“Con noi solo chi non vuole parlare con Lega e M5s”, dice Calenda

Valerio Valentini

I dubbi dell’ex ministro: “Se il fronte europeista si smonta, rinuncio a candidarmi. Il congresso del Pd? Non dico per chi voto”

Roma. Prima, doverosa, la precisazione. “Ditemi”. Non è che per combattere i populisti, per prima cosa, Carlo Calenda, ne mutua i toni? “Vi riferite al tweet su Mario Ricciardi?”. Quello. Dire a un giornalista di “muovere le chiappe”, anziché ribattere sul merito delle sue critiche, non è il massimo dello stile. “Quella di Ricciardi – dice l’ex ministro dello Sviluppo economico – era dileggio”. Esprimeva perplessità in merito al suo progetto. “La mia è stata una risposta sopra le righe. Ma non sopporto più questi editoriali inconcludenti di chi al mattino urla alla deriva autoritaria e il pomeriggio boccia tutte le iniziative di chi prova ad opporvisi”.

 

Proprio a questo serve il manifesto di Calenda: per una lista unica, europeista, in vista delle elezioni di maggio. “Non ci sto lavorando da solo. Questo progetto sarebbe impensabile senza l’aiuto dei sindaci Sala e Gori, e senza il sostegno di 140 mila cittadini che hanno già firmato il manifesto ‘Siamo europei’”. Eppure, uno dei possibili aderenti, il partito + Europa, si è già tirato indietro. “Benedetto Della Vedova, al quale vanno i miei auguri per il suo nuovo incarico di segretario, preferisce puntare al 4 per cento: è una sua scelta, la rispetto. Tanti auguri”.

 

Ma il rischio che, pezzo per pezzo, il puzzle che lei aveva in mente venga giù, non lo vede? “Certo che lo vedo, e pure concreto”. Non è che, alla fine, tutto si risolverà in un comitato elettorale per Calenda? “Se fosse stato quello l’obiettivo, me ne sarei rimasto tranquillo: il Pd mi aveva già garantito un posto sicuro in lista, alle prossime europee. Così, invece, potrebbe anche essere che tutta l’operazione salti”. Insomma, la sua candidatura non è scontata? “Per ora tutti e tre gli aspiranti segretari del Pd si sono detti favorevoli alla nostra iniziativa”. Ma lei ha un candidato ideale: Zingaretti, Martina o Giachetti? “Non mi metto a dire per chi voto. Aspetto però di capire se il prossimo segretario accetterà di allargare il fronte dei progressisti o se invece farà una operazione identitaria. Ma io, sia chiaro, non voglio essere il portabandiera del solo Pd: se l’operazione si smontasse, decadrebbe anche la mia candidatura”.

 

L’idea è quella di allargare il campo degli antisovranisti. “Creare un fronte vasto, sì, progressista e liberale, e niente affatto conservatore. Ma la nostra identità non si fonda certo solo sull’essere contro Lega e M5s”. E però la chiusura a qualsiasi forma di dialogo con i due partiti al governo è un prerequisito. “Non può che essere così. Penso ad Antonio Tajani, che quando è pomposamente seduto sul suo scranno di presidente del Parlamento europeo tuona contro i sovranisti, e quando torna in Italia omaggia Salvini implorandolo di sganciarsi dal M5s. Così non funziona”. Un messaggio indirizzato anche a una parte del Pd, che invece ammicca ai grillini? “Un appello alla chiarezza: la nostra alterità a Di Maio e Salvini è evidente. Ma non per pregiudizi ideologici: la nostra iniziativa si fonda sulla volontà di riaffermare dei principi irrinunciabili dello stato di diritto, e dunque è inconcepibile l’idea di instaurare una qualsiasi forma di collaborazione con chi quei principi li calpesta quotidianamente. E su questo, credo ci siano delle convergenze possibili anche con gli amici di Leu, oltreché con pezzi del centrodestra che non si riconosce nel salvinismo più becero”.

 

A proposito, lei prenderà parte alla staffetta dei parlamentari del Pd sulla Sea Watch, ancora ferma al largo di Siracusa? “Non me l’hanno chiesto, ma ovviamente mi unisco alla richiesta di chi di dice che quei 47 migranti vanno fatti sbarcare tutti e subito. Salvini ha allestito l’ennesima sceneggiata, ma non è certo così che si affronta il problema dell’immigrazione. Semmai, col suo decreto, il ministro dell’Interno ha peggiorato la situazione, smantellando l’unico sistema decente di integrazione, quello degli Sprar”. Intanto i grillini rivendicano il reddito di cittadinanza. “Una misura sbagliata. E non perché l’Italia non abbia estremo bisogno di un ammortizzatore universale contro la povertà. Al contrario, è sacrosanto. Ma questo provvedimento è demenziale: se le soglie del reddito di cittadinanza superano quelle del reddito da lavoro, a finanziare il sussidio sarà chi in realtà, pur lavorando, vive situazioni di disagio, e sarà costretto a pagare di più a causa dell’aumento delle tasse. Ed è un clamoroso errore”.

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