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Memento Brexitum

Ma ve li ricordate, gli inglesi? Questa sarà d’ora in poi la nuova regola di convivenza in Europa. Mentre “Westmainster” esercita con dignità, tenacia e assenza di pragmatismo il proprio narcisismo, omaggio puro e duro al potere

30 Marzo 2019 alle 06:15

Memento Brexitum

Foto LaPresse

In apparenza “Westmainster”, come si dice qui a “Montechitorio”, ha messo in scena la saga del “no”. No all’accordo, no all’uscita senza accordo, no all’unione doganale, no al backstop, no al secondo referendum, e ancora no no no. Eppure in questa serie meravigliosa, come detto in un commento a caldo e persino ragionevole, gli Mps, gli Honorable deputati dei Commons, hanno cambiato idea in molti non determinanti casi. Jacob Rees-Mogg, per esempio, considerava l’accordo della May un pegno di schiavitù per il Regno Unito, poi l’ha votato, ieri. E Boris Johnson diceva che il paese con il deal sarebbe diventato un vassallo dell’Unione europea, poi l’ha votato, ieri. Perché mai non potrebbero cambiare idea anche i cittadini britannici, che tre anni fa hanno votato per uscire da non si sa quale porta, di fronte alle conseguenze del loro stesso voto? Sono forse inferiori in grado ai loro rappresentanti? No, certo. E allora si parla di nuova richiesta di proroga, stavolta lunga, di elezioni generali, di nuovo primo ministro, di partecipazione inglese alle elezioni europee, di un referendum numero due per validare eventualmente un nuovo accordo oppure no. Oppure di un’uscita selvaggia che nessuno apprezza: no.

 

La storia inglese è fitta di occasioni in cui il Parlamento ha esercitato con dignità, tenacia, e totale assenza di pragmatismo, il proprio infinito narcisismo, l’omaggio puro e duro al proprio potere. E’ in un certo senso l’essenza di una democrazia rappresentativa, specie in regime monarchico, tra re con la testa tagliata, per la prima volta, e re e regine interminabili. La serie dura da secoli. Perché interromperla adesso? In amore si dice “don’t take no for an answer”, non considerare il no una risposta, ma in politica è tutto più difficile. Le conseguenze della politica sono più complicate delle conseguenze dell’amore. Pezzi diversi di euroscettici, di euroinsofferenti, di euroentusiasti, di euroindifferenti si sono uniti in tre voti dirimenti e in una quantità di voti su emendamenti altrettanto dirimenti e mozioni con il risultato di una maggioranza sempre negativa, ciascuno inseguendo il proprio fine machiavellico. “The noooooos have it”, tuonava ogni volta lo speaker John Bercow. Nel frattempo fatti e argomenti, splendidamente esposti dal capo del governo e dal capo dell’opposizione, sul filo della logica e della coerenza, con ritmo e fair play scanditi da un linguaggio invidiabile, non sono riusciti a produrre un voto utile, ma hanno fatto cambiare idea a un bel giro di rappresentanti del popolo, del pubblico, dei constituents o cittadini elettori. Grandi emozioni fuori da Westminster, tensioni elettriche, divisioni, di volta in volta anche una gigantesca noia del già visto, e grande compostezza, tra lazzi frizzi e boati, dentro la sala rettangolare della Camera, gli uni contro gli altri.

 

La domanda successiva ai no è sempre la stessa: what’s next? e ora che succede? E la risposta è invariabile: uncharted waters, uncertainty, siamo in acque inesplorate, c’è incertezza. L’unica cosa sicura è che gli inglesi sono bizzarri, anche gli scozzesi i gallesi e gli irlandesi, ma come il dottor Johnson secondo Boswell, suo biografo e creatore, gli inglesi specialmente considerano barbara ogni nazione tranne la propria. Però qui in Europa continentale di nazioni ce ne sono ventisette, ventotto meno una e tutte isolate dalla Manica, e non fosse per i tedeschi, e pare per gli olandesi, le cose si metterebbero molto male per economia finanza agricoltura e commercio britannici. I francesi hanno guidato il negoziato a Bruxelles, e questo solo fatto è il complemento naturale dei no pronunciati a Westminster, dove una società liberale si erge al cospetto di uno stato giacobino e centrale, ma alla fine il pasticcio della Brexit è un porridge fatto in casa, l’anticipo disgustoso di quanto potrebbe succedere a chiunque si azzardasse, con meno mezzi e metà della loro follia, a imitarli. Memento Brexitum sarà d’ora in poi la nuova regola di convivenza nell’Unione europea, probabilmente ancora con i britannici destinati a discutere altri due anni di come uscire dalla trappola.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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