I gadget presentati alla conferenza stampa del M5s, Quello che diciamo facciamo" (foto LaPresse)

Di Maio e i barattoli del cambiamento. Dal boom economico alla recessione

Salvatore Merlo

Tramortito tra i dati economici negativi e il processo a Salvini per la Diciotti, il capo del M5s riemerge da due giorni di silenzio

Roma. Dopo 36 ore di coma davanti alla piroetta di Salvini – “mi faccio processare”, “no non mi faccio processare” – Luigi Di Maio riemerge con uno slogan fresco della ditta: “Noi facciamo quello che diciamo”. Non si sa bene se la rivendicazione di coerenza si riferisca al “Salvini deve rinunciare all’immunità” pronunciata da Alessandro Di Battista il 27 gennaio, o al “non è giusto processare Salvini” di due giorni dopo. Ma i soliti bene informati sostengono che Di Maio stia invece rivendicando quel “è la vigilia di un nuovo boom economico” che l’Istat ha così confermato giovedì: “Inizia la recessione”. 

  

E’ l’economia, bellezza. Viscida non meno del capitone a Capodanno, guizza, scivola, sguscia: la prendi in crescita, ti sfugge, e quando la recuperi da sotto il letto sta già in recessione. D’altra parte né con il capitone né con l’economia si scherza.
Ma Giggino Di Maio, riemerso giovedì in un’aula della Camera, circondato da cavalletti coperti da drappi rossi come in una sala d’aste, sicuro di sé di fronte a un pubblico di giornalisti e deputati grillini a cui rivelare miracoli come un telebanditore d’esperienza, ha dimostrato d’essere uno che non si perde d’animo facilmente. E infatti il vicepremier fa lo sguardo assassino, pensoso, gravoso, meditativo, amicale. Ogni tanto pure sveglio. “Ci avevano raccontato che la crisi è finita”, dice a un certo punto. “E invece i dati Istat sulla recessione adesso certificano la fine dei partiti che hanno governato fin qua”. Applauso dei deputati. Poi: “Noi siamo diversi. Noi siamo quelli che se lo diciamo lo facciamo”. Frase totemica. Stampigliata ovunque. Altro applauso. Segue elenco dei trionfi: reddito di cittadinanza, bye bye Fornero, taglio dei vitalizi, pensioni d’oro, spazzacorrotti… tutto si traduce e riassume e replica in numerosi e vivaci cartelli dal linguaggio inconfondibilmente pubblicitario. Si capisce che i ragazzi al governo vogliono il voto alle europee come il gatto i croccantini. E ci mancherebbe.
Intanto però, mentre Di Maio parla, mentre il messaggio vira verso l’euforia incontenibile – tipo: “La spazzacorrotti è la migliore legge mai approvata nella storia di questo paese” (on. Vittoria Baldino) – e mentre i parlamentari Cinque stelle annuiscono sorridenti, inebriati dal clima iperbolico, ecco che l’attenzione generale si poggia però su un tavolo alla sinistra di Di Maio. “Ma che sono, barattoli?”.

 

Sì. Barattoli di latta. Barattoli che richiamano il rosso di un antico pelato di gran moda, “oggi così, domani Pomì”. Etichettati. Sigillati. Pieni. Ma non barattoli qualsiasi. Più semplicemente, più poeticamente, più politicamente: trattasi dei barattoli del cambiamento. Su uno c’è scritto “reddito di cittadinanza”. Su un altro “addio Air Force Renzi”. Su un altro ancora “Daspo ai corrotti”. Santi barattoli, che l’azione grillina riempie. Bisogna proprio immaginarsi il momento in cui allo staff della comunicazione – Rocco? Dettori? Virgulti? Chi? – è venuto in mente: nessuna metafora del cambiamento è più capiente del necessario e promettente barattolo. Né simbolo più appropriato, né oggetto merceologicamente più espressivo poteva essere opzionato. E infatti siamo tutti clienti al gran bazar di Giggino Di Maio che stappa barattoli: “Dal primo gennaio abbiamo iniziato a dare nuovo corso economico all’Italia per portare il paese fuori dalla crisi”. Poi: “Col reddito di cittadinanza ci saranno milioni di nuovi posti di lavoro”. E ancora: “L’Ue ci dice che non possiamo risarcire i truffati dalle banche, ma noi lo faremo comunque”. E di nuovo: “Faremo aumentare la domanda interna”. E la recessione? “Sono stati gli altri”. Quindi: “Il M5s ha cambiato il paese. Noi siamo quelli che fanno quello che dicono”. Da domani, promettono, i deputati andranno a dirlo in giro per l’Italia. Che inverno, l’inverno del 2019: tutti gli evangelizzatori del verbo all’opera. Che ciascuno porti un barattolo! Ma Salvini? Come voterete sul processo a Salvini? Fate quello che dite o non dite quello che fate? “Arrivederci e buongiorno”.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.