La chiesa in guerra contro i populisti

Matteo Matzuzzi

I vescovi schierati contro il governo gialloverde, l’agenda 2019 della Civiltà Cattolica, gli affondi del Papa. Dove porta la grande battaglia delle gerarchie episcopali contro l’internazionale sovranista che minaccia il mondo

Roma. Silenti per cinque anni e mezzo, disorientati dal cambio di agenda e di prospettive, i vescovi italiani hanno recuperato tutto il tempo perduto in meno di una settimana. Con i quarantanove migranti da parecchi giorni nel Mediterraneo in attesa di un porto sicuro dove sbarcare e diversi sindaci che in difesa “dei diritti umani” sospendono l’applicazione del decreto sicurezza caro al ministro dell’Interno Matteo Salvini – Piemonte, Toscana e Umbria ricorreranno alla Corte costituzionale –, la chiesa non poteva più restare confinata a pur giuste relazioni da conferenza stampa e parentesi a inframmezzare le omelie domenicali. Serviva qualcosa di più che è arrivato prima con il riconoscimento del diritto di obiezione di coscienza da parte del cardinale Angelo Bagnasco, quindi con la serie di interviste ai giornali di vescovi in carica o emeriti, infine con l’intervento del Papa – che è primate d’Italia – al termine dell’Angelus domenicale dell’Epifania. Una manovra concentrica non casuale, che guarda sì all’Italia del governo gialloverde ma che punta a sfidare l’internazionale populista di Trump e Bolsonaro, di Duterte e degli esperimenti dell’Europa orientale. Un’azione che ha trovato nell’editoriale firmato da padre Antonio Spadaro sull’ultimo numero della Civiltà Cattolica (“Tornare a essere popolari. Sette parole per il 2019”, se ne è scritto sul Foglio di sabato 5 gennaio) la conferma che anche oltretevere la misura è colma e che è venuta l’ora di reagire (nell’articolo si invoca una “reazione”) alla “cultura fondamentalista” che punta a “instillare la paura del caos”, azione che “è divenuta una strategia per il successo politico: si innalzano i toni della conflittualità, si esagera il disordine, si agitano gli animi della gente con la proiezione di scenari inquietanti”. Ieri, parlando al Corpo diplomatico riunito in Vaticano, il Papa ha detto che “il riapparire di pulsioni populistiche e nazionalistiche sta progressivamente indebolendo il sistema multilaterale, con l’esito di una generale mancanza di fiducia, di una crisi di credibilità della politica internazionale e di una progressiva marginalizzazione dei membri più vulnerabili della famiglia delle nazioni”.

  

“I vescovi italiani sono sicuramente preoccupati della situazione politica che si è venuta a creare nel nostro paese”, dice al Foglio Sergio Belardinelli, ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Bologna: “D’altra parte non sono i soli ad esserlo. Non escludo che essi possano anche desiderare una sponda politica di riferimento e che guardino con simpatia ai tentativi sempre più insistenti di riaggregare in qualche modo l’impegno politico dei cattolici, ma onestamente mi sembra improprio sostenere che siamo di fronte a un nuovo protagonismo politico dei vescovi italiani. E’ vero, essi invocano sempre più spesso, anche Papa Francesco lo fa, la frase di Paolo VI sulla politica come la forma più alta di carità, ma in questo modo danno un’indicazione pastorale, nella speranza che venga accolta, non credo che aspirino a qualcos’altro, magari a farsi essi stessi parte politica. Se così non fosse, nel contesto in cui siamo, sarebbe un errore”. I tentativi di aggregare qualcosa che sia “popolare” sul modello di Sturzo vanno avanti da mesi, si parte dal basso – si aggrega – e poi si vedrà, magari alle amministrative potrà nascere qualcosa. Di certo il tentativo di qualche vescovo di metterci il cappello, assicurando di avere il sostegno della presidenza della Cei e perfino della Segreteria di stato, non pare destinato ad avere successo. 

 

Anche perché più che di odore delle pecore puzzerebbe di quel clericalismo che Francesco vede con orrore. Di contrapposizioni tra vescovi e governo, qui, ce ne sono sempre state, anche se il tentativo della Conferenza episcopale italiana è sempre stato quello di ricercare il più possibile intese, negoziando ed evitando lo scontro aperto. Un modus operandi che si è visto anche rispetto al governo gialloverde: per mesi la Cei ha mantenuto un profilo sfumato, nonostante un anno fa, ben prima delle elezioni del 4 marzo, il cardinale Gualtiero Bassetti aprendo il Consiglio permanente disse che “bisogna essere coscienti che quando si soffia sul fuoco le scintille possono volare lontano e infiammare la casa comune, la casa di tutti”. Però è anche vero che “contrapposizioni da parte dei vescovi italiani a certe decisioni governative ci sono sempre state”, ricorda Belardinelli. “Oggi esse riguardano soprattutto il cosiddetto decreto sicurezza e la gestione del problema dell’immigrazione, sul quale in effetti si registra una contrapposizione molto forte. Ma scontri altrettanto forti si sono riscontrati e si riscontrano su molti altri fronti, si pensi soltanto al fronte della famiglia e della bioetica in generale”. Matteo Salvini ha rispolverato i vecchi slogan bossiani contro i “vescovoni”. Da una parte i Maggiolini e i Biffi, dall’altra i Martini e i Galantino. Tanto, dice il ministro dell’Interno, “i cattolici sono con me”. Belardinelli concorda: “Credo che Salvini abbia in gran parte ragione. La cosa può piacere o non piacere (a me non piace), ma occorre soprattutto capire perché. Tutti i soggetti politico-sociali, compresa la chiesa cattolica, sono oggi un po’ scollati dalla realtà. In Italia in particolare stiamo scontando un ventennio di contrapposizione berlusconismo-antiberlusconismo che evidentemente ha fatto danni anche tra i cattolici. Molti dei quali manifestano oggi le loro simpatie per Salvini pur di non darla vinta a quella parte di cattolici che li consideravano moralmente ‘indegni’ per il semplice fatto che votavano per Berlusconi. Non credo che questa simpatia ‘cattolica’ per la Lega di Salvini sia particolarmente convinta, e i vescovi lo sanno, come lo sa Salvini. Mi rendo conto che il tempo stringe e che i il nostro paese, non soltanto i cattolici, sta rischiando grosso. Ma proprio per questo in questo momento mi preoccuperei poco di chi asseconda e chi no il magistero dei vescovi o di chicchessia. Preoccupiamoci invece che sia un magistero all’altezza delle sfide che dobbiamo fronteggiare: Europa, immigrazione, assetto istituzionale, sviluppo economico del paese, scuola, università, salvaguardia delle nostre libertà in un mondo globale. Si tratta di sfide che, prima ancora che sul piano politico, vanno affrontate sul piano culturale. Ma anche qui non mi pare che siamo messi troppo bene”. La sensazione è che il muro contro muro non sia destinato a esaurirsi a breve. Bisognerà vedere quanto l’episcopato italiano, tutt’altro che monolitico nel condividere la linea dei vertici, ci metterà a far propria definitivamente l’agenda di Francesco il callejero.

  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.