E se gli inglesi sognassero elezioni Brexit free? Chi ci guadagna e chi no

Paola Peduzzi

Farage rivede il suo patto con i Tory. I nuovi candidati e le loro ispirazioni. Poi ci sono Johnson e Corbyn, o meglio: Scilla e Cariddi

Milano. Voi siete esausti e non volete più discutere di Brexit ma io no, ha detto ieri Nigel Farage, il leader del Brexit Party: io non sono stanco, voglio la Brexit e tengo gli occhi addosso al premier conservatore, Boris Johnson, perché non tradisca le promesse fatte. Per Farage la Brexit è vita e sopravvivenza, non può permettere che si parli d’altro, e così ha ignorato le pressioni che gli hanno fatto persino i falchi brexiteers come lui e con lui, ha presentato i suoi candidati nelle circoscrizioni laburiste in cui ha vinto il “leave”, rifiutando la richiesta dei Tory di fare un passo indietro per non dividere il voto euroscettico, e ha rilanciato: i miei candidati subiscono telefonate, messaggi, minacce, pare di essere in Venezuela. Farage ha già fatto una concessione: in 317 circoscrizioni ora in mano ai Tory non presenta i suoi candidati, evita lo scontro diretto. Più di così non vuole e non può fare perché rischia che scompaia la Brexit, che vincano lo sfinimento e il desiderio di immaginare un futuro che non sia definito soltanto da questo divorzio e per lui questo equivale alla fine. Se la Brexit non è un’ossessione, che futuro potrà mai avere un partito che si chiama Brexit?

 

Farage si è accorto che c’è una gran voglia di pensare ad altro, nel Regno Unito. Lo sfinimento è palpabile, dici “backstop” e si rovesciano gli occhi indietro (questo è sempre successo, ma ora di più: è automatico), la questione europea compare tra i primi posti nelle preoccupazioni degli inglesi, ma sembra quasi la risposta scontata che ti sei abituato a dare, come rispondere “bene” quando ti chiedono “come stai?”. Ma poi ci sono altre preoccupazioni: il sistema sanitario, le scuole pubbliche, i trasporti e i treni che non arrivano mai in orario, le spese necessarie, il rigorismo da superare. Insomma: le ansie della vita normale, prima che la Brexit alterasse ogni cosa. E’ possibile immaginare un futuro senza fare i conti con la Brexit? Ovvio che no, l’Unione europea è talmente parte della quotidianità britannica che ogni proposta dipende da come sarà fatto questo divorzio, ma la tentazione è grande, e le campagne elettorali sono fatte anche per sognare e immaginare e alzare gli occhi dai soliti, incomprensibili cavilli della Brexit. Jeremy Corbyn, leader del Labour, ha fatto di questa tentazione una missione: lui che di Brexit ci ha sempre capito poco e ha scelto la strategia dell’ambiguità per non doversi schierare mai, vuole assolutamente parlare d’altro. E lo fa, lo fa fare ai suoi, propone spese folli e tasse pesanti ai ricchi privilegiati, recupera le linee guida della politica tradizionale e le sposta sempre più a sinistra, mentre gli attivisti di Momentum battono il paese porta a porta, con la loro rete capillare e il manuale in mano per cavarsela nelle “conversazioni difficili”. Perché le conversazioni difficili sono tante: come dice Sir John Curtice, politologo-oracolo delle campagne elettorali inglesi, questo è “una gara di impopolarità”, i leader in corsa patiscono un deficit di amore equamente distribuito. Corbyn però ha già dimostrato di essere un animale elettorale, ed è su questa sua abilità che puntano i suoi, e meno si parla di Brexit, meglio è. Ma la coscienza nazionale è segnata comunque dalla Brexit, che a Corbyn piaccia o no, e infatti il leader del Labour è schiacciato non soltanto dai Tory (avanti nei sondaggi di circa 10 punti) ma anche dai Liberaldemocatrici di Jo Swinson, che attirano i moderati e gli anti Brexit: lo “swing” da tenere sott’occhio è questo, dal Labour ai Lib-dem.

 

Boris Johnson parla di Brexit eccome, sempre con quei suoi toni eccentrici che diventano in un attimo virali, ma anche tra i Tory la tentazione di proiettarsi in un futuro in cui non si dovranno studiare documenti dettagliati sulle modalità di controllo delle frontiere è alta. Basti vedere come è andato il processo di selezione dei candidati dei Tory: ci sono state molte defezioni, una quarantina di parlamentari da sostituire in vista del 12 dicembre e, come ha raccontato Sebastian Payne sul Financial Times, i Tory “stanno gestendo una trasformazione” grande, generazionale e no. I nuovi candidati sono sostanzialmente tutti pro Brexit, ma il “vetting” riguarda anche altre tematiche: tutti hanno dovuto fare un discorso di cinque minuti su come immaginano il paese in futuro e hanno risposto a domande degli attivisti che mostrano, anche loro, una certa insofferenza nei confronti della dittatura della Brexit. Johnson vuole creare un partito post divorzio, insomma, e così vuole fare Corbyn, che in realtà ha molte più difficoltà nella selezione dei candidati perché nel Labour la frattura tra moderati e radicali è profondissima e non sa soltanto di Brexit (al momento, dei 36 nuovi candidati da presentare 21 sono radicalissimi: tra questi c’è anche Zara Sultana, una attivista ventiseienne che vorrebbe “celebrare” la morte di Tony Blair).

 

La corsa al netto della Brexit, ammesso che sia possibile, è comunque accidentata. Nick Boles, ex conservatore che è stato anche chief of staff di Johnson quando era sindaco di Londra, ha scritto un articolo durissimo (e citatissimo) sull’Evening Standard: dice che queste sono le elezioni di “Scilla e Cariddi”, l’alternativa è essere dilaniato o annegare. Boles voterà per i liberaldemocratici.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi