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Sei aggressiva!

Tutti dicono: hai urtato la mia sensibilità. La cancel culture mi ha cancellato il traslocatore

31 Luglio 2020 alle 13:26

Sei aggressiva!

(foto Pixabay)

Devo traslocare e non ho: patente, marito, pazienza. Ho uno che mi piace, e a cui forse piaccio, che mi ha chiesto se volessi una mano. Avrei voluto dire sì, ti scongiuro, aiutami, sarò tua debitrice a vita anche se sposi un’altra. Ma naturalmente ho detto no e siccome no means no, tanti saluti, lui non ha rilanciato, se l’è fatto bastare, argomento chiuso. La verità è che non gli piaccio abbastanza, lo so, ma penso se il consenso l’avessimo ridiscusso dopo il mio trasloco, lui avrebbe insistito, il vieto schema culturale della virilità tossica lo avrebbe fatto sentire in obbligo di soccorrere la damsel in distress. Ma no, niente.

 

Per fortuna ho uno stipendio, quindi mi sono rivolta al signor R. e alla sua ditta di traslochi Spa o Srl o SS, boh. Gli ho spiegato tutto, contato i libri, i vestiti, le scarpe, le mensole, le stampe, lui mi ha detto la chiamo presto, le trovo la soluzione più economica, io gli ho detto va bene anche se non è economica, non si preoccupi, la prego facciamo in fretta. I giorni sono passati e non un cenno, allora ho richiamato R. e lui non sapeva chi io fossi, ha detto proprio scusi non ricordo, con chi ha parlato lei, sicura fossi io? E quindi gli ho detto, si metta nei miei panni, mi scusi, come faccio a fidarmi di lei? Lui mi ha dato ragione e mi ha fatto richiamare dalla sua assistente alla quale ho ripetuto mensole, vestiti, indirizzi, eccetera, ho detto numerosi grazie, e anche lei mi ha promesso che mi avrebbe richiamata ma anche lei non l’ha fatto e allora io dopo altri giorni ho chiamato il signor R. e gli ho detto che mi stava mettendo in difficoltà, e quanto ci vuole a indicarmi una data, mi scusi, ma si rende conto che io la pago per non avere impicci, mi scusi, e lui mi ha detto che era la seconda volta che lo aggredivo e offendevo in modo inaccettabile e che non aveva nessuna intenzione di lavorare per una aggreditrice, capito, si trovi qualcun altro, addio.

 

“Sei aggressiva e offendi la mia sensibilità”, me lo diceva sempre uno degli uomini che non ho sposato, e lo faceva con tono diagnostico, tant’è che a un certo punto aggiunse: o vai in psicoterapia o ci lasciamo. Le mie amiche mi dissero, con desolato stupore, che anche lui era dentro fino al collo alla cultura dominante che ci vuole tutte o accomodanti o isteriche. Io non pensai. Andai in terapia e ci lasciammo. Cosa accadde in quelle due sedute l’ho raccontato in un monologo tragicomico che ho scritto per un collettivo teatrale, aggiungendoci l’entusiasmante e per me istruttivo episodio di quella volta che una editor cambiò un mio intervento in un libro senza dirmelo e così venne pubblicata una cosa che portava la mia firma ma che non avevo scritto io. Quando la chiamai per dirle che era stata scorretta, lei mi rispose che stavo offendendo la sua onorabilità professionale, la sua sensibilità (naturalmente) e pure la vacanza che stava in quel momento apprestandosi a cominciare. Mi disse che era intervenuta a mio beneficio, perché il testo era troppo duro, crudo, e svariati altri troppo che ci hanno resi incapaci di dire le cose come stanno. Credevo che fosse un racconto perfetto per il collettivo per cui ho scritto quel monologo, perché era un collettivo di donne, e non conosco una donna al mondo che non sia stata rimproverata per quel che dice e per come lo dice, una alla quale la fermezza non sia stata fatta pagare come nazismo, una alla quale un vaffanculo non sia stato fatto scontare come apologia del terrorismo.

 

Non è colpa del patriarcato

 

Ma poco prima di andare in scena, l’attrice che avrebbe dovuto recitare il mio monologo mi ha scritto che bisognava correggerlo, perché era troppo urlato e non rispecchiava la sua sensibilità. Io mi sono ricordata di Goldie Hawn quando, nel “Club delle prime mogli”, dice: “Sono un’attrice, ce li ho tutti i sentimenti!”, ma l’ho tenuto per me. Invece, non ho tenuto per me lo sbigottimento, e neppure il fastidio. Mi sono però limitata, in una civile conversazione su WhatsApp, a non usare emoticon e a mettere molti punti. Mi ha risposto che stavo provocandole un attacco tachicardico.

 

Sostiene l’uomo che non ho sposato che la cancel culture in Italia non esiste. Come lui lo sostengono altri che conosco io e che conoscete anche voi, essendo costoro come quelli che si lavano la macchina da soli: lo fanno anche i più insospettabili, i più intelligenti. Vorrei che avessero ragione, ma temo che non la abbiano. Temo che la cancel culture in Italia ci sia e cancelli eccome, e anche se non so se la criminalizzazione di quello che si dice e di come lo si dice ne sia un prodromo o una conseguenza, so che se mi tocca cercare un altro traslocatore non è per colpa del patriarcato che ci vuole tutte o accondiscendenti o isteriche. E’ colpa della CC. Mi ci gioco tutte le mie mensole.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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