Banfi e criceti di Satana. Di cosa parlavamo mentre l'Italia andava in recessione

Francesco Cundari

Nutella, franco africano e signoraggio. Polemiche surreali e dibattiti folli 

Roma. Prima di addentrarsi nelle inevitabili polemiche su interpretazione, cause e conseguenze degli ultimi dati sullo stato dell’economia nazionale, su chi aveva previsto tutto e chi non ci aveva capito niente, chi lo aveva detto prima e chi se n’è dimenticato dopo, è forse utile ricordare di che cosa si discuteva in Italia, sui giornali e in tv, mentre il paese scivolava inesorabilmente in “recessione tecnica”.

 

 

Tentando di dare una sistemazione approssimativa al caos (datare l’inizio, o la fine, di una polemica è sempre assai arduo), e procedendo con ordine dal più al meno recente, il catalogo è questo: opportunità della candidatura di Lino Banfi all’Unesco; il signoraggio bancario come strumento di espropriazione della sovranità italiana, con particolare riferimento al “divorzio” del 1981 fra Tesoro e Banca d’Italia; gli stipendi dei parlamentari; stabilità emotiva e doti anatomiche del presidente della Repubblica francese, che a giudizio del sottosegretario agli Affari esteri, Manlio Di Stefano, sarebbe affetto dalla “sindrome del pene piccolo” (post su Facebook, 26 gennaio 2019); pregiudizi e cattivo gusto dei titolisti di Libero (e se e quanto tali mancanze giustifichino ex post la decisione, rivendicata per l’occasione da Luigi Di Maio, di tagliare i fondi per l’editoria a tutti i giornali che ne beneficiano); origini storiche e conseguenze internazionali dell’adozione del franco Cfa (o franco coloniale) in Gabon, Ciad, Guinea equatoriale e una decina di altri paesi africani; il trattamento pensionistico degli ex sindacalisti; utilità di una seconda sede (a Strasburgo) del Parlamento europeo; l’aumento della tassazione sul no profit, e l’argomento addotto per giustificarla dalla sottosegretaria all’Economia, Laura Castelli, secondo cui se sei nel terzo settore “si presuppone che tu non faccia utili visto che sei senza scopo di lucro: noi tassiamo i profitti delle no profit, mica tassiamo i soldi della beneficenza” (dichiarazione all’Agi, 27 dicembre 2018); la scelta del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, di cominciare la giornata con pane e Nutella (tweet del 26 dicembre 2018); ruolo politico e influenza economica, secondo il sottosegretario per gli Affari europei, Luciano Barra Caracciolo, dei “criceti di Satana”, i quali “col loro globalismo irenico promuovono il tribalismo malthusiano omicida mirando a pulizie etniche su scala mondiale per assecondare i bisogni edonistici di élite sociopatiche” (tweet del 23 dicembre 2018); i vitalizi degli ex parlamentari; l’articolo 25 del decreto Genova, intitolato “definizione delle procedure di condono”, e se esso possa essere definito un condono. Senza dimenticare, naturalmente, l’Italia alla vigilia di un “nuovo boom economico, come negli anni Sessanta” divinata da Luigi Di Maio appena l’11 gennaio scorso (e tornata oggi, per ovvie ragioni, agli onori delle cronache, e delle polemiche).

  

 

   

  

Da questo primo elenco, già di per sé estremamente sommario e largamente carente, ho escluso sia le polemiche su migranti e ong (perché se ne è parlato praticamente ogni giorno, e avrebbero ampiamente ecceduto gli spazi di questo articolo), sia la polemica innescata dal tweet in cui il senatore cinque stelle Elio Lannutti rilanciava i Protocolli dei Savi di Sion (perché se ne è parlato troppo poco, specialmente da parte dei cinque stelle, e perché si tratta di una questione troppo grave per confonderla con le altre). A ogni modo, per quanto sommario, mi pare che l’elenco sia sufficiente a dare un’idea di massima circa l’andamento del nostro dibattito pubblico negli ultimi mesi.

 

Quali che siano dunque le ragioni della “recessione tecnica” annunciata dall’Istat, che si tratti di “una contrazione che era nell’aria” e “legata a fattori esterni alla nostra economia”, come ha assicurato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, o che si tratti più semplicemente della dimostrazione che “i governi precedenti ci hanno mentito” e “non ci hanno mai portato fuori dalla crisi”, come più sbrigativamente dichiarato dal vicepresidente Luigi Di Maio, una cosa è sicura. In questi primi sette mesi di governo l’esecutivo gialloverde, la sua maggioranza, ma diciamo pure tutta intera la classe dirigente del paese, non è rimasta con le mani in mano. A cominciare, si capisce, da Di Maio, protagonista di gran parte delle polemiche sopracitate.

 

Ora naturalmente sarebbe molto facile individuare una correlazione tra lo stato della nostra economia e il modo in cui il nostro ministro dello Sviluppo economico occupa il suo tempo. Facilissimo ironizzare sul fatto che, proprio nel momento in cui l’Italia si fermava, tutto il paese si domandava se per lo sviluppo della Guinea equatoriale sarebbe stato meglio un regime monetario a cambi flessibili o a cambi fissi. Va detto però che quando Di Maio si lanciava in simili perorazioni, l’accusa che riceveva dalla sempre attenta opposizione di Fratelli d’Italia non era di occuparsi del sistema monetario del Gabon nel tempo in cui avrebbe dovuto occuparsi dello sviluppo industriale dell’Italia, ma di avergli rubato l’idea, con Giorgia Meloni a rivendicare in tutte le televisioni di aver posto il problema del franco coloniale in interventi “che risalgono a un anno fa” e attraverso interviste “in almeno due programmi televisivi”. Al contrario di Di Maio, s’intende, che lo scopriva solo adesso. Insomma, siamo onesti: non è tutta colpa sua.