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Da Di Maio alla Cgil: fingere di combattere contro il precariato e combattere contro l’occupazione

Le lettere al direttore del 5 luglio 2018

5 Luglio 2018 alle 06:00

Al direttore - Il governo autocertifica la sua pericolosità.

Giuseppe De Filippi

 

Con l’autocertificazione si diffonderà la presenza nelle classi di bambini non vaccinati senza che neppure lo si possa sapere con certezza. E permettere ai bambini non vaccinati di andare a scuola non è un modo per difendere la libertà di scelta dei genitori. E’ un modo per mettere in pericolo le vite dei bambini che non potendosi vaccinare hanno bisogno di avere attorno a sé il numero più alto di bambini vaccinati per non prendersi malattie da cui non possono difendersi.


  

Al direttore - L’unico modo per tutelare il lavoro è crearne di nuovo. Tutto il resto sono chiacchiere dignitose.

Valerio Gironi

  

Dice l’Inps, lo ha detto Tito Boeri ieri durante la sua relazione annuale, che meno di un terzo dei voucher utilizzati nel 2016 sono stati sostituiti nel 2017 con contratti di lavoro dipendente a termine. Dove sono finiti gli altri due terzi? Chiedetelo alla Cgil e al ministro Di Maio. Dice l’Inps che il contratto a tutele crescenti ha rimosso un tappo per la crescita delle imprese sopra i 15 dipendenti. Molte imprese, fino al 2014, si rifiutavano di crescere perché sopra i quindici dipendenti scattava l’articolo 18. Tolto l’articolo 18, le imprese sopra i 15 dipendenti sono cresciute. Erano 8.000 al mese nel 2014. Erano 12 mila al mese alla fine del 2015. Chi diceva che il Jobs Act avrebbe impoverito l’Italia? Chiedetelo alla Cgil e al ministro Di Maio. Ancore l’Inps dice che dopo aver messo a confronto il tasso di licenziamento nell'arco dei 36 mesi relativi ai rapporti di lavoro nati nell’èra Jobs Act ha scoperto che il tasso di licenziamento di questo periodo è identico a quello registrato con i contratti precedenti (un per cento). Più flessibilità uguale più occupazione. Meno flessibilità uguale meno occupazione. Chi sosteneva il contrario? Chiedetelo alla Cgil e al ministro Di Maio. E ricordategli, ricordiamogli, che un ministro del Lavoro sottomesso alla Cgil è un ministro del Lavoro che fingendo di combattere contro il precariato in realtà combatte contro l’occupazione.


 

Al direttore - Mi rivolgo al Foglio perché da sempre sa far luce sulle priorità economiche, culturali ed etiche del nostro paese. Parafrasando una frase tratta dal film “Fight Club”, oggi “la prima regola quando si parla di liberalizzazioni è non parlare di liberalizzazioni” e quando l’argomento viene trattato è solo per annunciarne lo smantellamento. Tra una campagna elettorale permanente e roboanti dichiarazioni via social, le istituzioni si stanno dimenticando che la crescita di un’economia poggia sugli investimenti che le imprese private sono disposte a compiere e che la salute di un sistema produttivo è legata all’efficienza del mercato. Il nuovo esecutivo si è insediato ormai da un mese, ma ancora non sappiamo nulla circa la legge annuale della concorrenza e, più in generale, le liberalizzazioni di quei servizi pubblici a rilevanza economica che permetterebbero uno straordinario svincolo di risorse – in termini di capitali, investimenti e forza lavoro. Cifre e numeri in materia sono noti. Con Lei, direttore, in passato ci siamo confrontati sull’argomento, in un dibattito pubblico promosso da Confindustria Lombardia e Confindustria Pavia. Tuttavia, per un dovere verso il lettore, è giusto ricordare come ancora nel 2017 (da allora non sono stati aggiornati i rilevamenti) il Mise stimasse un aumento del 3,3 per cento del Pil in cinque anni, a seguito di un piano di liberalizzazioni che coinvolgesse settori produttivi determinanti, quali infrastrutture e trasporto pubblico locale (Tpl). La Banca d’Italia – non Alberto Cazzani – a sua volta, quantificava una crescita sul lungo periodo pari all’8 per cento dell’occupazione. La mia impressione è che viviamo in uno stato che manifesta gravi problemi di identità: vuole essere regolatore ma anche imprenditore privato, spesso con esclusivi fini di lucro. Parlando del Tpl, il settore che conosco meglio, non si può non notare che il servizio su gomma sia caratterizzato da una rilevante presenza pubblica con ampio ricorso agli affidamenti diretti e in house. A sua volta, il segmento del trasporto ferroviario regionale è in mano ad un vero e proprio monopolista. Ferrovie dello stato gestisce autonomamente o in partnership circa il 70 per cento dei servizi, mentre la parte restante è in affidamento diretto quasi tutto a vantaggio di società pubbliche di proprietà delle Regioni. Insomma, su un fatturato complessivo annuo di settore di circa 11,5 miliardi di euro, solo il 30 per cento del Tpl complessivo è aperto a una reale concorrenza. L’ha sottolineato il presidente di Anav nazionale, Giuseppe Vinella, alla nostra assemblea annuale qualche giorno fa. E’ etico tutto questo? So bene che lo stato e le sue partecipate si muovono nel rispetto della legge. E’ etico, tuttavia, che un soggetto dominante lanci liberalizzazioni immaginarie per poi annientare i pesci più piccoli? In un regime di libera ed equa concorrenza le gare dovrebbero avere regole chiare e semplici e non impugnabili da chi, sconfitto, pretende di vincere comunque a tavolino. Altrettanto rientra nell’etica d’impresa la promessa di garantire sulla carta un livello occupazionale, per poi procedere a licenziamenti chirurgici? Non è etico pensare soltanto al profitto. E lo dico da imprenditore, piccolo e radicato su un territorio, la Provincia di Pavia, dove la mia azienda presta un servizio da quasi un secolo. Figuriamoci per lo stato! Per una sua partecipata il profitto dovrebbe sottostare a efficienza, qualità, sostenibilità. Valori che per noi sono la struttura ossea della cultura d’impresa. Noi ce la stiamo mettendo tutta. Abbiamo chiara l’idea di un modello di Tpl liberalizzato, efficiente ed etico. Quindi sostenibile. Da un lato, serve un intervento meticoloso e disruptive nei singoli territori, con le Agenzie di Tpl incaricate dalle Regioni oppure le altre autorità competenti che realizzino piani di bacino contendibili e gli agognati piani di integrazione ferro/gomma. Dall’altro, serve che il legislatore centrale adotti una vision di lungo periodo, impostata su rapidità d’intervento e chiarezza delle regole. Il decreto sui costi standard – come benchmark per la determinazione delle adeguate compensazioni da riconoscere ai gestori e per la quantificazione dei corrispettivi di servizio da porre a base d’asta – è entrato in vigore a metà giugno dopo ben quattro anni di battaglia. Un’attesa troppo lunga! C’è poi il difetto della specificità di questi interventi. Al di là del settore di ciascuno – la legge sulla concorrenza dello scorso anno ne ha toccati solo alcuni – è necessario che il libero mercato venga preso come punto di riferimento condiviso e diffuso per un vero cambiamento del paese.

Alberto Cazzani Presidente Anav Lombardia

  

Grazie della lettera. Il problema, come lei stesso ci dice, non sono però le liberalizzazioni. Sono i regimi in cui le gare non hanno regole chiare e semplici. Sono le realtà economiche in cui la concorrenza è ostacolata non solo da uno stato immobile ma anche da un apparato burocratico che considera l’immobilismo come l’unica forma di legalità possibile e che fa di tutto per combattere l’unica dimensione di cui avrebbe bisogno una buona azienda: l’efficienza e la velocità.


 

Al direttore – Se, come generalmente condiviso, è razzismo “qualsiasi discriminazione esacerbata a danno di individui e categorie’’, la fatwa contro i vitalizi degli ex deputati è intessuta dei medesimi sentimenti di odio e di disprezzo nei confronti di una intera comunità non per ciò che essa ha fatto, ma per quello che è. Grazie alla solita voglia di gogna, il razzismo, nel nostro caso, si esprime persino nei simboli esterni. Non esiste, infatti, una sostanziale differenza tra il doversi cucire addosso una stella gialla a sei punte e l’essere indicato, da ex deputato, sui media con a fianco due numeri come nelle foto segnaletiche dei criminali: l’importo del vitalizio ‘’prima della cura’’ e quello, risanato, dopo il taglio che renderà giustizia al popolo oppresso e punirà i profittatori di regime.

Giuliano Cazzola

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