Matteo Salvini, Giuseppe Conte e Luigi Di Maio (foto LaPresse)

Il cambiamento è decrescita: è finita la pacchia

Claudio Cerasa

La recessione non è un meteorite, è il risultato naturale di un contratto di governo suicida e irresponsabile

Il vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio – commentando la notizia del giorno di ieri, ovvero che dopo quattordici trimestri consecutivi di crescita l’Italia ha collezionato due trimestri consecutivi di decrescita entrando ufficialmente in recessione tecnica: boom! – ha mostrato scarsa preoccupazione per lo stato della nostra economia e ha sostenuto che il calo vertiginoso del pil sia il risultato logico di ciò che è stato fatto in passato dal governo precedente. La suggestiva tesi di Luigi Di Maio – deve essere in effetti solo un caso che il crollo della fiducia, il crollo della produzione industriale, il crollo del fatturato dei servizi, il crollo della capitalizzazione della Borsa, il crollo della crescita, il crollo della domanda interna, l’aumento dei rendimenti di titoli di stato siano stati registrati in coincidenza con l’arrivo al governo dei campioni del cambiamento populista – è che per l’Italia il meglio debba ancora venire e naturalmente noi tutti ci auguriamo che il ministro Balconaro e il suo collega Cialtronaro riescano a invertire presto il trend della decrescita.

 

Sfortunatamente però ciò che il governo del cambiamento fa finta di non comprendere – e che porta noi ottimisti di natura a essere pessimisti per il futuro dell’Italia – è che l’unica possibilità che ha il nostro paese per combattere la recessione è prendere il contratto di governo, strapparlo e infilarlo velocemente nello sciacquone della storia. Luigi Di Maio e Matteo Salvini non potranno mai ammetterlo e potranno anche sostenere che il calo del pil è frutto di un complotto delle élite europee in combutta con il Bilderberg, la Trilateral, le sirene, le scie chimiche, i rettiliani, i Savi di Sion, i parenti di Renzi e i cugini di Juncker. Eppure la verità ormai è sotto gli occhi di tutti: la recessione italiana non è figlia del passato ma è purtroppo figlia di un presente dominato da un governo irresponsabile che ha fatto di tutto per alimentare la sfiducia nel paese, allontanando i capitali stranieri, disincentivando le imprese ad assumere, disinteressandosi del debito pubblico, giocando con lo stato di diritto, combattendo le grandi opere, aumentando le tasse, mettendo in sofferenza le banche e destinando le poche risorse messe insieme con la legge di Stabilità non a investimenti sul futuro ma a politiche assistenzialiste.

 

Da questo punto di vista, la decrescita italiana – il nostro paese è l’unico nell’Eurozona a essere in recessione tecnica, è l’unico paese Ocse ad aver registrato un calo dell’occupazione nel terzo trimestre del 2018 e i dati Istat di ieri ci ricordano che da quando c’è il governo del cambiamento in Italia ci sono 76 mila occupati in meno, 123 mila a tempo indeterminato in meno, 84 mila precari in più – non è come un meteorite arrivato improvvisamente nel nostro paese ma è al contrario la conseguenza diretta e progressiva di un approccio politico ben definito comunicato al paese attraverso il contratto di governo.

 

Il ministro Giovanni Tria ha ragione quando dice che l’Italia non è l’unico paese ad avere peggiorato nel 2018 il suo pil ma dimentica di dire che l’Italia è l’unico paese in Europa ad aver imboccato un percorso destinato ad alimentare in modo progressivo la recessione globale. Lo ha fatto, come abbiamo detto, aggredendo tutte le riforme che negli ultimi sette anni hanno permesso all’Italia di ritornare a crescere e a creare posti di lavoro. Ma lo ha fatto anche mostrando un totale disinteresse rispetto ai problemi strutturali che rendono da anni l’Italia la grande lumaca d’Europa. La crescita bassa dell’Italia, come ricordato in uno splendido pamphlet firmato da Alberto Alesina, Carlo Favero e Francesco Giavazzi che sarà in libreria da oggi con Rizzoli (“Austerità”), non ha a che fare né con l’euro né con i Savi di Sion ma ha a che fare piuttosto con un sistema economico gravato da tasse eccessive, spese eccessive, debiti eccessivi, inefficienze eccessive, burocrazie eccessive e improduttività eccessive.

 

Un paese che ha a cuore più la parola crescita che la parola decrescita sceglie inevitabilmente di ridurre le tasse, le spese, il debito, le inefficienze e aumentare la produttività mentre un paese che si accinge a fare il contrario come l’Italia è destinato a crescere poco quando gli altri paesi d’Europa crescono e decrescere molto quando gli altri paesi decrescono. “In un paese ad alto debito pubblico – scrivono Alesina, Favero e Giavazzi – la strada per evitare il rischio di panico è rimanere al di sotto di un certo livello di debito. Durante una recessione è naturale che il deficit aumenti e che il rapporto debito-pil salga. Se però uno stato entra in una fase recessiva con un debito già molto alto, ed è a rischio di panico se lo aumenta ancor di più, sarà costretto a seguire politiche fiscali restrittive quando meno sono appropriate, cioè durante una recessione”. La pacchia della crescita in Italia è finita non perché lo ha voluto il ciclo economico ma perché lo hanno voluto Salvini e Di Maio firmando un contratto di governo costruito per migliorare la vita dei propri partiti ma per peggiorare quella del popolo italiano. Non è un meteorite, è solo lucida e folle irresponsabilità politica. E’ il sovranismo, bellezza.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.