Altro che “no deal”, ecco i cavilli che possono rimandare la Brexit

Gregorio Sorgi

Stasera la Camera dei Comuni voterà gli emendamenti sulla Brexit. Così il Parlamento può determinare il futuro della trattativa con l'Ue

Roma. Downing Street continua ad assicurare che l’uscita del Regno Unito dall’Ue avverrà il prossimo 29 marzo, ma ormai sono in pochi a credergli. Gli emendamenti che verranno votati oggi dalla Camera dei Comuni rischiano di fare slittare la Brexit e di consentire ai deputati di scegliere un’alternativa al piano di uscita della May. Il cavillo proposto dalla deputata laburista Yvette Cooper prevede l’estenzione dell’Articolo 50 oltre il 29 marzo 2019 se il Parlamento non riesce a trovare un accordo sulla Brexit entro il 26 febbraio. L’emendamento ha ricevuto un grande risalto sui media perché ha delle buone possibilità di essere approvato a Westminster. Jeremy Corbyn si è espresso a favore dell’idea, che dovrebbe essere appoggiata da gran parte del gruppo parlamentare del Labour. Probabilmente ci saranno alcune defezioni tra i laburisti euroscettici (potrebbero essere circa venti) che però verrebbero compensate dai voti favorevoli dei remainers conservatori, molti dei quali temono le conseguenze del “no deal”. Alcuni membri del governo, come il ministro del Lavoro Amber Rudd, hanno già espresso il loro sostegno all’emendamento, malgrado il parere fortemente contrario di Theresa May.

 

C’è poi un secondo cavillo, proposto dal conservatore ultraremainer Dominic Grieve, che ha ricevuto meno attenzione sui media ma che potrebbe avere un impatto enorme sul percorso di uscita dall’Ue. Secondo il piano Grieve, verrebbero concessi sei giorni ai parlamentari per proporre un accordo alternativo che verrà successivamente votato dall’Aula. Molti osservatori hanno sottolineato che le due proposte sono in realtà complementari: l’emendamento Cooper elimina la possibilità del “no deal” prima del 29 marzo, e il cavillo di Grieve chiede ai parlamentari di proporre un piano B, e di verificare il numero di deputati a favore di ogni opzione. Il problema, tuttavia, è che l’emendamento Grieve potrebbe non avere i numeri per essere approvato stasera. Il parlamentare in passato si è espresso pubblicamente a favore del secondo referendum, e alcuni sospettano che il suo emendamento sia una scorciatoia per arrivare al People’s Vote.

 

Se tutte le opzioni alternative dovessero essere bocciate dal Parlamento – com’è probabile – il secondo referendum potrebbe essere una buona via d’uscita, esattamente ciò che vogliono gli attivisti del People’s Vote. Ma questa non è l’unica incognita. “I dettagli tecnici saranno fondamentali – dice Jack Simson Caird del Bingham Center for the Rule of Law – L’emendamento non spiega come funzioneranno i voti dei deputati sul Piano B. Grieve potrebbe inserire un cavillo che obbliga il governo a prendere atto dell’indicazione del Parlamento, questa sarebbe un’ulteriore anomalia dal punto di vista costituzionale”. Infine, il voto di oggi sugli emendamenti coinvolge da vicino anche i brexiteers. Se il “no deal” dovesse essere escluso, gli euroscettici conservatori potrebbero rassegnarsi a sostenere l’accordo della May.

 

Molti euroscettici conservatori, come il falco Jacob Rees-Mogg, hanno ammesso che il piano della premier, pur con tutti i suoi difetti, è sempre meglio di una “no Brexit”. Eppure, l’ostacolo per conquistare i loro voti è il solito backstop. Graham Brady, il presidente del gruppo parlamentare dei Tory, oggi presenterà un emendamento per sostituire il backstop “con delle misure alternative per evitare una frontiera tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del nord”. Tuttavia, ieri sera Rees-Mogg ha annunciato che la sua corrente voterà contro l’emendamento in Parlamento perchè “non prevede la riapertura del negoziato con l’Unione europea”. Un’altra pessima notizia per il primo ministro, che vedeva la proposta di Brady come l’ultima speranza di salvare il suo accordo.

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