(Foto LaPresse)

Tre video iperviolenti e la strategia del logoramento a Hong Kong

Giulia Pompili

Un ragazzo colpito da un proiettile e un uomo dato alle fiamme. Ecco perché Pechino vuole che ci abituiamo a questa violenza

Roma. Primo video: una ventina di ragazzi – si riconoscono perché indossano quella che è diventata ormai “la divisa” della prima linea, con i vestiti tutti neri– fronteggia tre, quattro agenti di polizia, che li rincorrono a piedi. Una tecnica di allontanamento dove nessuno si fa male: però poi dal fondo arriva un poliziotto in motocicletta, che fa un giro largo e inizia a puntare contro i manifestanti. Vuole investirli. Non ci riesce, sono più veloci, ma quasi li prende. Secondo video: c’è un attraversamento pedonale, vari ragazzi in giro. Due ragazzi con “la divisa” sembrano inseguire un poliziotto con la pettorina gialla. Lui si volta, ne prende uno, l’altro si avvicina, il poliziotto tira fuori la pistola e spara ad altezza uomo. Il ragazzo cade a terra, colpito all’addome. Poco dopo viene “soccorso” da un poliziotto in tenuta antisommossa, che lo tira su come un manichino. Il ragazzo è in ospedale in gravi condizioni. Terzo video: un uomo in maglietta verde parla con alcuni ragazzi, che lo riprendono con il cellulare. Quello che sembra un manifestante, col volto coperto e la “divisa” nera arriva da dietro, e in un secondo gli getta addosso del liquido infiammabile e gli dà fuoco. Secondo il portavoce della polizia di Hong Kong, sarebbe in gravi condizioni. Il South China Morning Post identifica l’uomo come Leung Chi-cheung, 57 anni, mentre l’agenzia di stampa Afp dice di non essere stata in grado di “verificare il video”. Che però è stato subito condiviso da organi di stampa vicini a Pechino come il Global Times, che ha parlato di “tecniche terroristiche”.

 

Anche l’Ambasciata cinese in Italia ha scritto su Twitter: “Dare fuoco a un uomo non è manifestare. E’ #terrorismo e tentato omicidio”. Ma online, da giorni, circolano foto di bambini che piangono, perché colpiti dai gas lacrimogeni delle Forze dell’ordine, ormai usati indiscriminatamente: all’aperto, nei luoghi chiusi, nei centri commerciali, nelle ore di punta in mezzo a decine di persone in pausa pranzo. Visto l’ampio uso di candelotti, un mese fa la polizia di Hong Kong ha dovuto acquistare una nuova fornitura, ma ha smesso di rifornirsi da Europa e America e ha importato il materiale direttamente dalla Cina: le nuove granate a gas lacrimogeno sarebbero le stesse in uso dall’antiterrorismo dell’Esercito popolare della liberazione cinese. Scoppiano 1,2 secondi dopo essere state lanciate, e il fumo che producono è più denso. Si segnalano varie reazioni anomale a questi nuovi gas, perché probabilmente la loro composizione chimica è fatta per massimizzarne gli effetti. Dopo almeno seimila candelotti sparati dal 12 giugno scorso, l’88 per cento della popolazione di Hong Kong ne ha subìto gli effetti, scriveva Bloomberg una settimana fa.

 

“I video inquietanti che arrivano da Hong Kong”, per usare le parole pronunciate ieri dal primo ministro britannico Boris Johnson, dimostrano che la situazione nell’ex colonia inglese è sempre più complicata. I manifestanti sono arrabbiati, incontrollabili, senza una leadership riconoscibile, e chiunque può essere reclutato tra le prime linee (compresi gli agenti provocatori). La Cina e il governo di Hong Kong non si fanno problemi, hanno dato “pieni poteri” alla polizia, e la strategia sul lungo termine appare chiara: Pechino ha intenzione di lasciare che il resto del mondo si abitui a questa violenza. Tra un po’ nessuno farà più caso ai poliziotti che sparano, ai morti, alle famiglie al centro commerciale colpite dai lacrimogeni. Potranno volerci mesi, forse anni, ma i cittadini e gli osservatori esterni saranno presi per sfiancamento. Allora sarà davvero una questione tutta interna alla Cina. Ed è allora che inizierà la fine dell’autonomia di Hong Kong.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.