“Caro Orlando, Lega e 5 stelle attaccano la democrazia da anni”. Parla Antonello Giacomelli

David Allegranti

“L’ex ministro non è ambiguo come Zingaretti, ma… Il manifesto di Calenda? Status quo”, dice l'ex sottosegretario. I dati del congresso

Roma. Il deputato Antonello Giacomelli, già sottosegretario alle comunicazioni nei precedenti governi, non sa se sta peggio la sua Inter o il Pd. “Diciamo che l’Inter è in tono con tutto il resto…”. Ha letto l’intervista di Andrea Orlando al Foglio di ieri. “Il merito di Orlando è di esplicitare con chiarezza, senza le ambigue contorsioni di Zingaretti, un punto di vista politico che personalmente non condivido ma che merita una discussione seria”, dice Giacomelli, sostenitore di Martina al congresso del Pd (tra gli iscritti, Zingaretti avanti con il 49,1 per cento, poi Martina con il 35,1 e Giachetti con l’11,3).

 

“Orlando dice che mentre il voto alla Lega è strutturato, quello ai Cinque stelle ha motivazioni diverse, più eterogenee. A me pare però che al di là delle motivazioni individuali di ogni elettore ci sia un tratto comune in entrambi i partiti che viene coltivato da anni e cioè l’attacco alla democrazia rappresentativa e alle istituzioni”. Il dato preoccupante è che “entrambi hanno relazioni internazionali analoghe con forze e soggetti che hanno l’Europa nel mirino”.

 

Il Pd ha certamente perso voti in questi anni, ma intanto, dice Giacomelli, “bisognerebbe fare un ragionamento sul perché abbiamo vinto”. Vinto? “Sì, alle Europee del 2014 abbiamo vinto proponendo una visione di cambiamento profondo, magari con tratti anche discutibili – vedi la rottamazione – ma in quel momento la nostra posizione era percepita come fortemente critica, protesa al cambiamento. Abbiamo drenato il consenso di chi chiedeva un cambiamento molto forte. Negli anni di governo abbiamo fatto politiche di cambiamento vero, con un tasso di riforme altissimo. Ma il fatto di esserne orgoglioso non mi impedisce di vederne i limiti”. Quali? “Abbiamo compiuto l’impresa di portare il paese dalla crisi alla crescita e abbiamo pensato che ciò comportasse un beneficio diffuso in termini di redistribuzione, trascurando il fatto che nel mercato globale questo non accade; quindi la crescita c’è stata solo nella parte alta della piramide sociale. Il limite che abbiamo avuto è non aver saputo mettere in campo politiche forti e innovative di redistribuzione”.

 

Il Pd, adesso, in queste condizioni, non basta a tornare maggioranza, per questo “dobbiamo recuperare una dimensione di riformismo radicale, molto più di quello che abbiamo fatto. Il riferimento deve essere alla dottrina sociale della chiesa, che attacca frontalmente il modello economico e sociale di oggi, che parla di finanza predatoria, quella che rischia di confinare in modo crescente uomini e donne ai margini. Servono nuove forme di economia e di finanza, che abbiano al centro i beni comuni e le persone. Noi invece abbiamo dato l’impressione di voler riproporre un modello economico sociale che era avvertito come generatore di disuguaglianze”. Insomma, dice Giacomelli, “serve un modello che tenga insieme la crescita ma anche l’equità e la redistribuzione. Oggi le istituzioni nazionali non sono in grado di far da contrappeso al mercato globale, che rischia di essere non la esaltazione della libertà ma il regno dell’ingiustizia, dei pochi contro tanti”.

  

E il manifesto di Calenda? Neanche quello lo convince troppo. “E’ un’idea difensiva dell’Europa attualmente esistente. Dobbiamo proporre una visione di Europa diversa, sostenere in modo forte che gli stati devono cedere sovranità, in modo che il parlamento europeo voti la fiducia a un governo, che altrimenti non avrà mai poteri reali. Se noi non facciamo questo, ci rassegniamo a un’Europa burocratica che non è in grado di contrastare le dinamiche di esclusione della cittadinanza dalle decisioni. Altrimenti tutto si riduce a negoziazioni tra alti dirigenti degli stati e dei ministeri economici. Servono strumenti efficaci per introdurre politiche redistribuzione, insomma per completare il processo europeo. Socialisti e democratici devono declinare un’idea diversa non schierarsi insieme conservatori e difendere quello che c’è”.

  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.