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Che faranno i cattolici in politica?

Cosa resta del formigonismo? Appunti dal passato e idee al futuro

9 Dicembre 2018 alle 06:06

Dopo il Celeste, boh

Roberto Formigoni. Foto Imagoeconomica

Un lumicino. Di quelli che basta un refolo di vento a spegnerli. Ma anche di quelli che – ognuno su un davanzale – sono capaci di illuminare una città. C’è una tristezza di naufraghi, in quello che fu il potere temporale di ispirazione ciellina incarnato nel formigonismo imperante per un ventennio, la Seconda Repubblica, in Regione Lombardia. La barca, però, non è del tutto affondata. Così l’altra sera, in un luogo iconico per una parte del movimento che ebbe il faro in don Giussani e il rottamatore obbligato delle vocazioni politiche in don Carrón, il centro culturale Rosetum, teatro gremitissimo, è andata in scena l’apologia di Roberto Formigoni presenziata da lui medesimo e il “discorso del perseguitato” del medesimo interprete, probabilmente non destinato a commuovere o far cambiare idea a molti, fuori dal Rosetum, ma comprensivo di alcune sottolineature politiche non banali e non trascurabili. Delle vicende giudiziarie dell’ex Celeste ormai si è tanto detto e tanto scritto. E anche della sua condanna abnorme e scandalosa, pazzesca e roboante, roba da omicidio preterintenzionale.

  

La narrazione della serata offre però qualche spunto di riflessione ulteriore e più interessante in ottica futura, sebbene l’intero appuntamento fosse ripiegato sui fasti di una sussidiarietà che pare al momento uscita dall’agenda politica – non soltanto del governo ma anche dell’opposizione. Al solito, molto lucido è stato Giancarlo Cesana, medico e per anni ideologo del movimento (from behind, come avrebbe detto Obama: non ha mai fatto politica in prima persona) ma oggi anche gestore dell’immenso patrimonio del Policlinico. L’unico che in tutta la serata, due ore e mezzo mentre fuori pioviggina, torna alle origini del pensiero: siamo convinti che la libertà sia il valore fondamentale, siamo convinti che la concorrenza e non l’opposizione tra Stato e privati sia la strada giusta, siamo convinti che il valore è nell’uomo. E tutto questo, spiega, “lo abbiamo imparato in Cl”. E’ l’unica volta in tutta la serata in cui la sigla cara e oggi vietata alla politica (non conviene, non serve più, o forse “non expedit”), viene citata. “Noi sappiamo che il potere esiste, noi rispettiamo il potere, e lo frequentiamo”, spiega Cesana, eretico. Batte sul punto fortissimo anche Raffaele Cattaneo, assessore ai Trasporti con Formigoni, poi presidente del Consiglio regionale, ora assessore all’Ambiente: “Questa non è una riunione di reduci. Io mi sento combattente in servizio permanente effettivo. Di fronte al governo dell’incompetenza, che ha la sua unica risposta nello statalismo, la risposta politica che possiamo dare è il modello Lombardia. Qui non c’è solo l’apologia di Formigoni ma una proposta politica che abbiamo il dovere di incarnare”. Piccoli messaggi dal futuro, anche se lui stesso, in apertura dell’intervento, aveva spiegato: “Ci sono stato con il primo Formigoni, ci sono stato dopo Formigoni, ci sono adesso: posso dire di essere l’ultimo dei mohicani”. Risate: allegria di sopravvissuti, ma non troppo.

  

Eppure fuori dal Rosetum e dalle mille conventicole, fuori dalle guerre di parrocchia tra Maurizio Lupi e Roberto Formigoni, fuori dalle assenze di Lucchina e Sanese, qualcosa sopravvive, respira, di quella lunga esperienza politica e di gestione del potere (parola mai stata eretica, per il pensiero politico cattolico). E’ l’immenso sistema – non proprio malandato, anzi – della Regione Lombardia. Dove Roberto Maroni, nei suoi anni, ha cambiato molto per quanto riguarda la Sanità. Ma che resiste nella macchina regionale, nel metodo di lavoro di base, nelle strutture e logiche amministrative collaudate. Non è un caso che Attilio Fontana stia valorizzando quel che è il meglio di una lunga stagione amministrativa (che del resto ha le sue fondamenta antiche in tutta la tradizione della gestione amministrativa lombarda). E a volte, anche se non sempre, questo coincide con l’esperienza di allora. Non c’è un cupio dissolvi, una volontà di “smontare tutto”, come dichiarava, senza poi farlo, Roberto Maroni i primi mesi del suo mandato.

  

Ora il tema è squisitamente politico. Chi si metterà a parlare di nuovo di sussidiarietà? O questa parola passerà, insieme a socialismo, in quella tristezza di lutti per movimenti e partiti uccisi dal tempo e dai tribunali? Difficile dirlo. Eppure qualcuno spera e magari qualcosa si muove. Come ha raccontato il Foglio martedì scorso, gerarchie cattoliche e politici cattolici senza più casa né autore (poco Pd, niente Centro, addio Forza Italia Berlusconi) vanno ragionando sulla necessità di un nuovo contenitore politico cattolico. Se ne sente la necessità? Forse sì o forse no, anche se è presto per archiviare le idee che hanno fatto grande la Lombardia.

Fabio Massa

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Commenti all'articolo

  • Beresina

    Beresina

    09 Dicembre 2018 - 19:07

    Articolo interessante, ma sarebbe anche interessante capire che cosa significhi in concreto sussidiarietà e in che senso questa abbia caratterizzato l'esperienza di CL, se ho capito bene il senso dell'articolo. In ogni caso sarei grato al Foglio per un approfondimento di questo argomento. Grazie

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