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Un’alternativa al partito della recessione

Aggiornare l’agenda liberal nell’èra del sovranismo significa mettersi dalla parte di chi considera i nemici della globalizzazione i responsabili della decrescita di un paese. Il congresso del Pd e l’unico vaccino possibile per i leader senza leadership

31 Gennaio 2019 alle 06:00

Un’alternativa al partito della recessione

Tra poco più di un mese, il più grande partito dell’opposizione, ovvero il Pd, sceglierà a quale politico affidare la regia della sua segreteria ma nonostante l’importanza dell’evento l’appuntamento del 3 marzo è circondato da una gigantesca bolla di noia all’interno della quale gli unici elementi capaci di colpire l’attenzione degli elettori coincidono con alcuni temi legati a una questione del tutto secondaria per il futuro del paese: la discontinuità con il passato del Pd.

 

Un partito desideroso di incarnare l’alternativa naturale al governo più pericoloso mai avuto dall’Italia dal Dopoguerra a oggi più che dividersi sul passato avrebbe però il dovere di confrontarsi sul futuro e prima ancora di confrontarsi su ciò che è stato in questi anni il Partito democratico chiunque ambisca a essere il prossimo segretario del Pd dovrebbe occuparsi di un tema prioritario che potrebbe suonare così: cosa fare per evitare che il bipolarismo del futuro sia dominato da partiti ostaggi della chiusura predisposti naturalmente a offrire agli elettori supbrime del madurismo?

 

Il congresso del Pd difficilmente offrirà all’Italia un leader capace di competere alla pari con gli attuali caudilli della democrazia – la lotta contro il leaderismo spingerà il Pd ad avere un partito senza leadership? – ma il percorso congressuale può avere un senso a condizione che il prossimo segretario scelga di occupare in modo categorico, e non poco poco come direbbe l’Elefantino, lo spazio politico lasciato sguarnito dai signorotti del sovranismo: la magnifica Italia dell’apertura convinta cioè che l’unico modo per generare prosperità sia combattere la povertà e non la ricchezza.

 

Un buon candidato alla segreteria del Pd, desideroso di parlare non alla maggioranza degli iscritti al suo partito ma alla maggioranza degli elettori italiani, dovrebbe partire da qui e avere il coraggio di riconoscere che la ragione per cui oggi buona parte dell’Italia considera la Lega l’alternativa naturale al governo Salvini-Di Maio non dipende dall’assenza di idee alternative a quelle del governo ma dall’assenza di un partito capace di trasformare le idee alternative in una piattaforma credibile per rilanciare il paese. E per farlo, oltre a salvaguardare il sogno di un partito non reducista lontano dai modelli novecenteschi della lotta di classe, il prossimo segretario dovrà rendersi conto che ciò che è stato fatto finora dal Pd non è stato non necessario, come ha spiegato Massimo D’Alema ieri in una intervista alla Stampa, ma è stato non sufficiente.

 

Lo dovrà fare il Pd non rinnegando ciò che sarà difficile cambiare per un qualsiasi segretario, ovvero la difesa della scienza, dei vaccini, del garantismo, dello stato di diritto, dell’Europa, delle imprese, delle grandi opere; non perdendo di vista il fatto che la nascita di un comitato di liberazione anti sovranista può prendere forma solo evitando che i satelliti che nasceranno attorno al Pd siano il frutto di inutili scissioni interne al partito; e non dimenticando infine che essere a favore dell’Europa non significa essere a favore dello status quo ma significa essere dalla parte del futuro, dalla parte dell’integrazione, dalla parte della solidarietà, dalla parte di considera il progresso una fonte di opportunità e non di paura, dalla parte di chi si ricorda che dove passano le merci di solito non passano gli eserciti. Aggiornare l’agenda liberal nell’èra del sovranismo non significa mettersi dalla stessa parte di chi considera la globalizzazione come il virus che ha infettato l’occidente ma significa più semplicemente mettersi dalla stessa parte di chi considera i nemici della globalizzazione i primi responsabili della decrescita di un paese.

 

Oggi, come ha anticipato ieri il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, l’Istat dovrebbe dichiarare “una ulteriore contrazione del pil nel quarto trimestre del 2018” e se così fosse l’Italia entrerebbe ufficialmente nella spirale di una recessione tecnica generata non solo dal ciclo internazionale, e dall’escalation delle politiche protezioniste degli amici americani di Balconaro e Cialtronaro, ma anche dall’impatto recessivo avuto dal governo del cambiamento sull’economia italiana. L’alternativa al partito unico della recessione non può nascere brucando sullo stesso terreno di chi ha portato il paese verso la decrescita infelice (eccolo il boom!) ma deve nascere presidiando il fronte contrario di chi ha chiaro in testa che un paese come l’Italia ha urgente bisogno di un partito che sappia valorizzare il potenziale economico esistente nel nostro paese scommettendo sull’innovazione, gli investimenti privati, i capitali stranieri, la ricerca, la produttività, la concorrenza, il commercio internazionale, la lotta per avere salari più alti. Nel Pd che si avvicina alle primarie del 4 marzo non c’è traccia di un leader che abbia le caratteristiche giuste per essere qualcosa di diverso da un onesto amministratore di partito. Ma nell’Italia di oggi lo spazio per una risposta al pensiero unico sovranista esiste eccome e l’unico modo per provare a occupare l’autostrada dell’alternativa è scegliere con coraggio di ribellarsi al bipolarismo populista e presidiare l’unico terreno che può ridare vitalità all’Italia: non il terreno del cambiamento populista ma il terreno dell’apertura unico vaccino contro i buffoni in fuga dalla realtà.

Claudio Cerasa

Claudio Cerasa

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    31 Gennaio 2019 - 17:05

    Liberal - Liberale. La grafia e la fonetica che ingannano. La cosiddetta sinistra liberale, non è la stessa cosa della sinistra progressista e democratica. Infatti quest’ultima corrisponde ai Liberal. Semplificando, Renzi, Calenda = sinistra liberale, Martina, Orlando = Liberal. Il perenne, nativo iato, della cultura di sinistra, aggiustamenti contingenti e tattiche a parte: riformisti e massimalisti. Il Congresso non andrà oltre il “poco, poco”. Cioè l'inconcludenza politica. Fidatevi di Ferrara.

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  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    31 Gennaio 2019 - 10:10

    L'unica realtà da cui i "buffoni" sono in fuga è quella lasciata in eredità da Renzino & company, e bene che fanno. Combattere la povertà è quello che ha fatto il PD in tutti questi anni? Se si crede a questo allora si crede anche a Babbo Natale. Hanno inventato gli 80 euro al cui confronto brilla perfino il reddito di cittadinanza. Il PD (ed i suoi antenati) prima ancora che dannoso è il partito più inutile che esista, sempre in ritardo di una generazione sulla comprensione degli eventi, ma sempre pronto ad impartire lezioni di vita a tutti. Votarono contro il Cav. in Senato, si ritrovano a votare contro il Cap. sempre in Senato, piattume pernicioso unico al mondo. Ora per la soddisfazione di tutti riproveranno ad un approccio coi 5S, dicono per riprendersi i voti. Complimenti vivissimi

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    • borlavanna

      31 Gennaio 2019 - 19:07

      Beh, io stavo meglio prima guardi un po'. Stamattina al mercato ho notato che i neri mendicanti erano più del solito. Forse anziché degli 80 euro sarebbe meglio che i suoi ragionamenti fossero dedicati alla chiusura degli Sprar.

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    • Skybolt

      31 Gennaio 2019 - 18:06

      Egregio Lorenzo, si tratta di gestione del potere. PD senza potere non esiste. Il divertente è che il potere che gestisce il PD oggi è quello che gli regalò la DC negli anni '70 come "compromesso storico" pratico (dal punto di vista amministrativo, figlio anche dell'attuazione delle regioni).

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