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I Comuni inglesi ora vanno a caccia di uno speaker che duri per un giorno

L’ultimo giorno di John Bercow, “Mister Order”

1 Novembre 2019 alle 11:28

I Comuni inglesi ora vanno a caccia di uno speaker che duri per un giorno

John Bercow (foto LaPresse)

Milano. AAA Cercasi speaker, meglio se non pronunci mai quella parola che inizia con la “B” e che finisce con “exit”. In cambio, uno stipendio maggiore di quello del primo ministro e un appartamento nel cuore del Palazzo di Westminster con vista sul Tamigi, quattro camere e un letto a baldacchino rosso pensato per far riposare i monarchi la notte prima dell’incoronazione.

  

 

Lunedì la Camera dei Comuni di Londra si riunirà per eleggere il successore di “Mister Order”, il cinquantaseienne John Bercow, che a inizio settembre ha annunciato le dimissioni e che ieri, ex Halloween-Brexit day, ha diretto il traffico parlamentare – “il più lento ritiro dai tempi di Frank Sinistra”, ha ironizzato il premier Boris Johnson in aula. Nei suoi dieci anni di mandato, il primo speaker di fede ebraica ha segnato il passaggio della carica istituzionale alla modernità, con il suo personalismo, i meme e le cravatte sgargianti. Sono gli ultimi anni, quelli della Brexit e degli “ordeeer” gridati in aula e diffusi dalle tv di tutto il mondo, ad aver segnato la sua presidenza.

 

Lo speaker deve essere arbitro imparziale, tanto che una volta eletto deve lasciare il suo partito a differenza di quanto accade negli Stati Uniti. Così ha fatto anche Bercow nel 2009, dicendo addio al Partito conservatore. E’ riuscito a creare un buon rapporto con i deputati in questi dieci anni, assicurandosi tre riconferme (nel 2010, nel 2015 e nel 2017). Ma è finito nel mirino di ex collaboratori, con accuse di bullismo, e di tutti i governi conservatori dal 2010 a oggi. La ragione è comune ai tre premier (David Cameron, Theresa May e Boris Johnson) ed è quella che proprio Bercow aveva dichiarato appena eletto: “Il mio primo obiettivo è rafforzare il Parlamento, se necessario anche a spese del potere esecutivo”. La Brexit ha nutrito lo scontro tra Bercow, che nel 2016 votò remain, e i governi conservatori che l’hanno dovuta gestire. Lui è stato deciso a far rispettare la centralità dei Comuni; loro, convinti entrambi della bontà dei loro accordi con Bruxelles, sono apparsi spesso insofferenti davanti alle resistenze e ai no dell’Aula.

 

 

Anche approfittando dell’assenza del Partito laburista di Jeremy Corbyn dalla questione Brexit, Bercow ha conquistato un enorme spazio politico nel fronte europeista. Tanto che alcuni conservatori brexiteer si lasciano andare a confessioni come “meglio un laburista che Bercow”. Così, i favoriti alla successione sono proprio due laburisti: Harriet Harman, la “mother of the House”, e Lindsay Hoyle, oggi vice di Bercow. Una cosa però accomuna i nove candidati: nessuno di loro pronuncia volentieri quella parola con la “B”. Uno di loro, il laburista Chris Bryant, ha detto in un recente confronto tra i candidati che “una delle buone ragioni per diventare speaker è che non serve più avere un’opinione sulla Brexit”. E dallo stesso dibattito è emersa una conferma: nessuno si presenta come il candidato della continuità, il fardello è troppo pesante.

 

Le elezioni del 12 dicembre si avvicinano e molti hanno chiesto a Bercow, che non si ricandiderà per il seggio di Buckingham che occupa da 22 anni, di rinviare le dimissioni alla nascita della nuova Camera. Infatti, con lo scioglimento dei Comuni fissato per martedì, il nuovo speaker resterebbe in carica per un solo giorno. Gliel’hanno chiesto perfino i conservatori che sostengono Eleanor Laing, oggi vice di Bercow, convinti che dalle urne possa uscire una maggioranza in grado di sostenere la loro candidata.

 

Lui non sembra intenzionato a cedere alle richieste e già si adopera per il suo futuro. Nel 2009 aveva lavorato molto bene nelle retrovie per costruirsi l’elezione anche a costo di inimicarsi il suo partito. Era piuttosto vicino al governo laburista di Gordon Brown del quale è anche stato consulente (con il via libera del suo partito). Tanto vicino che nei mesi prima della sua elezione si vociferava di un cambio di casacca e che attorno a quel voto del 2009 aleggia il sospetto che ben pochi deputati conservatori lo sostennero. Ma oggi Bercow rischia di pagare questo e l’atteggiamento sulla Brexit: c’è chi nello staff del premier Johnson sta pensando di vendicarsi negandogli la nomina a Lord. E sarebbe il primo speaker da 230 anni a non entrare alla Camera alta dopo aver guidato quella bassa.

Gabriele Carrer

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