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Per la Libia c’è solo una foto ricordo (già vista) e i rischi sono aumentati

A Tripoli le milizie si chiedono quanto possono osare ora, visto che l’alleato italiano di Serraj pare tanto debole. I turchi sbattono la porta

13 Novembre 2018 alle 20:37

Per la Libia c’è solo una foto ricordo (già vista) e i rischi sono aumentati

Serraj e Hafat con Conte alla conferenza di Palermo sulla Libia (foto LaPresse)

New York. La Conferenza di Palermo organizzata dal governo gialloverde per stabilizzare la Libia è stata un fallimento e adesso conviene chiedersi se non abbia messo in pericolo ancora di più – e non di meno – la pace, il governo di Tripoli e il suo premier Fayez al Serraj di cui in teoria siamo alleati. Non è una domanda gratuita. In questo momento la capitale della Libia è calma, ma la linea dei combattimenti passa dentro i quartieri meridionali e ormai è arrivata non distante dai palazzi del governo. I battaglioni di golpisti libici equipaggiati con artiglieria e carri armati che vogliono la testa di Serraj sono ancora lì nello stesso posto conquistato dopo gli scontri a singhiozzo che tra fine agosto e metà settembre hanno fatto un centinaio di morti (fino al 2017 il Movimento cinque stelle teneva allegramente i contatti con loro, quando ancora non aveva responsabilità di governo).

  

Studiano la situazione, si chiedono quanta voglia hanno davvero gli sponsor internazionali di Serraj di intervenire – con qualche raid aereo che eliminerebbe i loro carri armati – per salvare il governo. Quello che vedono è che il primo sponsor internazionale, l’Italia, ha organizzato una conferenza e che non è venuto nessuno d’importante e soprattutto non si sono presentati il presidente americano Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin. La Turchia s’è presa il ruolo di protettore militare di Serraj, ma ieri mattina a Palermo la delegazione turca ha sbattuto la porta e se ne è andata perché era stata esclusa da un briefing al mattino (una cosa con pochi precedenti a un meeting di questo livello).

  

Il generale Khalifa Haftar che comanda l’altra metà del paese e che durante gli scontri di Tripoli aveva detto: “Sono pronto a intervenire” osserva anche lui la situazione. E intanto tratta il governo italiano con un atteggiamento umiliante. Ieri mattina ha fatto un’intervista per dire che lui era a Palermo ma non alla conferenza e poco dopo ha disertato i colloqui ed è volato via.

 

 

Chissà cosa pensa il povero Serraj, ostaggio di tutta questa messinscena a cui non può sottrarsi. E però il premier italiano Giuseppe Conte è riuscito a far stringere la mano ai due, Serraj e Haftar, davanti a un fotografo per avere una foto da gettare in pasto ai creduli, visto che non c’è stato nemmeno un documento finale. Peccato che la stessa foto l’avesse già ottenuta il presidente francese Emmanuel Macron nel luglio 2017 a Parigi senza poi ottenere altro (per la cronaca i due si erano già stretti la mano nel 2016). I francesi avevano chiesto a Serraj e Haftar di portare la Libia a elezioni nel dicembre 2018 e invece com’è facile constatare non succederà, anzi, è già tanto se i combattimenti a Tripoli sono fermi. Le photo opportunity non equivalgono a progressi diplomatici. Molti osservatori avvisavano: c’è il rischio che a Palermo al massimo otterremo una foto ricordo. Ed eccola qui.

Daniele Raineri

Daniele Raineri

Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione.

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Commenti all'articolo

  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    14 Novembre 2018 - 11:11

    Quindi se non si faceva la conferenza sarebbe stato meglio? Averebbero come per magia smesso di spararsi? Posso capire che c'entri l'Egitto, come paese confinante, ma che c'entra la Turchia? Solo perché si dice alleata di una della parti in causa? Neanche ci fosse ancora l'impero ottomano. Il primo ministro russo Medvedev, già presidente, è una persona di secondo piano? Se uno vuol polemizzare qualsiasi appiglio va bene, ma Renzino & company non ci hanno mai neanche provato a mettere in contatto le due fazioni libiche. Può essere che non si sia risolto niente, ma almeno si è fatto un tentativo. O si deve sempre lasciare l'iniziativa, questa sì rivelatasi fallimentare, a frou-frou Macron? Mi pare che i nostri interessi in Libia siano troppo grandi per continuare a far finta di niente

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    14 Novembre 2018 - 00:12

    Ranieri conosce "i problemi sul terreno" e va al sodo. Il rischio c'è, ed è sempre massimo. Però la bolgia "Libia" è stata spinta al proscenio della ribalta mondiale, ONU e Potenze che contano. Può far da deterrente a colpi di mano azzardati ma anche viceversa, un'occasione a conoscere meglio le intenzioni dell'avversario dove tutti sono avversari l'uno all'altro, e poter così decidere meglio una mossa da scacco matto. Speriamo bene. Dice che Conte conti su Padre Pio. Ottima scelta.-

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