La Bestia dostoevskiana

Guido Vitiello

Cos'hanno in comune “The Hater”, l'ultimo film di Jan Komasa, e i social media manager dei partiti populisti

Tommaso Longobardi, il domatore della Bestia meloniana, è un “ragazzo dai tratti un po’ magiari” che sfoggia la sua foto accanto a Orbán. La notazione incidentale di Simone Canettieri sul Foglio di ieri mi sarebbe senz’altro sfuggita, se non fosse che avevo appena finito di vedere “The Hater” di Jan Komasa, un film polacco uscito quest’anno su un giovane di nome Tomasz che organizza campagne sui social network per distruggere il candidato sindaco di Varsavia dell’élite cosmopolita. Non è tanto l’omonimia o la comune aria di Visegrád a ispirarmi qualche pensiero, ma una catena di associazioni letterarie che mi attirano verso l’est Europa. “The Hater”, la prima epopea cinematografica di un rivoluzionario dell’algoritmo, è un film quasi scolasticamente dostoevskiano. E pour cause: ovunque spuntino – a San Pietroburgo, a Londra, nelle Filippine – personaggi del genere sono tutti figli di Dostoevskij. Un po’ Raskolnikov, un po’ Verchovenskij e molto uomo del sottosuolo, Tomasz è uno studente venuto dalla campagna, melodrammatico e sociopatico, intossicato dal disprezzo condiscendente che gli mostra l’élite cittadina e al tempo stesso avido di umiliazione e di abiezione, che si fa strada nel mondo umbratile degli ingegneri del caos e delle fabbriche di troll. Rivalsa personale e rivoluzione nazionalconservatrice sono, in lui, una sola missione, un incendio di Erostrato a cui serve un solo combustibile, il risentimento, e una sola ebbrezza, l’esser capace di imporre dall’ombra la propria volontà sovrana. Alberto Moravia una volta scrisse che era in corso una grande partita tra Dostoevskij e Marx, con alterni risultati. Oggi non avrei dubbi a scommettere sul vincente.