salvini in un recente comizio ha indicato come la prossima “governatrice dell’Umbria”. Il capo leghista la vorrebbe come candidata per le prossime regionali, ma agli avversari non è sfuggito il disavanzo nel bilancio. Il Pd ha detto che ammonta a un milione e seicentomila, la senatrice ha risposto che è un “disavanzo tecnico” di 360 mila euro. Siccome ormai tutto è percezione e sentimento, chissà gli umbri pronti a voltare le spalle al Pd quale numero gradiranno di più.

David Allegranti

David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Su Twitter è @davidallegranti.

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