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Meglio una hard Brexit in formato impero

Il no deal è autolesionistico. Però ha una logica profonda e molto britannica

5 Aprile 2019 alle 06:08

Meglio una hard Brexit in formato impero

foto LaPresse

Ora che a Westminster quei mattacchioni hanno detto di sì a un no che riguarda un no deal, cioè hanno fissato per legge la necessità di una proroga da chiedere a Bruxelles per evitare il casino, facciamo come loro, e poniamo la contraddizione, il nostro divertito no. L’uscita senza accordo è un disastro, certo, e la lezione degli eventi recenti è chiara: non scherzate con la frontiera comune europea. Ma è anche vero che hanno votato per l’indipendenza nazionale. Che si sono sentiti dire Brexit means Brexit. E in aggiunta si sono sentiti ripetere che un’uscita senza accordo è meglio di un cattivo accordo. Saranno dei clown, avranno anche strappato il risultato a forza di balle demagogiche, tuttavia sono la più antica democrazia del mondo, una monarchia liberale che non ha mai sentito il bisogno di buttar giù una Costituzione scritta ma applica regolamenti parlamentari del 1604, un impero tramontato fondato sul commercio e sul dominio del mare, un’isola che non si è fatta invadere e ha vinto la battaglia dei cieli contro Hitler. Forse questa storia del no deal ha bisogno di un supplemento di riflessione.

 

L’uscita senza accordo è la Brexit, è l’indipendenza riconquistata. E’ anche un atto di autolesionismo. Si riapre un tema da guerra civile a sfondo confessionale e nazionale, in Irlanda, che solo nell’Europa riformista di Blair si era riusciti a chiudere, con l’assistenza americana del riformista Clinton, dopo trent’anni di rovine. Nel breve periodo i britannici possono temere confini caotici, fine delle scorte, commercio impedito, finanza impoverita, un caos di arrivi e partenze di persone e merci che riguarda perfino le medicine, non solo le barrette dei Mars, come dice BoJo, Boris Johnson clown in chief. Si dirà che gli inglesi a queste cose sono abituati fin dall’ultimo Dopoguerra, e il loro struzzo durissima coquit, ingurgita anche i sassi. Comunque è un problemaccio, specie nel breve termine. In prospettiva, però, è solo la Brexit, la loro decisione sconsigliata, ma la loro.

 

L’unione doganale permanente sarebbe invece una prospettiva rassicurante e un tantino triste, e infatti ora se ne parla tra la May e Corbyn, ma suonerebbe come un “abbiamo scherzato”, mi pare. E certificherebbe paradossalmente un ripiegamento nazionale: ci riprendiamo l’autonomia formale ma ci vincoliamo al grande mercato unico europeo, perché al conto della serva ci conviene e scegliamo – per non sapere né leggere né scrivere – il noto al posto dell’ignoto. Ora, come sappiamo, tra la Prima e la Seconda guerra mondiale in Europa tre imperi cosmopoliti si sono dissolti: quello ottomano, quello asburgico e quello britannico.

 

Era restato in piedi, fino a Trump, solo il coacervo multinazionale americano, con la sua bella logica imperiale ormai tradita nel protezionismo e nell’America First. Nella Brexit c’erano tante cose, compresa la paura di immigrati che non esistono, compresi il risentimento, la frustrazione e la rabbia contro l’establishment di Londra, ma c’era anche la nostalgia di una vera e vasta globalizzazione, quell’idea di una Singapore europea capace di fare affari e commerci con tutto il mondo senza assoggettarsi alle regole del sovranismo unionista europeo, virtuale partner esterno e competitore, o del protezionismo virtuale dell’Arancione. Non è che tutti i brexiteer avessero l’anello al naso. Non è che fossero tutti nazionalisti, erano anche fior di libertari e globalisti. L’unione doganale o altri cattivi accordi, per dirla con la May di ieri e con derrate di conservatori incazzati oggi, impedisce la rinascita del liberoscambismo vecchia scuola, globale su una scala inaudita, è la fine dell’esperimento prima che sia cominciato. Si capisce dunque che questo paese in parte gaelico, in parte celtico, in parte anglo-latino e sassone, così disinvolto da essersi preso dei tedeschi come ultima dinastia regnante, possa considerare utile evitare atti autolesionistici, ma umiliante rassegnarsi a non inseguire un sogno. Certi no hanno una spiegazione che somiglia molto a una logica.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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Commenti all'articolo

  • stearm

    05 Aprile 2019 - 11:11

    Brexit è un nome sbagliato, il mito della Britannia nasce con l'Impero, ma è un mito 'inglese'. E infatti la nostalgia dell'Impero è sentimento prevalentemente 'inglese'. In Scozia solo la minoranza 'inglese' ha votato a favore dell'uscita dall'Unione Europea, mentre in Nord-Irlanda, nonostante la maggioranza sia (di poco) protestante, il Remain arrivò comunque al 55%. La Brexit è l'ultima imposizione del predominio English sul resto dell'Isola, in un'alleanza ben radicata tra elites aristocratica e popolazione rurale, ovvero le due componenti più affezionate al mito dell'Impero. Che sia un tentativo destinato a fallire? Non è detto. Certo, se in Scozia e in Nord-Irlanda si svolgessero dei Referendum, voterebbe per l'indipendenza, ovvero per uan vera Brexit, ovvero l'uscita dalla Gran Bretagna, della serie 'goodbye England'. Con tutte le consequenze drammatiche del caso anche sul resto d'Europa (secessioni varie ed eventuali), quindi non auguriamocelo

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