cerca

In Europa la guerra è un affare per Tolstoj

Quante sono le occasioni di conflitto che mercati e stato di diritto e burocrazia evitano? Brexit, Catalogna, Grecia, Austria. L’eccesso normativo dei salumieri europei ha qualcosa di vantaggioso, e vale la pena proteggerlo come un tesoro

22 Marzo 2019 alle 06:04

In Europa la guerra è un affare per Tolstoi

Con la Brexit sono in ballo interessi immani finanziari industriali tecnologici, prospettive di sviluppo nazionale (foto LaPresse)

Eric Zemmour, preoccupato che gli tolgano la Francia da sotto il culo con una sostituzione etnica, caso possibile ma improbabile, dice sempre che l’Europa ha sostituito l’anima con il mercato e lo stato di diritto. In effetti non è il solo a lamentare il carattere mercantile e burocratico-giuridico della costruzione europea. Anche il federalismo democratico e un tanto napoleonico se ne lamenta. E anch’io non mi sento tanto bene, a pensare ai codicilli, agli scambi incessanti, alla monetizzazione unica, alla legislazione per direttive, all’antidemocrazia costituita dal tratto pertinente delle istituzioni di Bruxelles e, in parte, di Strasburgo. Mi è però venuto in mente, pensando alla Brexit e circonvicini, a quante sono le occasioni di conflitto, cioè di guerra, che mercati e stato di diritto e burocrazia evitano. Tante. 

  

Ora pare che i francesi vogliano tirargliela agli inglesi. Niente proroga incondizionata, e la data della scadenza la si sceglie insieme, rompini che non siete altro. Non simpatico, ma comprensibile. La loro idea di Europa è compatta, quanto è fluida quella dei cugini inglesi. I tedeschi peraltro stanno in mezzo, a loro non dispiace il calmiere del mercantilismo anglosassone. Con la Brexit sono in ballo interessi immani finanziari industriali tecnologici, prospettive di sviluppo nazionale, perfino l’approvvigionamento regolare dei medicinali, il traffico di merci e persone, intere popolazioni allogene ostaggio dei nipotini di Elisabetta II, e inglesi dappertutto sparsi nel continente, isolato felicemente dal Channel e forse dal backstop nel giro, chissà, di pochi giorni. Questione di identità, roba “de souche”, di radici nazionali, di storia (è del 1604 il cavillo giurisprudenziale dello speaker dei Comuni per impedire un terzo voto sull’accordo May-Bruxelles), e sono cose con cui non si scherza. Ma le diplomazie e le classi dirigenti che discutono il distacco sono imbrigliate nelle regole dello stato di diritto e nelle convenienze di mercato e nelle procedure burocratiche, tre elementi che scongiurano allo stato la possibilità di un conflitto in cui  si misurino gli arsenali nucleari, i gurkha nepalesi (brigate british il cui presupposto esistenziale è di sapere uccidere un uomo a morsi), la Légion étrangère, la Luftwaffe oppure la forza demografica del bacino delle popolazioni mobilitabili, l’estensione territoriale, il dominio dei mari e altre bellurie. Tutto è invece affidato a un ceto di forti e allegri bevitori (Juncker), di formidabili commissari (Barnier, il negoziatore del deal che Boris Johnson non vuole trangugiare) e alla dea bendata della politica britannica, Mrs May, oltre che alle Corti, ai trattati e altre brutture. Questo rassicura. Anche nel caso non improbabile che la maionese impazzisca, resta, nei presupposti almeno, una maionese. Cucina, spesa e mercato, non palestra, guantoni, armi e botte. Il paese che esce, se esca e come lo sa solo il Dio che salva la Regina, non era unito in moneta, non era unito in Schengen, e tuttavia dovrebbe uscire a mezzo di un trauma mediato dallo stato di diritto, dalle procedure e dal mercato. 

 

I giudizi sulla Grecia sono difformi: c’è chi pensa che l’abbia ammazzata la Germania, chi pensa che l’abbiano spolpata i partiti della bella vita, chi pensa che sia tutta colpa di Tsipras, chi di Varoufakis, chi pensa poi che la Grecia in realtà sia viva, con perdite immense e tormentosi tornanti attraversati, ma ormai in grado di badare a sé stessa e di tornare a scambiare, procedurare, giuridicizzare i suoi rapporti con gli altri, compresi i tedeschi ai quali sarebbe richiesto un famoso risarcimento in ritardo per i danni di un’altra Germania nell’ultima guerra. Chissà. Sta di fatto che a forza di passettini burocratici e finanziari ora è mezzo risolto anche il problema della Macedonia del nord, per non dire altro, e nessuna guerra è scoppiata nel fianco sudorientale dell’Europa. I Balcani intanto furono sistemati da un energico intervento americano, oltre che dalla resistenza eroica delle popolazioni e degli umanitari alla sporca guerra, e ora Karadzic è all’ergastolo europrogrammato, e il quadro della risistemazione della più famosa occasione di guerra, con il consenso dei russi, addirittura, è di tipo europeo, roba da stato di diritto.  

 

Vogliamo parlare della Catalogna? Dell’Ucraina, che essendo ai margini un pezzo di guerra guerreggiata la soffre, ma up to a point per via degli accordi di Minsk? Vogliamo parlare delle relazioni italo-austriache? Doppia cittadinanza per i tirolesi e altre minuzie che non sono minuzie? Di quelle italo-francesi tra Domodossola, i cantieri navali e l’alleanza di stato con i gilet gialli versione black bloc? Dovunque ci si volti si vede che lo stato di diritto, l’eccesso normativo, l’Europa dei salumieri hanno qualcosa di vantaggioso. Si dice sempre: e poi non si arriva alla fine del mese; si dice che ci sono cinque milioni di poveri, ma anche quattro oppure sei, dipende dal numero di domande per il reddito; si aggiunge: i nostri figli staranno peggio di noi. Va bene ma la guerra la leggeranno nel romanzo di Tolstoj, che è un vantaggio sicuro. 

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

Leggi il curriculum dell'Elefantino scritto dall'Elefantino

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    22 Marzo 2019 - 18:06

    “ed ora in te non stanno sanza guerra li vivi tuoi e l’un l’altro rode di quei ch’un muro ed una fossa serra” Non ho conoscenza di una tribù, di una comunità, di un popolo, di uno Stato, che essendo, o credendo d’essere il più forte, abbia rinunciato spontaneamente in nome della Pace e della solidarietà, ad invadere, conquistare, assoggettare, prevalere. Tutti modi, economici, culturali, di forza bruta, ecc., sono stati impiegati. La RPC dovrebbe fare eccezione? Mica sempre con successo, ovvio: ma questa variabile rientra nel gioco. La storia dell’umanità s’è dipanata su questa realtà. Inutili gli “ohibò"

    Report

    Rispondi

  • Giovanni

    22 Marzo 2019 - 11:11

    Intanto noi europei ci siamo fatti guerra per oltre 2000 anni. Io le chiamo "guerre tribali d'Europa" durante le quali ci siamo macellati alla grande. L'ultima, creata da noi, siamo riusciti ad esportarla a livello mondiale con mastodontico botto finale nucleare. Fra militari e civili sembra che l'ultima guerra tribale sia costata al mondo circa 80 milioni di morti. La Cina è pericolosa? Certo che lo è e se volesse con un miliardo e mezzo di abitanti potrebbe tranquillamente invaderci in pochi giorni. Tuttavia non credo che la cosa sia imminente. Per ora vuole solo dominare il mercato mondiale: zitti zitti stanno colonizzando l'Africa per accaparrarsi le materie prime mentre noi europei crediamo ancora di giocare a monopoli con i dadi e i passettini di legno. Certo Di Maio e compagnia cantante sono dei fessacchiotti se credono che i cinesi non ci faranno fessi ma d'altra parte non è che il resto dei compagnucci europei sia combinato tanto meglio.

    Report

    Rispondi

  • lgilardoni

    22 Marzo 2019 - 11:11

    Ferrara for President (dell'Europa)

    Report

    Rispondi

  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    22 Marzo 2019 - 11:11

    “Cucina spesa e mercato non palestra guantoni armi e botte”. L'Emerito, oggi, è tranchant. Sarà pur vero che “in Europa la guerra è un affare per Tolstoj” e che per i nostri figli questo “è un vantaggio sicuro” perché la conosceranno solo nel suo romanzo. Ma Tolstoj è anche quello che fa dire ad Anna Karenina: “Si può amare chi vi odia, ma non chi si odia”. E l’Europa di oggi si odia. Odia la sua storia. Odia la sua religione. Odia la sua cultura. Odia la sua antroplogia. E i nostri figli, se non la odiano ancora, la odieranno domani. “Si” odieranno domani. Perché non si potranno amare. Anche senza guerra.

    Report

    Rispondi

Mostra più commenti

Servizi