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I profughi del nostro antisemitismo

Avvocati inglesi, donne francesi, studenti tedeschi. In Israele arrivano da tutta Europa

Giulio Meotti

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meotti@ilfoglio.it

20 Dicembre 2018 alle 09:43

I profughi del nostro antisemitismo

Israele, il rito del "Tashlich" in vista dello Yom Kippur (foto LaPresse)

Roma. “L’Europa secondo me è finita”, ha dichiarato Mark Lewis al canale 10 israeliano, dopo essere atterrato con la compagna Mandy Blumenthal all’aeroporto di Tel Aviv. “Persone uccise nei musei in Belgio, persone uccise nelle scuole in Francia, persone attaccate in Inghilterra. C’è solo un posto dove gli ebrei possono andare”, ha aggiunto Lewis. E quel posto è Israele. Lewis, 54 anni, uno dei principali avvocati del Regno Unito, alla Bbc ad agosto aveva detto: “Jeremy Corbyn ha spostato la roccia e gli antisemiti sono strisciati fuori. C’è stato un cambiamento di clima totale. E’ diventato accettabile essere antisemiti”. Proprio ieri, in Inghilterra, un funzionario del Partito laburista è stato sospeso per alcuni commenti sui social in cui accusava gli ebrei di orchestrare i conflitti mondiali. Mohammed Yasin, responsabile del Labour di Corbyn nelle West Midlands, aveva scritto che “gli ebrei sono responsabili di tutte le guerre nel mondo” (quello di Yasin è soltanto l’ultimo caso di dirigenti laburisti sospesi o finiti sui media per commenti antisemiti).

    

Sempre ieri è stata aperta un’inchiesta a Sarcelles, nella Val-d’Oise francese, dopo l’assalto a una donna nel quartiere noto come la “Piccola Gerusalemme”, per via di una grande comunità ebraica. E’ stata picchiata, le hanno rotto il naso e urlato: “Sporca ebrea”. I timori di Lewis sono giustificati anche a giudicare da dove è finito lo studente tedesco su cui i giornali avevano tanto scritto, un anno fa. Lo studente quattordicenne di Berlino era stato vittima di aggressioni da parte dei compagni di scuola in un istituto del quartiere a Berlino, Friedenau, che faceva parte del network “Scuola contro il razzismo”. Molti degli alunni hanno origini turche o arabe. “Gli ebrei sono tutti assassini”, dice uno studente al ragazzo. Lo studente viene preso per il collo da altri due, che gli puntano contro una pistola giocattolo. Un altro studente durante una discussione sul conflitto in medio oriente dice: “Se ci fosse uno studente ebreo in classe, lo ucciderei”. La scuola di Berlino gli vieta di cambiare classe nella scuola per non stabilire un precedente. “Potevo fidarmi del mio amico arabo Hussein”, racconterà lo studente, aggiungendo che i due “avevamo un segreto: io sono ebreo e lui è gay”.

 

Nella stessa zona, a Friedenau, il rabbino Daniel Alter è stato picchiato per strada sotto gli occhi della figlia. Klara Kohn, figlia di sopravvissuti ad Auschwitz, è stata schernita dagli studenti di una scuola di Hannover che hanno cantato “ebrei al gas”. Un problema enorme per la Germania, tanto che Heinz-Peter Meidinger, capo dell’associazione degli insegnanti tedeschi, ha affermato al Wall Street Journal “che nelle scuole di Berlino i bambini provenienti da famiglie di migranti sono tra il 70 e il 100 per cento degli studenti”. Sulla Welt di questa settimana, Henryk Broder, intellettuale ebreo-tedesco di rango, ha scritto: “Noti ricercatori dell’antisemitismo affermano (falsamente) che i musulmani sono gli ebrei di oggi e che ‘l’islamofobia’ è un ‘parente strutturale’ dell’antisemitismo. Il problema non sono gli antisemiti, sono i simpatizzanti, chi mostra comprensione”.

  

Che fine ha fatto lo studente berlinese? Lo ha rivelato ieri il settimanale Spiegel. Liam Rückert, questo il suo nome, è fuggito in Israele e ora studia al Mosenson Youth Village, non lontano da Tel Aviv. “Mi sento molto a mio agio in Israele”, dice Liam, “ho fatto l’alyah e voglio restare”. I suoi compagni vengono dall’Italia, dai Paesi Bassi e dalla Germania. “Da ebreo era insopportabile rimanere in Germania”, dice Liam allo Spiegel. Dell’antisemitismo tedesco, Liam non ne parla volentieri. “Questo è il passato. Qui in Israele posso essere libero come ebreo e non ho paura dell’antisemitismo. Non voglio tornare”. A un visitatore in Israele non passa certo inosservata la quantità di lingue europee che si sentono a Tel Aviv, a Netanya o a Gerusalemme. Sono i profughi europei in fuga dal nuovo antisemitismo.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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Commenti all'articolo

  • ayler

    20 Gennaio 2019 - 13:01

    Strano che non vadano in Romania.

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  • Skybolt

    20 Dicembre 2018 - 18:06

    Noto l'assenza d'italiani. Alla faccia di tanti prontissimi a utilizzare accuse campate in aria a fini bassamente politicanti.

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  • garinperin

    20 Dicembre 2018 - 17:05

    Liam ha ragione: Israele è sempre piu' vicino ad essere l'unico Paese democratico d'occidente, un luogo sicuro per fuggire il "vuoto" che ormai appesta l'Europa coi suoi miasmi, rifugio del cuore e della mente anche per chi ebreo non e' ma ama la libertà, la cultura, la democrazia .... " tornare nella terra dove "tutto incominciò " sta diventando il sogno di parecchi .. we have a dream !!!

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