1.006 giorni dopo il referendum sulla Brexit, tutto è possibile

Paola Peduzzi

Siamo qui a leggere le foglie di tè. Intanto ai Comuni si vota, chissà per andare dove. Gli scenari, l’opzione nucleare, la tenuta della May e le europee

Milano. Questa avrebbe dovuto essere la settimana in cui il Regno Unito si organizzava per l’uscita ordinata dall’Unione europea, prevista per il 29 marzo del 2019. Per questo motivo, il 29 marzo del 2017 era stato attivato dal governo di Londra l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che prevede: “Comma 1. Ogni stato membro può decidere di ritirarsi dall’Ue in conformità con le proprie norme costituzionali. Comma 2. Lo stato membro che decide di farlo deve informare il Consiglio europeo e negoziare un accordo sul ritiro, stabilendo inoltre le basi giuridiche per il futuro rapporto con l’Unione europea. L’accordo deve essere approvato da una maggioranza qualificata degli stati membri, dopo aver avuto il consenso del Parlamento europeo. Comma 3. Sono due gli anni a disposizione dal giorno in cui si chiede l’applicazione dell’articolo 50 per concludere un accordo, ma il termine può essere esteso. Comma 4. La maggioranza qualificata è definita dall’articolo 238 (3, B) del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Comma 5. Se successivamente lo stato che ha lasciato l’Unione vuole tornare a farne parte deve ricominciare le procedure di ammissione, secondo quanto stabilito dall’articolo 49 (introdotto nel 2009, prevede una procedura di reintegro nell’Unione, ndr)”.

 

La May sottoporrà il suo accordo al Parlamento per la terza volta soltanto se ha una chance di ottenere la maggioranza

I due anni di negoziato finiscono il 29 marzo, ma al vertice europeo della scorsa settimana è stata concessa una proroga di 14 giorni, che terminerà il 12 aprile, in cui il Regno Unito dovrà decidere se e come vuole lasciare l’Unione europea. Entro l’11 aprile, il Regno Unito dovrà far sapere se parteciperà alle elezioni europee, che si terranno il prossimo 26 maggio. Sono passati 1.006 giorni dal giorno del referendum sulla Brexit – il 23 giugno del 2016 – e i commentatori inglesi in coro dicono: “Tutto è possibile”. Proviamo a vedere che cos’è questo “tutto”: si tratta di una lista politica delle alternative, mentre i vari emendamenti che spingono verso una soluzione o l’altra sono in discussione a Westminster. Alcune alternative potrebbero essere quindi formalmente escluse, ma come è già accaduto sull’emendamento votato a maggioranza che ha eliminato l’ipotesi del no deal, non c’è alcun vincolo politico ancora esplicitato. Fino a ieri il governo di Londra diceva che anche i voti “indicativi” previsti in questa settimana possono essere “ignorati” dal governo (a dirlo è stato il ministro per il Commercio, Liam Fox).

 

Il deal May-Ue

 

L’accordo siglato il 25 novembre scorso dal governo di Londra, guidato da Theresa May, e dai paesi dell’Ue è un documento composto da due parti: 585 pagine legalmente vincolanti che stabiliscono i termini del divorzio dall’Ue; 26 pagine sulle relazioni future tra Regno e Ue in ambiti rilevanti, quali commercio, sicurezza, difesa (non è legalmente vincolante). E’ previsto anche un periodo di transizione di due anni, dal 29 marzo 2019 al 31 dicembre 2020: è applicabile soltanto se entra in vigore questo accordo. Il backstop previsto non permette al Regno Unito di “take back control”, perché in molte materie saranno ancora applicate le regole di Bruxelles: di fatto questo accordo crea un’area di libero scambio tra Londra e Bruxelles che replica i rapporti esistenti con il mercato unico nel settore delle merci. Il backstop irlandese – la soluzione di sicurezza che permette di tenere come è oggi il confine tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del nord – prevede la creazione di un “territorio doganale unico” tra Regno Unito e Ue senza tariffe, quote e controlli sulle regole di origine, che però impedisce a Londra di firmare accordi di libero scambio con il resto del mondo nel settore delle merci e dei prodotti agricoli.

 

La partecipazione alle europee non piace né ai politici inglesi né a quelli dell’Ue. Si teme un’invasione di euroscettici (ironia assoluta)

Il backstop perderà vigore quando sarà stabilita una soluzione per quella frontiera e proprio l’assenza di una data di scadenza della misura cautelativa fa dire ai brexiteers che si tratta di una “trappola” a tempo indeterminato. Questo accordo considerato troppo soft è già stato bocciato due volte a Westminster: la prima volta, il 15 gennaio scorso, il governo May ha subìto la sconfitta più grave della storia democratica inglese, perdendo il voto con 230 voti contrari (432 vs 202); la seconda volta, il 12 marzo scorso, l’accordo è stato bocciato, con una differenza di voti più ridotta – 149 – ma comunque enorme. La May vuole far votare per la terza volta l’accordo, ma non a tutti i costi: ha detto ieri ai Comuni che, se il suo accordo è destinato a non passare, non lo sottoporrà a un altro voto. Sta comunque al Parlamento fissare una data: finora il presidente dei Comuni, John Bercow, ha escluso la possibilità di votare, ma si dice che ora le condizioni siano cambiate perché il Consiglio europeo ha formalmente approvato un’interpretazione congiunta del testo, tenendo conto delle ultime concessioni cosmetiche negoziate dalla May con l’Ue. Al momento, secondo i calcoli, sono almeno 60 i parlamentari conservatori contrari all’accordo, cioè la May è destinata a perdere anche questo voto (considerando che il Labour è contrario). Se dovesse passare, l’uscita ordinata dall’Ue è prevista per il 22 maggio (l’Ue ha acconsentito a una proroga tecnica per la ratifica).

   

 

Secondo referendum

  

Dopo l’imponente marcia di sabato a Londra, sono sempre più insistenti le pressioni per avere un voto in Parlamento sull’eventualità di un secondo referendum sulla Brexit. Parte del Labour – sul suo leader, Jeremy Corbyn, non c’è certezza: alla manifestazione di sabato non c’era, c’era però il suo vice, Tom Watson, ma questo segnala la spaccatura tra i due e nel partito – è a favore, i conservatori sono sostanzialmente contrari. C’è già stato un voto parlamentare sul secondo referendum, che è stato bocciato: gli stessi sostenitori del secondo referendum, il People’s Vote, avevano chiesto di non votarlo perché non erano sicuri dei numeri e avrebbero voluto creare una coalizione parlamentare a favore del secondo voto. Per ora, non c’è ancora sicurezza sui numeri.

  

La marcia del People's Vote, i sostenitori del secondo referendum sulla Brexit, sabato scorso a Londra (Foto LaPresse)

  

Il no deal è molto possibile: la Commissione ha pubblicato un primo documento per gli europei che viaggiano nel Regno Unito

Revisione “soft” dell’accordo

 

L’Ue è disponibile a riaprire il negoziato se Londra dovesse chiedere di discutere un nuovo quadro di trattative che comprendano la permanenza del Regno nell’unione doganale e/o nel mercato unico. In questo caso l’Ue sarebbe d’accordo a consentire una proroga lunga dell’articolo 50. Questa ipotesi prevede, come esito, una Brexit ancora più soft di quella decisa nell’accordo May: i Tory sono contrari, i laburisti sono più a favore, ma chiedono – questa è la posizione ufficiale di Jeremy Corbyn – che ci sia un’elezione generale, cioè che a gestire questa seconda tranche di negoziati sia un un nuovo governo.

 

No deal

 

L’uscita senza accordo è ancora la migliore soluzione per i falchi del Partito conservatore. Il Parlamento l’ha escluso, ma come si diceva non si trattava di un voto vincolante. Nel caso ci fosse una decisione politica per il no deal, la data sarebbe, indicativamente, il 12 aprile. Ieri la Commissione europea ha pubblicato un documento che stabilisce che cosa accadrà, in caso di non accordo, a chi viaggia tra l’Europa e il Regno Unito. Ci sono molti dettagli da verificare, ma intanto: i cittadini europei non potranno più utilizzare la card assicurativa europea che finora era valida anche nel Regno, ritornerà il roaming per chi attraversa la frontiera, l’Ue applicherà alle merci britanniche le tariffe della Wto (l’hashtag scelto dalla Commissione è #Prepare4Brexit).

  

Revoca dell’articolo 50

  

Una petizione che chiede la revoca dell’articolo 50 è stata firmata online da cinque milioni di persone: la pressione dell’opinione pubblica potrebbe indurre i parlamentare a discutere l’ipotesi ai Comuni. Per ora, anche il People’s Vote non è a favore della revoca: punta al secondo referendum, ma se si dovesse presentare come unica alternativa un no deal, allora sosterrebbe la revoca. La revoca, che è anche definita “l’opzione nucleare”, annulla tutto quello che è stato firmato finora: eventualmente, il Regno dovrebbe tenere un altro referendum e, in caso di vittoria della Brexit, riattivare di nuovo l’articolo 50. Nulla di quello che è stato concordato finora resterebbe valido.

  

La petizione per la revoca dell’articolo 50 ha superato i cinque milioni di firme. In questo caso si annullerebbe tutto

Ci sono altre due questioni politiche da prendere in considerazione. La prima riguarda la partecipazione alle elezioni europee da parte del Regno Unito. I parlamentari inglesi sono sostanzialmente contrari alla partecipazione alle europee: temono che ci sia una rivolta da parte degli elettori, in particolare di quelli che, a questo punto, immaginavano di essere fuori dall’Ue. Per questo, stanno valutando l’ipotesi di votare ai Comuni per non partecipare in ogni caso alle elezioni europee.

 

Secondo le proiezioni, la partecipazione aiuterà soprattutto – ironia massima – le compagini euroscettiche che, contrarissime all’Ue, si troveranno a eleggere nuovi europarlamentari. In particolare, l’unico partito che dichiara di essere pronto per la campagna delle europee è il neonato Brexit Party, fondato dall’ex leader indipendentista Nigel Farage. Di fronte al Parlamento europeo una decina di giorni fa, Farage ha detto: “Non vorrete rivedermi qui immagino, o non vorrete orde di euroscettici piombare qui”. Farage vuole naturalmente un no deal, e sventola lo spauracchio dell’ondata euroscettica per convincere anche gli europei a non concedere proroghe pericolose. Non c’era bisogno: gli europei sono già preoccupati così. Manfred Weber, candidato alla presidenza della Commissione del Partito popolare europeo, ha detto venerdì alla Reuters: “La partecipazione della Gran Bretagna alle elezioni europee può consegnare una grande vittoria dei partiti anti élite inglesi. Ecco perché sono molto preoccupato. Quando Farage farà il suo ritorno a Strasburgo assieme ad altri deputati euroscettici, si creeranno grandi problemi per noi”.

 

L’ultimo punto riguarda Theresa May e la sua tenuta. Le voci di dimissioni si sono moltiplicate nel fine settimana, con i soliti resoconti di un golpe conservatore in corso ai suoi danni. Avendo già votato una mozione di sfiducia contro la May, e avendola persa, i Tory non hanno più strumenti procedurali per testare la tenuta della May. L’unica alternativa è che sia la premier stessa a rassegnare le dimissioni o – cosa più probabile – a chiedere che venga salvato il negoziato con l’Ue mettendo come condizione la propria dipartita. In questo modo però si ritroverebbero in difficoltà sia i conservatori sia i laburisti, che dovrebbero portare avanti un progetto con la firma della May senza poter proporre una loro alternativa. Come ha detto un viceministro anonimo allo Spectator: “Leggere le foglie di tè è più facile”.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi