Di spie, corsi di lingua e distrazioni. Il problema con gli Istituti Confucio

Giulia Pompili

L'accusa di spionaggio a Xinning Song, direttore di una sede a Bruxelles, riaccende i riflettori sui modi con cui il governo cinese riesce a esercitare il suo soft power nelle università in giro per il mondo

Roma. Il direttore dell’Istituto Confucio dell’Università libera di Bruxelles (la Vrije Universiteit Brussel) sarà presto sostituito perché accusato di spionaggio. Xinning Song, 65 anni, ex direttore del Centro per gli studi europei all’Università Renmin di Pechino, secondo quanto ricostruito dal quotidiano belga De Morgen, nel luglio scorso era tornato in Cina con sua moglie perché il suo visto di lavoro in Europa era scaduto. Al momento di rinnovare i documenti, l’ufficio immigrazione belga ha rifiutato la sua domanda, a causa di un divieto di ingresso nella zona Schengen della durata di otto anni emesso nei suoi confronti. Secondo il De Morgen, Song sarebbe accusato dai servizi segreti di “spionaggio e interferenze”. Arrivato in Belgio nel 2007, aveva lavorato a Bruges, all’Istituto dell’Università delle Nazioni Unite sugli studi comparativi dell’integrazione regionale (Unu-Cris), e poi quando l’università Vrije aveva aperto un Istituto Confucio in collaborazione con l’università Renmin di Pechino, Song era diventato direttore. Secondo il quotidiano, grazie alle sue conoscenze Song aveva costruito un’ampia rete di contatti nell’élite accademica e nel mondo degli affari europeo; usava le sue attività per promuovere la visione del mondo cinese e sfruttava l’influenza dell’Istituto Confucio per indirizzare la ricerca dell’università belga su territori non sfavorevoli al governo cinese. Avrebbe inoltre reclutato studenti cinesi in visita in Europa per raccogliere informazioni e – di fatto – fare attività d’intelligence per conto di Pechino. Non è chiaro come e a quali informazioni abbia avuto accesso Song, ma è interessante che si riapra adesso il dibattito attorno agli Istituti Confucio in Europa.

 

Gli Istituti Confucio nascono nel 2004 come il braccio operativo del ministero dell’Istruzione cinese: la priorità è la diffusione della lingua cinese nel mondo, ma in realtà funzionano più o meno come un istituto di cultura cinese. Il soft power che usano tutti i paesi del mondo per promuovere la propria immagine, attraverso una cosa che non ha mai fatto male a nessuno, e cioè la cultura e la lingua. A differenza di altri istituti, però, i Confucio entrano direttamente all’interno delle università, mettendo a disposizione tutto: insegnanti, materiale didattico, e soprattutto finanziamenti. Il direttore è sempre cinese. E come si può immaginare, la questione è delicatissima, perché riuscire a entrare in una accademia, che per sua natura è libera, significa in qualche modo influenzarla – se non direttamente, di certo grazie all’autocensura. Attualmente esistono circa 500 Istituti Confucio in oltre 134 paesi nel mondo, ma sin dal 2013 alcune università hanno iniziato a chiudere le collaborazioni, dal Canada agli Stati Uniti, dall’Australia alla Francia, dalla Svezia alla Germania. Una delle ultime università ad aver chiuso con i Confucio è l’Università di Leiden, che in uno statement a febbraio ha scritto: “L’Università ha preso questa decisione perché le attività dell’Istituto Confucio non si allineano più alla strategia cinese dell’Università e alla direzione che ha preso negli ultimi anni”. Nel 2017 è uscito anche un documentario, “In The Name Of Confucius”, diretto da Doris Liu, che spiega l’influenza politica degli istituti. In Italia il primo a parlare del problema fu il prof. Maurizio Scarpari, che nel 2014 scriveva sul manifesto: “Gli istituti sono un’emanazione dello Hanban, istituzione no profit affiliata al ministero e diretta da un Consiglio costituito da membri d’alto rango del Partito comunista e di diversi ministeri e commissioni. L’Hanban finanzia direttamente gli istituti che non sono indipendenti ma consorziati con università e istituti di istruzione”. Da ciò dipende la loro “natura tutt’altro che autonoma, degli scopi non sempre trasparenti e delle limitazioni imposte su alcuni temi sensibili, come per esempio i diritti umani, il Tibet, Taiwan”, e più di recente Hong Kong.

 

In Italia al momento esistono 13 Istituti Confucio a cui vanno sommate una quarantina di Aule Confucio. Il più grande in Italia, e il secondo in Europa, è il Confucio aperto nel 2006 presso il Dipartimento di Studi Orientali della Sapienza di Roma. Che usa l’Università per parecchie attività, compresa la pubblicità sui giornali (almeno tremila euro dall’inizio di quest’anno spesi per paginate su Repubblica, Messaggero e Leggo, acquistate dalla Sapienza e poi rimborsate dall’Hanban). Ma importanti istituti sono anche quelli di Napoli o Venezia. La questione più interessante, però, è che gli Istituti Confucio in Italia stanno man mano diffondendosi anche nelle scuole superiori, che a maggior ragione dovrebbero essere sotto lo stretto controllo didattico del ministero dell’Istruzione. Il Convitto nazionale “Vittorio Emanuele II”, come raccontato su queste colonne a marzo, ha nell’offerta formativa un liceo a “indirizzo cinese”, dove docenti del Confucio insegnano “storia e geografia” agli studenti – materie “con caratteristiche cinesi” su stessa ammissione di Francesco Alario, il coordinatore del liceo. Un paio di settimane fa un’aula Confucio è stata aperta anche nel Convitto nazionale di Arezzo.

 

La discussione sugli Istituti Confucio è quindi soprattutto una discussione sulla nostra capacità di controllo: tenere a mente alcuni limiti invalicabili nel nostro stato di diritto, e soprattutto capire la complessità della faccenda. Da una parte la propaganda cinese trova terreno fertile laddove la questione, così complessa, viene pressoché ignorata (l’Italia, per esempio). Ma con la propaganda anticinese che si sta imponendo nel dibattito pubblico – soprattutto Oltreoceano – si rischia l’effetto contrario: chiunque abbia un attestato di lingua cinese da un Confucio può essere sospettato di essere una spia cinese. Non solo: l’accademia e gli scambi culturali sono da sempre la base della conoscenza reciproca, e il rischio è che si arrivi a bloccare (è già successo in America) o a guardare con sospetto qualunque tentativo di integrazione culturale e accademica.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.