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Cinque cose da sapere sull'inchiesta del Foglio su Huawei

Giulia Pompili

Il colosso delle telecomunicazioni cinese Huawei ha dato una stretta alla libertà di espressione dei suoi dipendenti, anche in Europa, secondo alcuni documenti riservati ottenuti dal Foglio. Cinque risposte alle domande frequenti

Il colosso delle telecomunicazioni cinese Huawei ha dato una stretta alla libertà di espressione dei suoi dipendenti, anche in Europa, secondo alcuni documenti riservati ottenuti dal Foglio. Fino al marzo del 2019 Huawei aveva un codice di condotta piuttosto in linea con quelli delle grandi aziende internazionali. Poi, però, come scoperto dal Foglio, le linee guida sono state aggiornate, e ora – a leggere il documento – ai dipendenti è vietato esprimere “qualsiasi idea politica”, quindi non solo in nome e per conto dell'azienda.

 


Le linee guida dell'azienda per i dipendenti. Sopra la versione del 2018 e sotto quella aggiornata nel marzo del 2019, che i dipendenti dovranno firmare entro il 30 ottobre prossimo


 

QUI potete leggere l'inchiesta completa, ma se avete poco tempo abbiamo costruito questa “guida alla lettura”.

 

 

1. Che cosa sono le "Linee guida di condotta aziendale"?

Sono le regole che ciascun dipendente Huawei deve firmare entro il 30 ottobre di ogni anno. La firma viene apposta digitalmente, attraverso un sito interno al quale si accede grazie a un nome utente e una password e dopo aver superato una specie di “quiz” a risposta multipla per il “self-checking”, cioè affinché il dipendente conosca o no le regole. 

 

2. Tutte le grandi aziende hanno un codice interno di condotta aziendale. E quindi, che c'è di strano?

E' vero, tutte le aziende hanno un codice di condotta. Ma nell'intero documento di Huawei ci sono varie regole (accesso agli oggetti personali del dipendente, comportamento da tenere in caso di richieste o domande da parte dell'autorità giudiziaria) molto più restrittive rispetto a quelle, per esempio, di colossi delle telecomunicazioni in concorrenza con Huawei. Certe aziende addirittura pubblicano online i loro codici di condotta, mentre il documento Huawei è marchiato come “confidenziale”. Per quanto riguarda le regole che hanno a che fare con la libertà d'espressione, quasi tutte le norme di condotta delle aziende internazionali stabiliscono che il dipendente non può esprimere posizioni politiche nell'esercizio delle sue funzioni oppure a nome dell'azienda. Fino al marzo del 2019 Huawei si atteneva a questa regola, diciamo così, diffusa, legittima e perfino di buon senso. Nel marzo del 2019 però ha aggiornato le regole, e da quella frase è stata eliminata una parte (quella appunto “a nome di”). Adesso quindi la regola risulta generica: non si può partecipare alle “attività comunitarie” né esprimere opinioni politiche. E basta. 

  

Un altro dettaglio non trascurabile è la richiesta di dimissioni da parte del dipendente: dato che qualunque tribunale in caso di licenziamento darebbe ragione al dipendente che ha espresso, poniamo, un'opinione su Hong Kong, Huawei ti fa firmare un documento in cui dice che, se lo ritiene, sarai “costretto” alle dimissioni.

  

3. Perché è così importante che sia Huawei a usare questo metodo?

Perché da tempo si parla della libertà d'espressione legata al business con la Cina. Spiegare il legame che c'è tra un colosso come Huawei e il governo centrale di Pechino è difficile, seguendo i canoni occidentali. Ma l'aspetto davvero interessante è proprio questo: gli argomenti “sensibili” per Huawei quasi sempre coincidono con quelli di Pechino. Il divieto di esprimere “qualsiasi idea politica” ha una forma così generica, nel codice di condotta di Huawei, che potrebbe riguardare un commento sul ban americano dei componenti dell’azienda, ma anche un commento pubblicato su Facebook sul caso Nba e Cina,   oppure una fotografia in cui si vede una mappa dove non sono indicate come territorio cinese le aree di mondo rivendicate da Pechino. E’ importante ricordare che Huawei ha cambiato questa regola a marzo 2019, quindi nel momento in cui si iniziava a parlare di più di autocensura e delle controversie legate a business e politica con la Cina.

 

4. E’ una questione puramente sindacale? 

No, o almeno: non solo. Il codice di condotta dei dipendenti Huawei mette un altro tassello a una discussione importante, in questo periodo, che riguarda la compatibilità delle grandi aziende cinesi con il sistema di diritto occidentale. 

 

5. E’ un pregiudizio nei confronti delle aziende cinesi?

No. Problemi simili si sono verificati in passato anche con aziende giapponesi, per esempio, che hanno un modello corporate molto diverso dal nostro per cultura e tradizione e però hanno fatto un percorso di adattamento per lavorare secondo le regole internazionali. E’ un dibattito aperto, anche per i colossi cinesi, che ora più che mai hanno bisogno di dimostrare responsabilità e autonomia. 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.