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Perché la Libia rinfocola gli attriti diplomatici tra Italia e Francia

Baruffe transalpine oltre confine. Se i conflitti sui mega giacimenti in Fezzan rafforzano Haftar e indeboliscono al Serraj

9 Febbraio 2019 alle 06:01

Perché la Libia rinfocola gli attriti diplomatici tra Italia e Francia

Una raffineria nella città di Ras Lanuf, in Libia. Foto LaPresse

Roma. I combattimenti attorno al più grande giacimento petrolifero in Libia, in corso da mercoledì, possono sia complicare i piani della Organizzazione delle nazioni unite per arrivare a una conferenza nazionale, e giungere a elezioni parlamentari o presidenziali, sia esacerbare i recenti attriti diplomatici tra Italia e Francia che appoggiano opposte fazioni.

    

Il campo petrolifero di Al-Sharara a 700 chilometri a sud di Tripoli nella regione del Fezzan e con una produzione pari a un terzo di quella nazionale è il campo di battaglia tra le forze militari del governo riconosciuto dalle Nazioni unite del primo ministro Fayez al Serraj e quelle del sedicente esercito nazionale libico comandato del feldmaresciallo Khalifa Haftar. Da una settimana le milizie fedeli ad Haftar si sono riversate nella caotica regione meridionale del Fezzan per assicurarsi le infrastrutture energetiche. Se l’operazione andasse a buon fine Haftar avrebbe sotto il suo controllo la maggior parte dei giacimenti petroliferi libici perché l’Esercito nazionale libico già controlla i principali terminali nella parte orientale del paese.

  

Il campo Sharara è operato da una joint venture tra la compagnia di stato libica National oil corporation (Noc) e quattro società Repsol (Spagna), Total (Francia), Omv (Austria) e Equinor (Norvegia). La Noc ieri ha esortato le parti “evitare il conflitto e la politicizzazione delle infrastrutture chiave – aggiungendo in una nota del presidente Mustafa Sanalla che – Qualsiasi danno al campo potrebbe avere gravi conseguenze per il settore, l’ambiente e l’economia nazionale. Ovviamente, le normali operazioni non possono essere riavviate fino a quando non viene ripristinata la sicurezza”. Il conflitto può estendersi più a sud e interessare il giacimento di El Feel o Elephant gestito dalla società Mellitah Oil and Gas, una joint-venture paritetica tra l’italiana Eni e la libica Noc.

   

Se Haftar riuscisse a prendere il controllo dei pozzi avrebbe a sua disposizione la maggiore parte della produzione di petrolio libica e il controllo di infrastrutture strategiche. Tuttavia non è detto che sia in grado di riprendere la produzione ai ritmi precedenti i conflitti militari con il risultato di mettere ulteriormente in crisi l’economia nazionale. L’escalation militare nel sud del paese mette in discussione il processo verso una consultazione elettorale e i rapporti tra Italia e Francia, che sono arrivati al punto più basso dopo la Seconda guerra mondiale dopo il richiamo dell’ambasciatore francese a Roma giovedì perché il M5s ha dato appoggio al movimento dei “gilet gialli” ostile al presidente Emmanuel Macron.

    

Haftar, un tempo uomo forte di Gheddafi, è sostenuto dalla Russia, dall’Egitto, dagli Emirati arabi uniti e dalla Francia. Nel 2017 Haftar, in pericolo di vita, era stato curato da una emorragia cerebrale all’ospedale Val-de-Grace di Parigi. Al Serraj è invece sostenuto dall’Italia e dalle Nazioni unite, ma a metà gennaio è stato sfiduciato dai suoi vice che non lo ritengono in grado di gestire la sicurezza del paese né la transizione politica. Una crisi interna al governo di unità nazionale che sarebbe poi rientrata.

    

Gli interessi francesi e italiani sono in conflitto. La Francia sosteneva la necessità di elezioni democratiche rapide, che in precedenza si dovevano tenere entro fine 2018, con l’obiettivo di insidiare il governo di unità nazionale di al Serraj. L’Italia è in disaccordo con i francesi e sostiene che le condizioni di instabilità nel paese rendono troppo incerto il normale svolgimento di consultazioni elettorali. Con l’assalto alle arterie petrolifere libiche è probabile che non si arrivi a una discussione su un futuro assetto democratico della Libia e che l’escalation porti a un tentativo di consolidamento del potere di Haftar indebolendo l’avversario al Serraj.

Alberto Brambilla

Alberto Brambilla

Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.

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Commenti all'articolo

  • joepelikan

    09 Febbraio 2019 - 19:07

    Una bella bombardata alle forze di Haftar non sarebbe una cattiva idea

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