Theresa May dice: votate il mio accordo Brexit e mi dimetto. L'analisi di un euroscettico cauto

Gregorio Sorgi

"I falchi brexiteers stanno deponendo le armi sull'accordo della premier", ci dice il direttore del think tank Open Europe

Roma. La premier britannica, Theresa May, ha assicurato ai deputati conservatori che lascerà Downing Street se il suo accordo sulla Brexit otterrà la maggioranza ai Comuni. Non ha fornito una data per la dipartita, che in ogni caso sarà dopo il 22 maggio, l’ultima scadenza della proroga concessa dall’Unione europea. La May non parteciperà alla seconda fase delle trattative, e ora si attende la data per la terza votazione del suo accordo con l’Europa. Molti conservatori avevano posto le dimissioni della premier come condizione per votare l’intesa, che adesso ha qualche speranza in più.

 

Henry Newman, direttore del think tank Open Europe, di tendenza euroscettica, ed ex consigliere di Michael Gove, brexiteer falco ora sostenitore dell’accordo del governo, spiega al Foglio: “Molti pensano che la premier abbia gestito male i negoziati con l’Ue, e non vogliono continuare a fare gli stessi errori durante la seconda fase delle trattative, che sarà la più importante. In secondo luogo, alcuni deputati non vanno d’accordo con la May: alcuni volevano essere più ascoltati, altri magari non sono stati promossi. In questo caso, i risentimenti personali contano più delle ragioni strategiche”. Anche se non è detto che l’addio della premier sia sufficiente per ricompattare le mille anime dei Tory. Per Newman, la votazione dei Comuni di stasera sulle alternative al piano May “è un’enorme distrazione. Dobbiamo pensare alla questione più seria: l’accordo negoziato. Le proposte dei deputati riguardano il rapporto futuro tra il Regno Unito e l’Ue, che entrerà in vigore dopo il 31 dicembre 2021. La priorità adesso è votare il piano della May, altrimenti dovremmo inginocchiarci davanti all’Ue per chiedere un’altra proroga”. 

 

Secondo Newman, il voto di stasera esprime un paradosso fondamentale: “Il piano May lascia le porte aperte a ogni forma di accordo in futuro. Se i deputati desiderano continuare a fare parte del mercato unico europeo (il cosiddetto modello norvegese, ndr), lo possono negoziare più avanti. Stiamo affrontando un dibattito sul rapporto futuro con l’Ue, ma ancora non abbiamo approvato un accordo per uscire. Questo è davvero surreale. Per non parlare del modello norvegese, che non è adatto all’economia britannica. L’Ue continuerebbe a dettare le regole sull’interscambio di servizi, e questo sarebbe un problema per un paese con un grande settore finanziario come il nostro”. Tuttavia, i parlamentari oggi hanno proposto delle alternative al piano May per sbloccare lo stallo che si è creato negli ultimi mesi, anche a causa delle scelte del governo. “È evidente che qualcosa sta cambiando – dice Newman – La May è più forte ora, basta guardare agli endorsement che ha ricevuto negli ultimi giorni. La presidente della campagna per il Leave nel 2016, Gisela Stuart (del Labour, ndr), ha consigliato ai deputati di turarsi il naso e votare per l’accordo della May. Anche il conservatore Jacob Rees-Mogg, il più accanito sostenitore della hard Brexit, si è rassegnato a sostenere il governo. Sono fiducioso che si troverà una maggioranza per l’intesa della May”. Però gli alleati nordirlandesi del Dup ancora non hanno cambiato idea; la loro leader, Arlene Foster, ha detto che preferisce chiedere un rinvio della Brexit piuttosto che accettare l’accordo della premier. Il messaggio implicito è che durante la proroga la May si dimetta e, quindi, dopo l’annuncio di oggi pomeriggio, anche il Dup potrebbe cambiare posizione.

 

Poi ci sono i laburisti, che sono tentati dal secondo referendum. “La strategia è inspiegabile. Jeremy Corbyn sostiene che l’accordo della premier sia pessimo, però propone un secondo referendum in cui il piano della May è una delle opzioni. Anche l’idea del People’s Vote è sbagliata, non capisco perché l’Europa la sostiene. Se il Remain dovesse vincere, il Regno Unito resterebbe uno stato membro insoddisfatto. Invece se l’Ue dovesse essere respinta per una seconda volta, sarebbe un’ulteriore umiliazione. Noi dobbiamo mettere da parte le nostre divisioni sull’Europa, non aumentarle. Per questo mi auguro che i conservatori agiscano in modo pragmatico. Per usare una metafora, devono scegliere se andare sulla croce o sulle scale. Ovvero, se comportarsi da martiri o da veri brexiteer. Io spero nella seconda scelta”.

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