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E ora come faccio con il mio cucciolo? La Brexit è un guaio pure per gli animali

Il no deal minaccia la libertà di movimento degli animali da compagnia. Vita da cani in Gran Bretagna

31 Marzo 2019 alle 06:00

E ora come faccio con il mio cucciolo? La Brexit è un guaio pure per gli animali

Un cane vestito con la bandiera europea per una manifestazione contro la Brexit (Foto LaPresse)

Roma. Gli animali dopo la Brexit? È un problema platonico, letteralmente: Plato è il nome del cane di Jean-Claude Juncker, cui il presidente della Commissione europea è molto affezionato. Plato è un botolo che da randagio viveva nell’isola greca di Samos e che fu soccorso da una ong tedesca prima di finire in Lussemburgo dal suo illustre padrone. La sua storia sembra riassumere larga parte delle polemiche sull’Europa di oggi: dalla crisi greca al soccorso dei migranti. È diventata anche un simbolo del problema della Brexit, perché, tra le tante cose, Juncker è anche preoccupato di quel che potrà accadere al principio della libera circolazione degli animali da compagnia una volta che il Regno Unito avrà lasciato l’Ue, soprattutto in caso di no deal.

 

Attualmente la situazione è governata dal regolamento che il Parlamento europeo adottò nel 2003, istituendo un passaporto europeo per gli animali da compagnia. Si tratta in realtà di un certificato veterinario, accompagnato da un microchip, e accessibile per cani, gatti e furetti di cittadini dell’Unione europea: indica che l’animale ha fatto la vaccinazione antirabbica almeno ventuno giorni prima della partenza, che non ha i vermi, e per i viaggi in alcuni paesi è stato sottoposto agli esami del sangue per verificare di non essere positivo alla rabbia. Così si passano le frontiere interne all’Ue senza problemi. Chi viene invece da paesi senza passaporto europeo deve premurarsi di sua iniziativa di un certificato veterinario, compilando i relativi documenti. Con il rischio di sbagliarsi, dal momento che non è sottoposto a una procedura standard: chi si sbaglia o si dimentica al momento dell’arrivo nella migliore delle ipotesi deve sottoporre l’animale a un esame del sangue, ma può anche accadere che debba lasciarlo in quarantena (si può immaginare con quali disagi, in caso di viaggio o soggiorno breve).

 

Nel Regno Unito ci sono 250 mila tra cani e gatti e ogni anno almeno 20 mila di loro viaggiano attraverso i traghetti sulla Manica verso il continente. A parte Juncker, un altro loro paladino della battaglia è Michael Gove, ministro dell’Ambiente del governo di Theresa May, padrone di un Bichon frisé di nome Snowy e di un incrocio tra un Lhasa Apso e un bassotto di nome Muffin. Secondo lui il Regno Unito potrebbe tranquillamente continuare a far viaggiare i propri animali da compagnia col passaporto europeo anche senza più far parte dell’Ue, allo stesso modo in cui fanno altri paesi, come Svizzera o Islanda. Però, appunto, ci vorrebbe un deal, almeno per quello, altrimenti il Regno Unito diventerebbe rispetto all’Ue un “paese terzo”, e di “paesi terzi” ce ne sono ben tre categorie.

 

Nell’Elenco 1 si richiedono condizioni analoghe a quelle dell’Ue, ma nell’Elenco 2 possono essere richieste condizioni aggiuntive, come certificati sanitari temporanei. Se si finisce fuori da entrambi gli elenchi sarebbe necessario contattare un veterinario almeno quattro mesi prima del viaggio. Contrariamente allo stereotipo secondo il quale i britannici sono più animalisti degli altri europei, i pasdaran della Brexit (tra i quali compare anche Gove, pure se oggi sfoggia la versione votiamo-il-deal-della-May) sono pronti a farla pagare anche alle bestie pur di distinguersi dagli odiati continentali: nel novembre del 2017 il Parlamento ha votato contro l’inclusione della sensibilità animale in quell’European Union (Withdrawal) Bill che stabilisce quali leggi saranno in vigore dopo l’uscita effettiva dall’Ue.

 

Ma oltre l’80 per cento delle norme animaliste deriva da Bruxelles, tra cui il principio secondo il quale gli animali possono provare emozioni e dolore. Veneranda organizzazione fondata addirittura nel 1824 e tra i più storici pilastri dell’identità britannica, la Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals ha commentato amara che sarebbe stato meglio rimanere nell’Ue. Il bello è che era stato proprio il Regno Unito nel 2000 ad adottare quel Pet Passport che ha fatto da modello al passaporto europeo. Non a caso, alle manifestazioni anti Brexit si vedono ormai sempre più numerosi cani vestiti con i colori dell’Europa.

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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