Unicorn Brexit

Paola Peduzzi

Dopo una pausa, tornano le fantasie e le illusioni sul divorzio dall’Ue. E Jeremy Corbyn ha responsabilità enormi

Milano. C’è un’invasione di unicorni nel Regno Unito, li ritrovi da tutte le parti, nelle vignette, nei commenti, nei fotomontaggi, nelle battute, da oggi in edicola anche nella testata del settimanale europeista New European: “Ho chiesto ai grafici se si poteva mettere un unicorno da qualche parte in prima pagina – ha raccontato su Twitter il direttore, Matt Kelly – e uno di loro mi ha chiesto: ‘Intendi un disegno o un unicorno vero?’”.

 

 

La “Unicorn Brexit” è quel che resta del sontuoso divorzio del Regno Unito dall’Unione europea, a 57 giorni dalla scadenza dei termini, e dopo una sessione ai Comuni che ha ribaltato ancora una volta previsioni, attese, nottate future. Dopo aver insistito per due mesi che il suo accordo era l’unico possibile, il migliore possibile, Theresa May è andata ieri in Parlamento a chiedere, di fatto, di poter riaprire il negoziato con l’Ue. Due mesi a dire: le trattative sono finite, o vi prendete questo accordo o si esce senza o si allungano i tempi, e poi all’ultimo miglio ecco il capovolgimento – il “trionfo” secondo i giornali conservatori, “la disfatta” secondo i giornali rivali, ma insomma: si ricomincia.

 

E tutti gli unicorni che erano stati faticosamente messi in disparte, basta con le fantasie, basta con le creature magiche, basta con le illusioni e i brillantini salvavita, sono ricomparsi, tutti insieme, la gioiosa macchina da guerra degli inganni. L’Europa, sei minuti dopo la votazione, ha detto: non si rinegozia niente, ma l’unicorno è tanto bello quanto sordo, e così siamo punto e a capo a discutere di tecnologie sofisticate per far sì che il confine nordirlandese sia una frontiera senza esserlo (unicorno!).

La May può almeno dire di aver unito per la prima volta il suo partito, per quanto attorno a un piano infattibile: Jeremy Corbyn, leader del Labour, nemmeno quello.

 

Molti sostengono che prendersela con Corbyn sia pretestuoso, una caccia alle streghe inutile, perché di strega ce n’è una sola, ed è Theresa May, che ha a cuore la propria sopravvivenza politica più di quella del suo paese. Non è vero: le responsabilità di Corbyn e della sua sciagurata politica dell’ambiguità sono enormi. In termini di numeri e di sostanza. Ai Comuni ci sono state ribellioni decisive alla leadership di Corbyn e ai laburisti che volevano ottenere un po’ di tempo in più per cercare un altro accordo sulla Brexit.

 

Un parlamentare ha detto ad Annabelle Dickson di Politico Europe che i ribelli hanno probabilmente avuto “un cenno di consenso e un occhiolino” dalla leadership del partito come segno di approvazione della loro ribellione. Quattordici parlamentari laburisti hanno votato contro l’emendamento della loro collega Yvette Cooper che voleva estendere l’articolo 50 per dare più tempo ai negoziati, e undici si sono astenuti. Sette dei quattordici ribelli hanno anche votato a favore dell’emendamento del conservatore Graham Brady, che ha permesso alla May di avere il mandato dei Comuni di riaprire il negoziato con Bruxelles sul backstop nordirlandese – e che ha riaperto la porta agli unicorni.

 

I ribelli vengono da circoscrizioni che hanno votato a favore della Brexit, mentre gli astenuti sono per lo più corbyniani: avrebbero dovuto seguire la linea del partito, che era quella di votare per la Cooper e contro Brady, ma nessuno si aspetta particolari punizioni nei loro confronti, le purghe corbyniane non si attivano mai nei confronti di chi culla l’ambiguità laburista sulla Brexit. Corbyn ha messo a tacere il dibattito già nelle discussioni ai Comuni, impedendo a una sua collega, Angela Smith, di parlare – la parlamentare voleva intervenire con una domanda semplice, che Brexit vorresti, tu leader del Labour?, e ieri ha scritto sul Times un articolo dal titolo: quello che avrei voluto chiedere.

 

Ancora ieri, nel Question Time con la May, Corbyn è riuscito a fare due battute che hanno riscaldato l’aula ma sui dettagli, sulle proposte alternative della premier – che già sono state scartate in passato perché inapplicabili – non è mai stato sufficientemente preciso né efficace. Buona parte dello strazio della Brexit è, secondo gli analisti, stata generata da questi inutili scambi tra il governo e l’opposizione, e se è vero che il governo ha costruito la sua proposta sulla base di finzioni o illusioni, è altrettanto vero che non ha mai incontrato molti ostacoli da parte di Corbyn, che ha come la May inquadrato la questione Brexit in una lotta di potere e di controllo di partito. Ieri Corbyn ha infine deciso di incontrare la May, dopo averlo escluso fino a ora, ma per spiegare i temi della discussione molti si sono limitati a utilizzare l’emoji dell’unicorno.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi