Matteo Salvini durante il suo viaggio in Israele (foto Imagoeconomica)

Il guaio dei sovranisti con l'antisemitismo

Claudio Cerasa

Da Corbyn a Orbán. Da Podemos al M5s. Da Le Pen a Salvini. I populisti non sono un argine contro la proliferazione dell’antisemitismo e non basta una bella visita in Israele per diventare nemici giurati dell’estremismo. Un’indagine

La magnifica rubrica dedicata ieri da quel manigoldo di Andrea Marcenaro alla scarsa attenzione mostrata quotidianamente dai populisti all’amatriciana ai temi legati alla difesa di Israele, al rispetto non solo formale della Memoria e alla lotta senza quartiere contro ogni forma di antisemitismo, ci porta in modo quasi naturale, a due giorni dall’incredibile furto delle Pietre d’inciampo a Roma, a riflettere su una questione che merita di essere messa a fuoco nelle ore in cui il sovranista più importante d’Europa, Matteo Salvini, si trova in visita in Israele.

 

La questione è delicata e merita di essere sintetizzata con una domanda alla quale proveremo a dare una risposta compiuta: esiste o no una qualche forma di correlazione tra la sensazione che l’antisemitismo sia aumentato negli ultimi anni, sensazione registrata da nove ebrei europei su dieci come raccontato da un’indagine dell’Agenzia dei diritti fondamentali dell’Ue, e la proliferazione in Europa di forme più o meno variegate di sovranismo populista di destra e di sinistra?

 

Due giorni fa, commentando l’indagine dell’Agenzia dei diritti fondamentali, il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans ha detto di essere “profondamente preoccupato per la crescita dell’antisemitismo”, ha ricordato che “la comunità ebraica deve sentirsi al sicuro e a casa in Europa e che se non ci riusciamo l’Europa cessa di essere l’Europa”, ha ammesso che “è molto triste settant’anni dopo l’Olocausto constatare che nove ebrei su dieci in Europa affermino che l’antisemitismo è in aumento” e ha detto che in Europa è “essenziale che tutti combattiamo questo flagello con vigore e collettivamente”. E’ possibile che i dati citati da Timmermans descrivano una situazione più catastrofica rispetto a quella reale, ma tra le frasi del vicepresidente della Commissione ce n’è una che merita di essere presa in considerazione: ma davvero in Europa tutti i partiti con ambizioni di governo combattono il flagello dell’antisemitismo con vigore e collettivamente?

 

Per provare a rispondere a questa domanda, prima di arrivare alla ragione per cui il viaggio di Salvini in Israele è tanto insidioso quanto importante, si potrebbero passare in rassegna le dichiarazioni dei più importanti leader populisti d’Europa dinnanzi a un’affermazione clamorosa scappata di bocca pochi giorni fa al presidente dell’Iran Hassan Rohani, che parlando a Teheran alla conferenza annuale per l’Unità islamica ha affermato che Israele è un “tumore canceroso”. Il premier di Israele, Bibi Netanyahu, ha detto che “le infamie di Rohani, che invoca la distruzione di Israele, mostrano ancora una volta perché le nazioni del mondo dovrebbero aderire alle sanzioni contro il regime terrorista iraniano che le minaccia”, ma se cercate in Europa una qualche dichiarazione di condanna delle parole di Rohani di un qualche leader populista e sovranista rimarrete profondamente delusi: a parte qualche caso rarissimo, come Wilders in Olanda, non ne troverete praticamente traccia, neppure in Italia. Così come non troverete traccia di una qualche forma di indignazione per un Parlamento, quello italiano, che nell’indifferenza generale ha invitato poche settimane fa per un’audizione alla Camera un diplomatico di nome Alireza Bigdeli, negazionista dell’Olocausto e convinto che “Israele sia una falsificazione della storia”.

 

Non troverete traccia di nessuna ferma indignazione contro l’antisemitismo e contro l’odio per Israele di quasi nessuno dei leader sovranisti perché i populismi europei nel migliore dei casi giocano con l’estremismo e nel peggiore dei casi quell’estremismo lo alimentano. Prendete il caso della Gran Bretagna dove un elettore su quattro considera il Labour di Jeremy Corbyn un partito troppo permissivo con l’antisemitismo e dove qualche mese fa tre periodici ebraici inglesi normalmente rivali tra loro hanno deciso di uscire tutti con la stessa prima pagina per denunciare “la vergogna dell’antisemitismo che attraversa l’opposizione di Sua Maestà da quando Corbyn ne è diventato leader”.

 

Prendete il caso della Francia, dove il numero degli atti antisemiti avvenuti nei primi nove mesi del 2018 è cresciuti del 69 per cento rispetto al 2017, e dove il più importante leader populista dell’opposizione, ovvero Marine Le Pen, sostiene che un buon sovranista ha il dovere di togliere la doppia cittadinanza agli ebrei che hanno anche nazionalità israeliana, promettendo che semmai diventerà presidente della Francia farà di tutto, in nome della laicità, per non permettere agli ebrei di girare per il paese con la kippah. Prendete ancora la Francia, dove l’altro leader forte dell’opposizione, Jean-Luc Mélenchon, non ha mai fatto mancare il suo sostegno a ogni forma possibile di boicottaggio contro Israele.

 

Prendete il caso della Spagna, dove il capo di uno dei partiti dell’opposizione, Pablo Iglesias di Podemos, guida un movimento che ha definito più volte lo stato ebraico un paese “criminale e illegale”, che ha chiesto più volte di boicottare i prodotti israeliani paragonando Gaza al ghetto di Varsavia e che per questo è stato duramente criticato dall’ambasciata israeliana a Madrid, che mesi fa ha scritto una lettera ai membri di Podemos per accusarli di praticare una “politica sistematica di boicottaggio” contro Israele. Prendete ancora la Spagna dove il successo in Andalusia del partito di estrema destra Vox è stato accolto con un boato di gioia da un fiero teorico neonazista della supremazia bianca di nome David Duk che nel suo curriculum ha un glorioso passato da guida del Ku Klux Klan.

 

Prendete poi il caso dell’Olanda dove il sovranista Geert Wilders ha da sempre fatto della sua amicizia con Israele un motivo di vanto e non di imbarazzo ma dove esiste un partito chiamato Denk il cui fondatore, Tunahan Kuzu, si è persino rifiutato di stringere la mano al premier israeliano Benjamin Netanyahu. Prendete infine anche la Polonia dove, come ha ricordato qualche settimana fa a Micol Flammini sul Foglio Jan Gross, intellettuale e professore a Princeton, editorialista del Financial Times, stanno tornando di moda messaggi antisemiti grazie al partito guidato da Jaroslaw Kaczynski che “ha riportato nel dibattito pubblico argomenti che per un po’ erano scomparsi, uno fra tutti l’antisemitismo, un sentimento che non aveva mai abbandonato il sostrato culturale polacco, ma di cui Diritto e giustizia si è fatto portavoce”. Prendete queste storie, miscelatele con la retorica contro lo straniero, con la dottrina del white man all’europea, con l’ambiguità dei sovranisti alla Viktor Orbán che pur manifestando costantemente una forma di amore per Israele non dimenticano mai di giocare con le parole e di ricordare per esempio la fede religiosa dei nemici del popolo e degli “ebrei alla Soros” (pochi giorni fa un sondaggio della Cnn ha segnalato come un quarto degli europei nutra profondi sentimenti antisemiti ritenendo che gli ebrei abbiano troppo potere) e avrete chiaro che in Europa ci sono ben pochi segnali a indicare che i populismi sovranisti siano un argine contro la proliferazione dell’antisemitismo.

 

Vale per i paesi che abbiamo descritto finora e vale naturalmente anche per il nostro paese. E il caso italiano, da molti punti di vista, è forse uno dei più significativi in Europa. Da una parte al governo c’è un partito come il Movimento cinque stelle che, in perfetta sintonia con il peggio della sinistra europea, da Podemos a Mélenchon passando per il Labour di Corbyn, si è da tempo speso per portare avanti, come segnala da mesi Giulio Meotti sul Foglio, una battaglia per l’emarginazione di Israele e per la sua trasformazione agli occhi dell’opinione pubblica in uno strumento dell’imperialismo e molti dei leader grillini del presente e del futuro si sono contraddistinti più volte per aver fatto diventare Israele un simbolo di aggressione e di usurpazione del medio oriente (Alessandro Di Battista ha spesso considerato Israele responsabile di genocidi arrivando a dire che “sono le azioni del governo israeliano la benzina gettata sul fuoco degli antisemiti nel mondo”).

 

Dall’altra parte invece Matteo Salvini – anche se lunedì non ha trovato il tempo di dire una sola parola sullo sfregio delle Pietre d’inciampo a Roma – ha sempre dimostrato al contrario del Movimento cinque stelle di avere a cuore il destino di Israele e anche ieri nel corso della sua visita a Gerusalemme, prima di considerare giustamente gli hezbollah come degli equivalenti dei terroristi islamici, ha detto testualmente che “Israele è un baluardo di democrazia nel medio oriente”. Ma il leader della Lega, così come il suo compare di governo in Ungheria, Viktor Orbán, vive una contraddizione che meriterebbe di essere chiarita e la contraddizione è sintetizzabile con una doppia domanda. Punto numero uno: un politico davvero interessato alla lotta contro l’antisemitismo, e alla difesa di Israele, può permettersi di governare come se nulla fosse con un partito che disprezza Israele e che gioca con l’antisemitismo? E punto numero due: un politico davvero interessato alla lotta contro l’antisemitismo, e alla difesa di Israele, può permettersi di giocare come se nulla fosse con gli istinti xenofobi, con la grammatica del fascismo, con le citazioni del duce, con la retorica nazionalista, con gli atteggiamenti aggressivi contro la comunità Rom senza preoccuparsi del fatto che una volta che si apre il ventilatore dell’estremismo il vento di fango che si viene a generare rischia semplicemente di non essere più controllabile? La svolta moderata di Salvini, se mai ci sarà, non passa solo dalla difesa di Israele ma passa da un whatever it takes culturale al centro del quale c’è la lotta contro ogni forma di estremismo e di razzismo. E su questo fronte, come il suo amico Orbán, Salvini ha diciamo ancora molto da lavorare.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.