A spasso con la casta

David Allegranti

Il gentismo procede per sottrazione: vuole rendere tutti più poveri e infelici e adesso se la prende con i vitalizi degli ex parlamentari. Girotondo sui tagli

Roma. Non potendo dare subito il reddito di cittadinanza a Luigi Di Maio (il ministro dell’Economia Giovanni Tria è lì che vigila sui conti), il M5s s’è inventato il taglio dei vitalizi per gli ex parlamentari. D’altronde il partito di Beppe Grillo doveva pur tirare fuori qualcosa da presentare nella gara con la Lega a chi la spara più grossa. Pochi i risparmi, 40 milioni (il reddito di cittadinanza, secondo i calcoli di Carlo Cottarelli, costerebbe almeno 17 miliardi), ma l’importante, per il gentismo, è procedere per sottrazione; non aspira al miglioramento delle generali condizioni di vita e pretende il livellamento collettivo verso il basso. Il disagio dunque va collettivizzato: il politico deve essere vicino al cittadino perché uniti entrambi nella povertà.

 

E’ la decrescita (in)felice applicata alla politica. “E’ una camicia su misura, ma serve a fingere il collo. E’ come nelle dittature africane, quando una tribù prendeva il potere impiccava quelli che comandavano prima oppure tagliava loro gli approvvigionamenti”, dice al Foglio Gianfranco Rotondi. “Colpiscono, agli occhi dei loro elettori, i nemici storici. Quelli che, come dice la retorica populista e come dicono i twittaroli più stupidi, ‘ci hanno rubato il futuro’. Ma la gente di genio non se lo fa rubare il futuro, perché non aspetta certo che glielo porti la politica”. Con questo taglio ai vitalizi, dice Rotondi, “si introduce l’ordinamento della Repubblica delle banane: chi arriva comanda e taglia i viveri a chi comandava prima. L’alternanza non avviene fra chi era all’opposizione e va al governo, ma fra chi era al governo e va alla fame o anche alla galera, perché ci sono anche regimi che incarcerano gli oppositori. Non a caso i Cinque stelle invocano una fantomatica Norimberga giudiziaria per la classe politica precedente. Ed è un messaggio a tutte le procure politicizzate: sciogliete le briglie, arrestatene più che potete”. Di Maio parla di “privilegio rubato”, ma che è cos’è? “E’ una regola d’ingaggio, negli affari e nella vita. Lei lavora al Foglio, ma mettiamo che io la chiamo a dirigere un giornale. La regola d’ingaggio prevede che c’è uno stipendio ma anche un premio per le copie vendute. Poi c’è anche un’altra regola: quando decide di andarsene ci sono due anni di stipendio pagati al 70 per cento. Può essere una regola generosa, può stare sul mercato oppure no. Fatto sta che se viene valutata e accettata io non posso cambiare idea. Sarebbe una cosa ingiusta. Lo stato ha arruolato parlamentari che si sono candidati consapevoli delle opportunità, si sono messi al servizio del paese in base a norme che erano vigenti, scelte da parlamenti precedenti. Possono essere odiose, inattuali, ma ci sono”. Peraltro, dice Rotondi, “io sono convinto che vadano cambiate in futuro in maniera anche più intransigente rispetto a come vogliono fare i Cinque stelle: al di sotto delle 2 legislature non hanno ragione di esserci i vitalizi o la pensione, a meno che non sia calcolata con il contributivo. Però ha senso per l’avvenire, non per il passato. Così sarebbe illiberale e incostituzionale”.

 

“Si introduce l’ordinamento della Repubblica delle banane: chi arriva comanda e taglia i viveri a chi comandava prima” (Rotondi)

Secondo Rotondi “la sinistra ha contratto il virus populista e non si è più ripresa. Il populismo è entrato nel corpo della sinistra quando ha cominciato a sorridere a proposito di argomenti che invece avrebbe dovuto biasimare: dall’eliminazione del finanziamento pubblico ai partiti al taglio dei vitalizi. I comunisti avrebbero fatto barricate se Di Maio avesse annunciato il taglio alle pensioni dei sindacalisti: sarebbe stata un’aggressione alla classe dirigente dei lavoratori. Qui invece si tace e si aspetta il prossimo. Magari i prossimi sono i giornalisti. Di Maio parla di pensioni d’oro da tagliare riferendosi a quelle da 4 mila euro al mese. Ma chi li prende oggi questi soldi? Professori universitari, qualche primario ospedaliero. Insomma, la classe dirigente del paese. Si vuole affamare la classe dirigente, inducendola alla vergogna per i successi che ha ottenuto nella vita. Questo è oggi il ruolo della politica: una consolazione dei propri fallimenti”. Clemente Mastella, “sindaco” di Ceppaloni, è colpito “dall’arroganza demagogica di Luigi Di Maio. Con quel tono sprezzante, ’è inutile che piangete’, poi… Ora, tu puoi anche richiedere un sacrificio e portare avanti le tue idee, ma c’è una questione di stile da parte di questo efebico signore della politica italiana. Come diceva il vecchio senatore Marcora, ‘beati i figli i cui padri sono finiti all’inferno’. Di Maio non ha fatto un cazzo in vita sua, non ha né arte né parte, come camperà dopo le due legislature? Moraleggia ma al massimo ha fatto lo steward allo stadio. Che pensione avrà lui? Peraltro non c’era neanche il decreto dignità”.

 

“Di Maio non ha fatto un cazzo in vita sua, non ha né arte né parte, come camperà dopo le due legislature?” (Mastella)

Ora, “da che mondo e mondo, i politici non sono mai stati nel cuore della gente. Pensiamo al rancore degli inglesi nei confronti di Churchill. Ma i Cinque stelle hanno accentuato questo sentimento. La cosa ridicola è che loro sembrano essere populisticamente anti plutocratici, ma in realtà permettono di fare politica solo ai plutocrati, cioè a quelli che hanno i soldi. Perché non dimezzano lo stipendio ai parlamentari di oggi anziché tagliare le entrate alle vedove e a poveri cristi che magari hanno fatto un mutuo? Perché poi non saprebbero come dare 300 euro al mese alla Casaleggio. Comunque, a me non me ne fotte nulla. A differenza di Di Maio, noi siamo stati emigranti all’estero, ce ne siamo andati da Ceppaloni agli Stati Uniti, lui al massimo si è spostato allo stadio. Io non ho mai puntato sui soldi, non mi hanno mai affascinato. E ora al Comune ho rifiutato lo stipendio da sindaco. A me lezioni di morale non ne dà”.

 

Aggiunge l’ex ministro del Bilancio del primo Governo Berlusconi, Giancarlo Pagliarini, con una battuta rapida ma efficace: “Leggo: ‘Tutti i cittadini devo essere uguali quindi facciamo il ricalcolo col sistema contributivo per i parlamentari già in pensione’. Ma perché non anche per i militari, i magistrati, i giornalisti, gli insegnanti e tutti quelli che sono già in pensione col retributivo? Mah…”. E qui sta il punto, come spiega Paolo Armaroli, ex parlamentare di An, già professore ordinario di Diritto pubblico comparato all’università di Genova: “A me pare uno spot dei Cinque stelle. Mi sembra di capire però che finalmente un po’ tutti quanti i partiti si rendono conto che è la sparata demagogica di un partito che, non avendo altro da mettere nel carniere che non costi un occhio della testa, è finito per trovarsi in mano una cosa da niente. Questo è l’aspetto politico.

“Ma perché non anche per i militari, i magistrati, i giornalisti, gli insegnanti e tutti quelli in pensione col retributivo?” (Pagliarini)

Quanto all’aspetto giuridico. Innanzitutto ho apprezzato la dichiarazione di Rosato secondo cui una delibera dell’ufficio di presidenza non è adeguata a risolvere la questione ma occorrerebbe una legge”. Il motivo è molto semplice: “Gli ex deputati sono extra moenia, sono al di fuori del Parlamento e come tali per limitare un diritto acquisito occorrerebbe una legge. Ovviamente questa legge finirebbe prima o poi alla Corte costituzionale e la giurisprudenza costituzionale ci dice che una limitazione di un diritto a una sola categoria sarebbe smaccatamente incostituzionale perché retroattiva. Quindi qualora passasse una delibera del genere sarebbe veramente una cosa fuori dal mondo. Perché è vero che i vitalizi sono stati introdotti con delibera degli uffici di presidenza, ma un conto è concedere un beneficio ben altra cosa ridimensionare drasticamente un diritto acquisito”.

 

Afferma Riccardo Mazzoni, ex vicedirettore del Giornale, ex senatore di Forza Italia e Ala: “Difendere i vitalizi agli albori del trentennio sfascioleghista è una missione kamikaze, ma bisogna pur provarci. I parlamentari non sono né migliori né peggiori di tutti gli altri cittadini, essendo lo specchio del Paese: sono però diversi perché diversa è la loro funzione di rappresentanza della sovranità nazionale. Una funzione che deve poter essere svolta senza discriminazioni di censo e in piena libertà. Per questo e solo per questo deve essere sostenuta, come prevede la Costituzione, non da privilegi ma da particolari garanzie, comprese quelle economiche. E’ quello che del resto accade in tutti i parlamenti democratici del mondo. Sempre in questo solco, la Corte Costituzionale ha poi stabilito un collegamento stretto tra indennità parlamentare e vitalizi, che ‘non possono essere equiparati alle pensioni ordinarie del pubblico impiego’. Mi fermo qui nelle citazioni perché so che non gliene frega niente a nessuno: nemmeno del fatto che toccare retroattivamente diritti acquisiti di una categoria di persone, ledendo il principio costituzionale del legittimo affidamento, può aprire pericolosamente la strada a una serie di interventi dolorosi sulle pensioni maturate in gran parte col metodo retributivo. Ma in mezzo all’orgia sovranista, con la sovranità nazionale che è passata dal popolo ai populisti, queste considerazioni – mi rendo conto – valgono meno di zero: la casta va abbattuta senza se e senza ma, il Parlamento diventa una tonnara, il costo della politica deve tendere allo zero assoluto, come ai tempi dello Statuto Albertino, che non prevedeva però nemmeno gli scontrini (fra i nobili non usava) e il popolo applaude, insieme ai professionisti mediatici dell’anticasta. E dunque avanti col primo frutto avvelenato dell’odio sociale. Avanti Salvini, avanti Di Maio. Ma, come scrisse una volta l’immenso Sciascia, ‘quando tra gli imbecilli e i furbi si stabilisce un’alleanza, attenti che il fascismo è alle porte’. Anche senza vitalizi”.

 

Graziano Cioni, ex senatore dei Ds negli anni Novanta, dice: “Sono parte in causa, dopo tre legislature, una alla Camera e due al Senato, mi godo il vitalizio della casta. La delibera che sta preparando la presidenza Fico che con il ricalcolo sulla base

“I parlamentari non sono né migliori né peggiori di tutti gli altri cittadini: sono però diversi” (Mazzoni)

della contribuzione porterà a tagli onerosi mi fa girare i coglioni anche se in fondo la ritengo giusta. Meglio sarebbe stato il ‘contributo di solidarietà’ per una equivalente somma di danaro anche se meno teatrale e meno esposto a ricorsi per anticostituzionalità. Comunque quello che mi rimarrà lo farò bastare. Prima di arrivare in Parlamento non avevo mai visto tanti soldi sul mio conto corrente. Per le casse del governo il provvedimento non porterà nessun beneficio reale ,in termini elettorali la tifoseria grillina si entusiasmerà in rete con urla silenziose ma visibili. Se i ricorsi contro questo provvedimento passeranno al vaglio della Corte Costituzionale, ecco che si apre la porta per cui il diritto acquisito è vulnerabile… E allora chi se la ride ora dopo ride meno. Tutti sono esposti e vulnerabili. Non è solo un atto demagogico ma dà mano libera a intervenire su qualsiasi categoria di lavoratori e di professionisti, una bella arma di ricatto politico. Alla casta si lascia il privilegio che preme a tutti , governo compreso, senza il quale diverrebbe molto più efficace la lotta alla corruzione: l’immunità parlamentare!”.

  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.