“Lega e Cinque stelle non sono pari”, dice Andrea Orlando

David Allegranti

L'ex ministro della Giustizia: “Riconquistiamo gli elettori grillini”. E sul congresso: “Le primarie del Pd non bastano più, cambiamo le regole”

Roma. Transatlantico, lunedì mattina, divanetti. Non c’è quasi nessuno. Andrea Orlando non è riuscito a scampare all’acquazzone. Potrebbe sembrare un’immagine che riassume lo stato del Pd dal 4 marzo a oggi. Da più parti si dice che il congresso attualmente in corso non risolverà i problemi della sinistra. Orlando, il cappotto umido per l’acqua, le mani intrecciate, annuisce e risponde. “Non li può risolvere perché è un meccanismo inadeguato a questa sfida”, dice al Foglio. “Sono regole pensate per il bipolarismo e un sistema maggioritario, con l’impianto politico-culturale - dato per presupposto - degli anni Novanta. Tutte cose che oggi non ci sono più. Noi però continuiamo a replicare il meccanismo. Il congresso è certamente un passaggio necessario ma non più sufficiente. Come area del Pd, avevamo dato un’apertura di credito a Maurizio Martina perché fossero riviste le regole, invece incomprensibilmente si procede con quelle vecchie. Avremmo potuto modificarle e aprire così una discussione fondativa, puntando sull’elaborazione politica e programmatica, invece il congresso si è ridotto ancora una volta all’aspetto della competizione. E’ una mia fissazione, ma penso che già dalla sconfitta al referendum avremmo avuto bisogno di un momento di ripensamento politico e programmatico”. In che modo? “Avevo proposto di modificare le regole introducendo una prima fase nella quale si discutessero le piattaforme politiche senza candidatura, spostando dunque alla seconda fase la scelta della leadership”. 

  

 

Tuttavia, è la proposta che Orlando lancia sul Foglio, “i principali candidati potrebbero già provare a rimediare trovando un accordo e stabilendo che subito dopo il congresso si insedierà una commissione con un mandato pieno a rivedere le regole dello statuto del Pd”. Le primarie non sono più sufficienti? “No, non lo sono più. Hanno una loro utilità ma non bastano a definire una piattaforma condivisa in modo largo. Altrimenti, la discussione rischia di essere solo congiunturale: ‘Ti vuoi alleare con i Cinque stelle, sì o no?’, oppure ‘Tu hai dato le cifre sbagliate, no sono quelle giuste’. Questa però non è una discussione all’altezza della profondità della crisi della sinistra, non solo italiana. Una delle ragioni per cui ho deciso di sostenere Nicola Zingaretti è che lui ha posto questo tema con maggiore forza. La discussione non può essere, come diceva Renzi e come dice oggi Martina – il cui posizionamento è cambiato sulla base degli azionisti che lo sostengono – solo sul grado di orgoglio delle cose fatte, ma su quello che dobbiamo ancora fare; sulla frattura fra popolo ed élite, su come si declina il tema della giustizia sociale. Questi temi sono presenti nelle mozioni, certo ma non sono sono diventati il centro del confronto tra i candidati”.

 

 

Insomma, il congresso è importante ma è un passaggio che, dice Orlando, “non risolve alcuni problemi. Che lettura diamo della globalizzazione? Come pensiamo di ridurre le diseguaglianze? Ecco, prima di occuparci di leadership dovremmo preoccuparci di dire che cosa siamo”. Il paradosso, dice Orlando “è che abbiamo uno statuto che ti invita a confliggere. Si dice: ma perché voi litigate sempre? Ecco, il primo articolo dello statuto è: litigate. Nel senso che se non ti costruisci un tuo profilo distinto non sei in grado di stare nella competizione politica, perché è basato su una logica esclusivamente competitiva e non cooperativa”. Insomma, nel Pd oggi non ci sono regole e una procedura “che portano a una sintesi”. Questa situazione ha funzionato “relativamente bene finché il sistema di valori condiviso e il programma fondamentale erano presupposti. Dalla crisi del 2008, quindi quasi subito, e dalle diverse sconfitte in poi è emerso che questa piattaforma – che poi è quella della post-socialdemocrazia, della Terza Via – non funziona più. Dal momento in cui questi meccanismi non hanno più funzionato, avremmo avuto bisogno di rimetterci attorno a un tavolo senza finalità di competizione immediata. Avremmo bisogno di un grande momento di discussione non contingente e non legata ai posizionamenti. Avremmo avuto bisogno di una Bad Godesberg nella quale pensare al riposizionamento dell’offerta politica”. 

 

L’altra proposta di Orlando, oltre a quella di modificare lo statuto del Pd, parte dalla “spinta del manifesto di Calenda”: un documento per una “nuova Europa”, sempre da sottoporre ai tre principali candidati al congresso. “Nel manifesto di Calenda credo che ci siano delle cose indubbiamente interessanti, gli va riconosciuto il merito di aver imposto a un pubblico largo un tema che è sicuramente cruciale. Però non mi convincono due cose e questo”, dice Orlando sorridendo, “può costarmi la vita, perché ho visto le reazioni appena si fa qualche critica. Anzitutto, non mi convince che in quel manifesto non ci sia una ricostruzione delle ragioni per cui l’Europa è entrata in crisi. Non c’è una critica alle politiche del rigore, al mancato utilizzo della cooperazione rafforzata su alcuni temi in questi anni. Calenda è in buona compagnia perché anche il Pd ha fatto così. Altrimenti non avrebbe candidato Timmermans a capo della commissione. I populisti hanno avuto come alleati i gestori dell’ordinaria amministrazione in questi anni a livello europeo. Si è andati avanti con il pilota automatico su una politica che non ha affrontato la questione sociale, non ha affrontato il tema degli investimenti e ha indicato degli obiettivi senza raggiungerli, penso alla giustizia e alla difesa. I conservatori, ai quali tutto sommato si pensa di rivolgere un appello, hanno aperto la strada a un senso di insofferenza nei confronti dell’Europa, per le politiche e per le mancate riforme. Popolari e socialisti insieme non hanno saputo offrire un’alternativa radicale a questa impostazione. Dunque quando noi diciamo Europa, dobbiamo anche suggerire le vie per costruire un’altra Europa. E’ evidente che questa non ha funzionato, è apparsa distante, inadeguata ad affrontare la crisi”. 

 

L’altra cosa che a Orlando non torna del documento di Calenda è che “non c’è una proposta sull’architettura istituzionale. O noi rilegittimiamo democraticamente l’Europa, o altrimenti la deriva nazionalistica rischia di apparire alla crisi della democrazia rappresentativa”. E come la si rilegittima? “Con l’elezione diretta dei vertici europei e con la nascita di partiti politici europei. Il fatto che i congressi dei partiti politici delle grandi famiglie europee siano ancora una specie di club per pensionati è un favore che si fa ai sovranisti e a quelli che non si pongono il tema delle nuove famiglie europee. Sarebbe un grande momento cofondativo dell’Europa. Pensi se in tutti i paesi europei allo stesso momento ci fosse un grande congresso del Pse, con tutti gli iscritti che partecipano alla costruzione di una piattaforma. Invece il Pse continua a essere solo un club molto ristretto in cui si vedono quelli che si occupano di Europa all’interno dei partiti politici, di cui non parla nessuno e che non ha alcun rapporto diretto con l’elettorato”.

 

Dunque il Pd non deve uscire dal Pse, “penso che indeboliremmo la nostra posizione. Mentre invece dovremmo fare una battaglia nel Pse perché allarghi i suoi confini”. A chi? “A tutta la sinistra post-socialista, penso a Syriza, penso ai movimenti che si sono sviluppati, ai socialisti olandesi a una interlocuzione con i Verdi. Nel consiglio d’Europa, i verdi e i socialisti sono nello stesso gruppo. E poi è evidente se nel Ppe va avanti una ‘orbanizzazione’ ci saranno dei pezzi di quel mondo che entreranno in sofferenza. Penso che andrebbe fatta un’offerta in quella direzione. E poi c’è il fatto nuovo spagnolo, che apre una riflessione; perché la coabitazione tra Podemos e socialisti dimostra che Podemos non è il M5s spagnolo ma un’altra cosa”. Quindi “quantomeno un’interlocuzione con quel mondo è possibile. L’autocritica sul rigore e l’austerità è più sviluppata nelle forze di estrazione cristiana che non nelle forze liberali, dove invece continuano a prevalere tutti i dogmi degli anni Novanta. Una seria riflessione sull’efficacia dei trattati, su un’impostazione esclusivamente liberista non è stata ancora fatta da quelle parti”.

 

E in Italia il Pd con chi dovrebbe dialogare? “La sinistra deve fare seriamente i conti con il fatto che la globalizzazione non guidata provoca delle diseguaglianze molto forti nella società. Si è pensato che queste diseguaglianze si sarebbero risolte da sole, invece c’è bisogno di una politica che venga prima dell’economia. Io non penso che ci siano molte forze disponibili e orientate a condividere questa impostazione. Da un lato hai i sovranisti e con posizioni antieuropee, seppur con nuance diverse. E dall’altra ha un’idea vecchia dell’Europa, legata all’Europa come mercato”. Insomma, gli interlocutori politici sono pochi, quindi bisogna rivolgersi alla società. “Diciamo ‘nessuna alleanza con i Cinque stelle’ però dobbiamo parlare al loro elettorato. Perché è un elettorato che ha ritenuto che non fossimo in grado di avanzare una proposta politica in grado di garantire elementi di uguaglianza sociale. Noi dobbiamo provare a costruire un’Europa dell’uguaglianza sociale, che riduca le asimmetrie”. Così, dice Orlando, “potremmo riconquistare pezzi di opinione pubblica del Mezzogiorno e di settori popolari della società. Questa proposta dunque può parlare più a soggetti sociali che non a soggetti politici. Tanto più che non mi pare che Forza Italia voglia aderire a un fronte, così come non mi pare che voglia farlo Più Europa. Dobbiamo tenere in mente una piattaforma di europeismo progressista che sia in grado di riconquistare pezzi di società”.

 

Alcune forze “si sono impossessate di un pezzo di elettorato sensibile a queste parole d’ordine; forze politiche che lo portano su una deriva antieuropea”. Le forze in questione sono Lega e Cinque stelle, ma, dice Orlando, “a me non convince l’equiparazione Cinque stelle uguale Lega”. Non sono pari? “No. E’ vero che c’è stato anche un spostamento degli elettori dal Pd alla Lega. Però chi ha votato Lega – al quale non dobbiamo rinunciare a rivolgerci perché un partito politico deve rivolgersi a tutti – ha deciso di aderire a una proposta politica fortemente strutturata, che dà una risposta autoritaria e d’ordine al tema dell’insicurezza generata dalla globalizzazione; è lo stesso movimento che è stato determinato negli anni Trenta, quando dalle forze popolari di sinistra c’è stato uno spostamento verso le forze nazionaliste di destra: di fronte all’insicurezza globale decido di affidarmi a una risposta gerarchica. Il M5s è una cosa più complicata, perché non c’è un passaggio così irreversibile. La proposta del M5s contiene elementi di forte ambiguità, per questo penso che chi l’ha votato sia più riconquistabile. Il voto alla Lega è invece più fidelizzato. Una proposta dunque che tenga insieme rinnovamento della democrazia, rinnovamento dell’Europa e giustizia sociale può essere in grado di riconquistare l’elettorato dei Cinque stelle”.

 

Ma come può voler rinnovare la democrazia chi ha votato un partito che mostra una certa allergia ai meccanismi democratici? “Io non credo che il 50 per cento conquistato nella provincia di Cosenza sia dovuto all’adesione alla piattaforma Rousseau. E’ stato un voto in larga parte per manifestare un’insofferenza rispetto alla vecchia rappresentanza tradizionale e all’inadeguatezza delle politiche sul Mezzogiorno. Io non credo che tutti gli elettori del m5s siano conquistati dalle impostazioni No vax, io ne conosco tanti che la pensano come me su questi temi. Il grande successo del M5s è dovuto alla critica delle élite, alla loro inadeguatezza (e se guardiamo pezzi di ceto politico tradizionale del Sud non è difficile capire perché). Per dirla in altre parole, mi sembra più il frutto di un’incazzatura  perché non arrivi in fondo al mese che di un’adesione alla democrazia di Casaleggio”. 

  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.