Zingaretti e i tic lessicali da vecchio Pci

Guido Vitiello

Nella lettera a Repubblica il segretario del Pd ha insistito sulla tenuta "unitaria" della sinistra. Solo che per parlare come Berlinguer bisognerebbe anche esserlo

Una rondine non fa primavera, due indizi non fanno una prova, ma quando si sfiora o si sfora la famigerata soglia del tre, beh, qualche conclusione è inevitabile trarla. Qui sono addirittura quattro, e in poche righe. Dalla lettera di Nicola Zingaretti di ieri a Repubblica: “Avvertii subito la complessità di questa sfida unitaria”; e poi: “C’è chi si carica spesso da solo la responsabilità della tenuta unitaria”; nonché: “Per vincere dovremo ricostruire quel moto unitario nell’elettorato”; infine: “Costruendo le condizioni più unitarie possibili per la scelta del sì al referendum”. Bentornati nei favolosi anni Settanta! Per orientarmi in questo mercatino del vintage politico, tra tic lessicali da vecchio Pci che credevo scomparsi da decenni, ho dovuto consultare un dizionario del 1977, “Il piccolo sinistrese illustrato” di Giampiero Mughini e Paolo Flores d’Arcais: “Una lotta unitaria, dunque, è democratica. Ma, reciprocamente, una lotta per essere democratica dev’essere unitaria. Se i comunisti rifiutano di parteciparvi è un fatto che la lotta unitaria non è più. Ergo non è nemmeno democratica. Il che dimostra che i democratici più conseguenti sono appunto coloro che si sono tenuti fuori. I comunisti. Che sono, di conseguenza, anche i più unitari. Tuttavia se sono essi a lanciare una lotta unitaria (che è sempre una ‘grande lotta unitaria’) chi non partecipa è un crumiro”. Chiaro, no? C’è solo un piccolo problema: per parlare come il segretario di un partito del 34 e rotti per cento che fustiga velleitarismi e frazionismi, bisognerebbe anche esserlo.

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