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Il black-out in Venezuela non è un sabotaggio estero. C'entrano gli amici del regime

Il sistema elettrico del paese è fragile per via della dipendenza dall'idroelettrico e per lo stato degli impianti, pagati a peso d'oro anche se obsoleti 

8 Marzo 2019 alle 17:02

Il black-out in Venezuela non è un sabotaggio estero. C'entrano gli amici del regime

Caracas al buio durante la sera di giovedì. Foto LaPresse

“Una turbina si è guastata nel Bacino di Guri”. A parlare al Foglio è Gabriel Gallo, uno dei quattro membri della delegazione inviata da Guaidó in Italia a febbraio. Altre fonti precisano: “Una turbina è uscita dall’asse per la vibrazione”. E questa, probabilmente, è una delle poche cose che tutti condividono sulle origini del black-out che alle 17 locali, le 22 italiane di ieri, ha lasciato senza luce Caracas e 22 dei 23 stati del Venezuela, ancora parzialmente al buio mentre scriviamo. Undicesimo bacino idroelettrico del mondo e settimo per volume, l’Embalse de Curi è la principale installazione per la produzione di energia in un paese che ha le più grandi riserve di petrolio provate del mondo, ma in cui i due terzi dell’elettricità è fornita appunto da impianti idroelettrici. Con conseguenti criticità. Primo, perché la gran parte di questi impianti sono concentrati al sud, e rendono per questo fragile il sistema di distribuzione. Secondo, perché l’idroelettrico è soggetto a variazioni climatiche che in Sud America assumono una rilevanza particolare, visto anche il loro carattere stagionale. Un esempio è il Niño, il fenomeno climatico cui si dovette la grave crisi energetica che gravò sul Venezuela tra il 2009 e il 2013. Anche nel 2016 il governo aveva dichiarato una emergenza di 60 giorni.

    

Ciò che avviene oggi, però, è di una gravità inedita e non solo per via degli effetti del black-out. Si parla di aerei costretti a tornare indietro in fase di atterraggio per l’improvvisa scomparsa delle luci sulla pista e di interventi medici sospesi in pieno svolgimento. Anche la situazione politica in questo momento è incandescente, con la nuova grande protesta annunciata da Guaidó per domani. Negli ultimi giorni la rete internet era stata interrotta in continuazione per ostacolare l’informazione che passa per i social, così all’inizio qualcuno ha pensato che fosse il governo a voler lasciare i cittadini senza luce per sabotare le mobilitazioni. Il ministro dell’Energia elettrica generale, Luis Motta Domínguez, ha invece parlato di “guerra elettrica”, mentre il ministro della Comunicazione Jorge Rodríguez ha accusato di sabotaggio il senatore statunitense Marco Rubio, per aver commentato il black-out tre minuti dopo del suo inizio: “Già lo sapeva”, è stata la conclusione di Rodríguez. Sarcastica la risposta di Rubio: “No, non è il Dottor Evil del film Austin Powers. È Caracas Bob Jorge Rodríguez che ha rivelato come io abbia sabotato personalmente un impianto idroelettrico e abbia causato un massiccio black-out di ampiezza nazionale”.

  

   

“È stata la mancanza di manutenzione”, dice invece al Foglio Gabriel Gallo senza particolare acredine. Più duro il commento del deputato dell’opposizione Josè Guerra, arrivato via Twitter alle 9,30 italiane: “La città di Caracas e il resto del Venezuela nelle tenebre. 10 ore continue in black-out e senza luce. La causa? Si sono rubati i soldi che avrebbero dovuto investire negli apparati. Chi? Tutti coloro che hanno gestito questo elefante bianco chiamato Corpoelec”. Stesso pensiero sostenuto da Guaidó: “Sabotaggio è rubarsi il denaro dei venezuelani, sabotaggio è bruciare cibo e medicine, sabotaggio è rubare elezioni. Nel 2009 questo regime decretò l’emergenza elettrica e investì 100 miliardi di dollari, oggi continuiamo a stare senza luce nel paese con le riserve di petrolio più grandi del mondo”. Insomma, “la luce tornerà con la fine dell’usurpazione”.

    

    

La Corpoelec è quella società di stato che Chávez creò nel 2007 fondendo 10 società già pubbliche e sei società private nazionalizzate. Gli studi evidenziano che il Venezuela pre-chavista aveva uno degli approvvigionamenti di energia più abbondanti e a buon mercato di tutta l’America Latina. I primi problemi sono emersi nel 2002 e sono diventati drammatici proprio dopo il 2007. Oggi, mentre il fabbisogno di energia aumenta del 3,3 per cento l'anno, la produzione invece ristagna. Per quale ragione? Mario Guillermo Massone Osorio, ambasciatore in Romania designato da Guaidó, ci dà un suggerimento breve ma icastico: “Scrivete 'Derwick bolichicos' su Google e scoprirete la causa”. “Bolichicos” sono stati soprannominati i figli di papà dei pezzi grossi del regime e di chi comunque col regime ha fatto i soldi. La famigerata “boliborghesia”. Un gruppo di loro è stato appunto accusato di aver creato una impresa di nome Derwick che si sarebbe fatta pagare 2 miliardi di dollari dal governo venezuelano per cedere come se fossero nuovi impianti elettrici obsoleti acquistati in Stati Uniti, Russia, Francia, Cina e Tanzania. Un affare per i giovani “boliborghesi”, che potrebbe aver contribuito a lasciare al buio il paese. 

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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