Matteo Salvini, in una conferenza stampa congiunta con il vice presidente libico Ahmed Maiteeq (foto LaPresse)

Perché ora urge un commissario per la Libia. Parla Scaroni

Alberto Brambilla

“Dopo avere puntato sul debole Serraj possiamo recuperare con una figura (a tempo pieno) di coordinamento e dialogo”

Roma. Nel gennaio dell’anno scorso Paolo Scaroni, capo dell’Eni per un decennio, e deputy chairman di banca Rothschild, avvertiva che la strategia italiana in Libia sarebbe stata perdente. Ovvero: appoggiare le ambizioni di Fayez al Serraj di unificare un paese storicamente diviso in tre regioni, Cirenaica, Tripolitania e Fezzan, avrebbe portato a un nulla di fatto. La diplomazia di Gheddafi per tenere unita una società tribale, attraverso la redistribuzione delle rendite petrolifere, era in fondo irripetibile. E soprattutto – era il consiglio di Scaroni al governo Gentiloni – non considerare come interlocutore il generale Khalifa Haftar, vero uomo forte con un esercito e solidi appoggi esterni, Francia, Russia ed Egitto, avrebbe comportato una drastica riduzione dell’influenza italiana nell’area contrariamente agli interessi strategici del paese dal quale salpano, in parte, i migranti economici dall’Africa.

 

Purtroppo Scaroni aveva ragione, ora che il giardino di casa dell’Italia soffre una nuova fase di destabilizzazione. “Noi italiani abbiamo contribuito a indicare Serraj come pacificatore della Libia. Non è una scelta che critico – dice ora Scaroni al Foglio – ma di certo non si poteva dimenticare la presenza di Haftar. E’ stato ricevuto a Roma in via informale, non certo da capo dello stato come ha fatto Emmanuel Macron ospitandolo all’Eliseo. Eppure era ed è una presenza rilevante: un generale che ha un suo esercito, appoggiato da egiziani e russi, è riuscito a pacificare la Cirenaica e ha dimostrato di avere capacità di comando. Se volessi bere un caffè in piazza a Bengasi potrei farlo senza problemi, non posso dire lo stesso a Tripoli dove Serraj non controlla la situazione”, dice.

     

La Libia appare come una frastagliata composizione di decine di milizie, alleate soprattutto, ma non esclusivamente, in un paio di coalizioni: la prima attorno al Governo di Unità Nazionale di Serraj, la seconda attorno al feldmaresciallo Haftar e al Parlamento che risiede a Tobruk. Haftar e la Francia sono stati chiamati in causa circa gli ultimi scontri nel paese tra milizie, ma in realtà la posizione del feldmaresciallo appare al momento defilata. Non sembra in linea con il ruolo di referente per la pace in Libia né procedere a una ostilità palese contro Serraj. Per Scaroni, criticare la posizione italiana, con il nuovo governo di Lega e Movimento 5 stelle, è “prematuro”. Tuttavia, va da sé, che se per l’esecutivo e il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, le migrazioni dall’Africa sono la priorità non è consigliabile considerare la Libia un dossier marginale. “L’occidente ha sempre incaricato l’Italia di gestire la Libia, ed è logico che per noi debba essere una priorità geopolitica. Per Washington non è lo stesso, è distante. Tocca a noi. Ma la politica estera – aggiunge Scaroni – ha bisogno di continuità: i governi cambiano in fretta, cambiano i ministri, e non è un buon modo per gestire un problema strategico e, soprattutto, una emergenza quale considero quella migratoria. Non possiamo avere decine di migliaia di migranti diretti sulle nostre coste”.

 

Perciò Scaroni immagina che sia arrivato il momento di nominare un “commissario straordinario” per la Libia, figura con “ruolo di coordinamento tra tutti i ministeri, Interno, Esteri, Difesa e i servizi segreti con il compito di dialogare con tutti compresi i nostri alleati e che metta la testa sulla Libia 24 ore su 24 a tempo pieno”. Scaroni ne discusse nel 2013 con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il quale accolse l’idea ma la ritenne di difficile realizzazione perché avrebbe comportato gelosie tra organi dello stato in termini di perdita di autorità di uno o dell’altro. “Dovrebbe essere una figura terza scelta dal governo in accordo con l’opposizione che cerchi in tutti i modi il dialogo con tutti gli attori sul campo”. Chissà se questa volta il consiglio verrà ascoltato. Scaroni ha avuto ragione una volta, forse non vorrebbe avere ancora ragione, se le cose dovessero andare male.

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  • Alberto Brambilla
  • Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.