Laici ma letali

Daniele Raineri

Dopo anni di orrori jihadisti avevamo dimenticato che la politica mediorientale può essere molto brutale. Da Regeni a Khashoggi, quando gli apparati di sicurezza mediorientali sono zelanti a trucidare persone

New York. Dopo quattro anni di Califfato annunciato ai fedeli nella moschea grande di Mosul in Iraq e dopo decenni di terrorismo islamista da Tel Aviv a New York a Beslan e dopo mille annunci di guerra santa filmati e messi in circolazione su internet, abbiamo perso di vista una verità dolorosa. L’eliminazione fisica dei dissidenti e il terrorismo contro gli oppositori sono uno strumento molto usato anche da governi e organizzazioni del medio oriente che possiamo definire “laiche”, non nel senso di “non religiose” ma nel senso che non pretendono di agire in nome di Dio o della Umma musulmana. E molto spesso ci vanno di mezzo degli innocenti, anche se non c’entra il jihad. Abbiamo dimenticato le campagne di sterminio ordinate dal partito Baath in Siria e in Iraq e i suoi infiniti collegamenti con gruppi terroristici. Abbiamo dimenticato che molto prima che arrivassero i fanatici di Hamas furono i palestinesi di Settembre nero ad attaccare il team di atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco nel 1972 e agirono per brutale ideologia politica, non per fede religiosa, e infatti il gruppo terroristico tedesco di estrema sinistra Rote Armee Fraktion salutò subito l’operazione come un’operazione “anti imperialista”. Abbiamo dimenticato che anche governi, o pezzi di governi come vuole l’interpretazione più caritatevole, con i quali abbiamo enormi rapporti commerciali e condividiamo interessi strategici possono comportarsi come una banda di sequestratori di Raqqa per raggiungere i loro scopi.

 

E’ una lezione che ieri ci è stata ricordata dal più improbabile degli oratori, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che a una riunione in Parlamento del suo partito Akp – costola del Fratelli musulmani – ha parlato per la prima volta in modo dettagliato dell’assassinio dell’editorialista saudita Jamal Khashoggi. Erdogan aveva annunciato due giorni prima che avrebbe esposto “la nuda verità” e c’era molta attesa per il suo discorso ma, va detto subito, non ha dato il colpo di grazia al governo saudita. Non è arrivato con in mano l’ormai famoso audio dell’uccisione di Khashoggi intercettato dai servizi segreti turchi che, se diffuso, avrebbe un impatto clamoroso sull’opinione pubblica del mondo e che potrebbe essere la morte politica del principe erede al trono Mohammed bin Salman. Si vede che vuole prolungare l’agonia dei sauditi o forse vuole tenerli sotto controllo a tempo indeterminato. Del resto quelli hanno commesso l’errore madornale di lanciare un’operazione in territorio turco senza però accorgersi che erano sotto sorveglianza (cosa che probabilmente nessuno si azzarderà più a fare per molti anni). Erdogan è il leader politico che ha ordinato una campagna di repressione durissima contro i giornalisti e i dissidenti, ma è anche il leader che nel luglio del 2016 avvertito in tempo dai servizi lasciò la sua casa per le vacanze sulla costa con trenta minuti d’anticipo sulle squadre di golpisti che avrebbero dovuto catturarlo, salì su un aereo e tornò a Istanbul per riprendersi nel giro di una notte il controllo del paese e cominciare una rappresaglia efferata contro i pezzi di apparato infedeli. Sarebbe stato meglio non sfidarlo nel cortile di casa sua.

 

La frase più importante del discorso è stata questa: “E’ chiaro che questo omicidio feroce non è stato improvvisato ma era stato pianificato in anticipo”. E ancora: “Alcune informazioni in possesso della nostra intelligence puntano a un atto assolutamente premeditato”. Feroce e premeditato sono punti chiave, perché spazzano via la versione saudita di un interrogatorio finito male e mettono in chiaro che ci sono prove dirette che riguardano l’uccisione (“feroce”) e che c’è stato un ordine dall’alto. La squadra di quindici sauditi – ha detto il presidente turco – è arrivata a scaglioni a Istanbul per commettere l’omicidio e comprendeva generali, ufficiali di alto livello dell’intelligence ed esperti in dissezionamenti di cadaveri. I sauditi, sempre secondo il resoconto di Erdogan, hanno anche fatto perlustrazioni nelle campagne attorno alla città, a Belgrad e Yalova, in zone dove ora gli investigatori stanno cercando i resti di Khashoggi. E inoltre il giorno prima dell’operazione hanno rimosso l’hard disk che registra le immagini delle telecamere di sorveglianza.

 

“Mettere questo fardello su pochi uomini della sicurezza e dell’intelligence saudita non soddisferebbe noi e nemmeno la comunità internazionale. Saremmo soddisfatti soltanto se tutti, da chi ha dato l’ordine fino a chi l’ha eseguito, saranno chiamati a rispondere”. L’allusione è al principe Bin Salman, che non è mai stato nominato in tutto il discorso. Secondo Soner Cagaptay, un esperto di Turchia sentito dal New York Times, Erdogan “non vuole una rottura con il re saudita (e padre di Bin Salman). Ha sempre mostrato molta deferenza verso il re, che rispetta come custode dei luoghi sacri dell’islam, e ha deciso di separare il re dal figlio e di prendere di mira soltanto il principe erede al trono”.

 

E quindi, anche se siamo traumatizzati dalla serie infinita di stragi compiute in nome di Dio, dalle autobomba, dai dirottamenti, dalle esecuzioni in piazza, dalla schiavitù sessuale imposta a migliaia di yazide, dalle città distrutte, sarà meglio cominciare a prendere di nuovo atto che in medio oriente tutti sono capaci di essere letali. Il principe erede al trono è stato capace di silenziare tutta l’armata di predicatori estremisti che in Arabia Saudita da decenni sfruttava la tolleranza del re. Erano predicatori che a volte finivano in galera ma più spesso erano ignorati anche se dal punto di vista ideologico non erano molto lontani dallo Stato islamico, anzi qualcuno di loro è citato esplicitamente nei libri e nei manuali dello Stato islamico come fonte autorevole. Bin Salman li ha ridotti al silenzio e ha ordinato alcune riforme, come la fine del divieto di guida per le donne, l’accesso universale agli stadi (che prima era riservato soltanto ai maschi) e la riapertura dei cinema, che sono state digerite a fatica anche dagli imam più moderati. Inoltre ha dichiarato che è necessario ritornare all’islam vero che è quello prima della grande distorsione del 1979, quando il re di allora – dopo un attacco alla Mecca da parte di un’armata di fanatici in tutto e per tutto simili allo Stato islamico di oggi – accettò di spingere il regno verso un’interpretazione più rigida dell’islam. Si tratta di passi non da poco, soprattutto se intrapresi dai Saud che com’è noto sono i guardiani dei luoghi più santi dell’islam. Ma se poi, come scopriamo dal Wall Street Journal, lo stesso riformatore autoritario Bin Salman dice all’amico Jared Kushner, genero di Trump, di non capire “tutta l’offesa scatenata in occidente” dalla fine di Khashoggi, allora vuol dire che i pensieri e le azioni sono rimasti gli stessi. “Portatemi la testa di quel cane!”, che è la frase che secondo Reuters il braccio destro del principe avrebbe detto in diretta Skype ai sicari chiusi con Khashoggi dentro una stanza del consolato, è una frase da califfo.

 

Un altro volenteroso riformatore dell’islam è il presidente ed ex generale Abdel Fattah al Sisi in Egitto, che possiamo definire laico nel senso che fa prevalere la politica sulla religione e non che non abbia una fede forte. Fu scelto dopotutto per comandare le Forze armate dal leader dei Fratelli musulmani, Mohammed Morsi (che poi ha fatto imprigionare), ha una moglie velata che non lo segue mai nei viaggi internazionali e una figlia che si chiama Inthizar, “vittoria”. Ha domandato all’autorità centrale del paese in fatto di religione, l’università di al Azhar, di studiare un’interpretazione dell’islam che si opponga e sconfigga il letteralismo brutale dello Stato islamico. Ed è considerato un fattore di stabilità per tutta l’area – un funzionario del ministero degli Esteri israeliano lo definì “un miracolo” al Foglio. Al Sisi, come il principe saudita Bin Salman, è beneficiario di accordi militari smisurati con il Pentagono ed è in generale un interlocutore prezioso dell’occidente. Tre ministri italiani, incluso quello del Lavoro Luigi di Maio, nel giro di pochi mesi sono arrivati al Cairo per ribadire i buoni rapporti con lui. Non per questo il suo apparato di sicurezza è meno letale. Sono centinaia gli oppositori spariti nel nulla e si tratta di una stima cauta, al ribasso. Si tratta di persone che spesso non c’entrano nulla con i gruppi religiosi tentati dall’estremismo che allignano in Egitto ma che invece fanno parte di quei movimenti libertari, irriverenti, riformisti che che nel febbraio 2011 guidarono le proteste contro il rais Hosni Mubarak e che poi sono stati smantellati dalla sicurezza dello stato. Il ricercatore Giulio Regeni attirò l’attenzione perché s’interessava di sindacati ed è molto probabilmente per questo che fu sequestrato nel centro della capitale, torturato per una settimana in modo orribile con bruciature di sigaretta su tutto il corpo e mutilazioni, ucciso e poi gettato a lato di una strada. Gli egiziani arrivarono a inscenare uno scontro a fuoco con un gruppo di presunti rapitori pur di scagionare il proprio apparato di sicurezza, ma si scoprì che era tutto finto. O meglio: i cinque presunti rapitori furono ammazzati davvero nello scontro a fuoco, ma non sapevano nulla del sequestro, erano soltanto criminali comuni molto sfortunati che qualcuno voleva far passare per colpevoli della fine di Regeni. A oggi le indagini vanno avanti, ma sbiadiscono sempre di più in un’incertezza che assomiglia all’impunità totale. Eppure due mesi dopo l’assassinio, quando il Consiglio comunale di Torino approvò una mozione simbolica per “chiedere la verità sul caso Regeni”, il gruppo della Lega si rifiutò di votare e uscì dall’aula con questa motivazione: “L’Egitto di Al Sisi è l’unico baluardo laico contro l’avanzata del Califfato in tutto il nord Africa. C’è il rischio di avere un intero continente islamizzato”. Come se ottenere una ricostruzione veritiera e responsabile della morte di un cittadino italiano all’estero e come se ottenere la testa – simbolica – di un paio di generali della sicurezza egiziana fosse un colpo a favore dello Stato islamico e dell’“islamizzazione dell’Africa” (uno si chiede a che pro essere sovranisti italiani se poi una banda di arabi ti può macellare impunemente, no?). Questa è una mentalità da Minotauro, il mostro che secondo la mitologia greca viveva nei sotterranei di Creta e ogni anno pretendeva da Atene sette ragazzini e sette ragazzine da mangiare. Il baluardo laico non tollera critiche.

 

Il re di questo schema è il presidente siriano Bashar el Assad, l’alawita che festeggia Eid al fath con i sunniti in moschea e il Natale con i cristiani in chiesa. Damasco è un paradiso laico in medio oriente, dove le fedi convivono e le ragazze prendono il sole in bikini e sorseggiano cocktail a bordo delle piscine private. L’atmosfera per chi può permetterselo è rilassata. Qualche tempo fa si è venuto a sapere che c’erano state reprimende da parte del comando militare a Teheran per gli ufficiali iraniani in servizio nella capitale siriana che si erano fatti cogliere a ballare in alcuni club dove, diciamo, i valori della rivoluzione khomeinista non permeavano l’ambiente. Alcuni settori della Chiesa locale atterriti dai gruppi islamisti sono molto attaccati al regime. Quando qualche mese fa una giornalista italiana di Avvenire ha scritto un reportage poco lusinghiero con il governo in cui raccontava le condizioni molto dure della Siria ha ricevuto le proteste delle suore che l’avevano ospitata: “Ci hai tradito!”. C’è stato un periodo, attorno al 2010, in cui il giovane Assad educato a Londra era considerato un possibile riformista. Cenava nel miglior ristorante di Damasco con il senatore americano a capo della commissione Esteri di allora, il democratico John Kerry, si vantava di poter guidare da solo per tutto il paese. Meno di dieci anni dopo, Assad è diventato l’uomo simbolo della peggiore repressione politico-militare del mondo arabo. Nel 2011, prima che scoppiasse la guerra civile, le sue forze di sicurezza hanno arrestato e ucciso migliaia di manifestanti che erano scesi civilmente nelle strade e nelle piazze per avanzare richieste che non c’entrano nulla con l’islamizzazione. Chiedevano un sistema multipartitico al posto del monopartito Baath. Avete mai sentito lo Stato islamico chiedere un “sistema partitico”? Soltanto l’idea è blasfema e va punita con la morte. I manifestanti siriani chiedevano libertà di espressione e di stampa. Avete mai sentito lo Stato islamico chiedere libertà di stampa? Di nuovo, è un’idea bizzarra da punire con la morte. Come spesso succede, nel mondo arabo questi baluardi “laici” contro i gruppi islamisti hanno molte chance di eliminare anche qualsiasi opposizione civile senza troppe rimostranze. Schiacciate quelle grandi manifestazioni nel giro di un’estate, la Siria è precipitata in una guerra senza fine tra gruppi islamisti e milizie.

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  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)