Per la Libia c'è solo una foto ricordo (già vista) e i rischi sono aumentati

Daniele Raineri

A Tripoli le milizie si chiedono quanto possono osare ora, visto che l’alleato italiano di Serraj pare tanto debole. I turchi sbattono la porta

New York. La Conferenza di Palermo organizzata dal governo gialloverde per stabilizzare la Libia è stata un fallimento e adesso conviene chiedersi se non abbia messo in pericolo ancora di più – e non di meno – la pace, il governo di Tripoli e il suo premier Fayez al Serraj di cui in teoria siamo alleati. Non è una domanda gratuita. In questo momento la capitale della Libia è calma, ma la linea dei combattimenti passa dentro i quartieri meridionali e ormai è arrivata non distante dai palazzi del governo. I battaglioni di golpisti libici equipaggiati con artiglieria e carri armati che vogliono la testa di Serraj sono ancora lì nello stesso posto conquistato dopo gli scontri a singhiozzo che tra fine agosto e metà settembre hanno fatto un centinaio di morti (fino al 2017 il Movimento cinque stelle teneva allegramente i contatti con loro, quando ancora non aveva responsabilità di governo).

  

Studiano la situazione, si chiedono quanta voglia hanno davvero gli sponsor internazionali di Serraj di intervenire – con qualche raid aereo che eliminerebbe i loro carri armati – per salvare il governo. Quello che vedono è che il primo sponsor internazionale, l’Italia, ha organizzato una conferenza e che non è venuto nessuno d’importante e soprattutto non si sono presentati il presidente americano Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin. La Turchia s’è presa il ruolo di protettore militare di Serraj, ma ieri mattina a Palermo la delegazione turca ha sbattuto la porta e se ne è andata perché era stata esclusa da un briefing al mattino (una cosa con pochi precedenti a un meeting di questo livello).

  

Il generale Khalifa Haftar che comanda l’altra metà del paese e che durante gli scontri di Tripoli aveva detto: “Sono pronto a intervenire” osserva anche lui la situazione. E intanto tratta il governo italiano con un atteggiamento umiliante. Ieri mattina ha fatto un’intervista per dire che lui era a Palermo ma non alla conferenza e poco dopo ha disertato i colloqui ed è volato via.

 

 

Chissà cosa pensa il povero Serraj, ostaggio di tutta questa messinscena a cui non può sottrarsi. E però il premier italiano Giuseppe Conte è riuscito a far stringere la mano ai due, Serraj e Haftar, davanti a un fotografo per avere una foto da gettare in pasto ai creduli, visto che non c’è stato nemmeno un documento finale. Peccato che la stessa foto l’avesse già ottenuta il presidente francese Emmanuel Macron nel luglio 2017 a Parigi senza poi ottenere altro (per la cronaca i due si erano già stretti la mano nel 2016). I francesi avevano chiesto a Serraj e Haftar di portare la Libia a elezioni nel dicembre 2018 e invece com’è facile constatare non succederà, anzi, è già tanto se i combattimenti a Tripoli sono fermi. Le photo opportunity non equivalgono a progressi diplomatici. Molti osservatori avvisavano: c’è il rischio che a Palermo al massimo otterremo una foto ricordo. Ed eccola qui.

  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)