Jeremy Corbyn, leader del partito laburista (foto LaPresse)

Che fine hanno fatto gli euroscettici di sinistra? Rimpianti di un antieuropeista

Redazione
Da Corbyn a Varoufakis, sullo Spectator Brendan O’Neill racconta perché un tempo la sinistra era diffidente nei confronti di Bruxelles e oggi invece non osa mettere in dubbio il dogma europeista

“Il dietrofront imbarazzato di Jeremy Corbyn sull’Unione europea – un tempo era per il leave, adesso vuole rimanere – è diventato motivo di scherno per gli euroscettici e un segnale di speranza per gli eurofili. Per la lobby anti Ue, il fatto che Corbyn nel referendum del 1975 votò contro la permanenza nel mercato comune e contro i trattati europei da parlamentare e che ora chiede a tutti di votare per restare mostra la sua assenza di personalità. Per i fan di Bruxelles è una conferma che anche il più acceso odiatore dell’Ue può vedere la luce. Il ‘figliol prodigo’ – così è stato definito dal Guardian – può essere un buono strumento per far oscillare il voto dalla propria parte. Ma al netto delle battute sullo spostamento tettonico di Corbyn, non dobbiamo perdere di vista il quadro più ampio, che è quello della strana morte dell’euroscetticismo di sinistra”. Brendan O’Neill, columnist dello Spectator e direttore della rivista libertaria Spiked, racconta che in tutta Europa c’è una specie in via d’estinzione: l’euroscettico di sinistra. Un tempo, scrive O’Neill, la preoccupazione nei confronti dell’Unione europea era molto più viva a destra di quanto non lo fosse a sinistra. Oggi è il contrario, e l’autore, euroscettico convinto, fa l’autopsia di un alleato mancato.

 

“Non è solo Corbyn che ha fatto una giravolta di 180 gradi passando dal considerare l’Europa un monolite che soffoca la democrazia da cui bisognerebbe stare alla larga di un milione di miglia al dire: ‘Che diamine, stiamo dentro, sono sicuro che la faremo funzionare’”. Un tempo, scrive O’Neill, Corbyn denunciava i “gravi abusi dei diritti umani e delle risorse naturali” dell’Unione europea. Un altro eroe dei corbynisti, Tony Benn, aveva una linea anti Ue, e un paio d’anni prima di morire tenne un discorso alla Oxford Union in cui sosteneva che le istituzioni dell’Unione europea indebolivano la democrazia parlamentare. “Nel 1983 il Labour divenne l’unico partito (eccezion fatta per l’Ukip) ad avere l’uscita dall’Europa nel suo manifesto”, continua il columnist dello Spectator. “So che quel manifesto fu ‘la più lunga lettera di suicidio della storia’, ma quanti tra noi sono euroscettici potranno dire che l’uscita dall’Ecc era l’unica proposta sensata”.

 

“Lo strano tentativo della sinistra di ingraziarsi un’istituzione contro cui un tempo manifestava è testimoniato perfettamente dalla figura di Yanis Varoufakis. Stiamo parlando dell’uomo che ha contribuito a governare la Grecia nel momento in cui l’Ue minacciava il paese con imperioso disprezzo, ricattando i suoi leader eletti di scavalcare le scelte stupide del popolo e costringere Atene all’austerità. Ma nonostante questo cosa ha detto Varoufakis agli esponenti della sinistra britannica delle ultime settimane? Che dovrebbero rimanere in Europa. L’Ue può essere ‘vergognosa’ e ‘un casino in fase di disintegrazione’, ma dovremmo rimanerci dentro, dice. Cosa succede a questa gente? Di solito odio l’uso del termine ‘sindrome’ per spiegare il comportamento politico delle persone, ma sembra proprio che Varoufakis sia affetto dalla sindrome della moglie picchiata. ‘Ci trattano da schifo, ma restiamo’”.

 


Yanis Varoufakis, ex ministro delle Finanze nel primo governo Tsipras (foto LaPresse)


 

O’Neill sostiene che questa sindrome sia dovuta ad alcuni fattori. La prima è la politica della paura. Gli uomini di sinistra, “solitari e dispersi”, ormai hanno paura di suscitare le emozioni del popolo, e cercano disperatamente di evitare ogni tipo di controversia politica o istituzionale, “così si rivolgono a Bruxelles, vedendovi quel collante politico in un continente che altrimenti potrebbe abbandonarsi al conflitto, al pregiudizio e alla stupidità”. Poi c’è il fatto che essere pro Ue è spesso considerata una posizione a cui nemmeno pensare, un modo per mostrare che si è Buoni e Cosmopoliti. “E’ come indossare un fiocco”, dice O’Neill, che pure prosegue la sua column con considerazioni ancora più pessimistiche. O’Neill sostiene che l’Unione europea è un’istituzione profondamente antidemocratica, ed è convinto che molti esponenti della sinistra siano d’accordo con lui, ma che dicano: “Sì, fa tutto schifo, ma l’Europa è comunque una buona idea”. Mentre l’ansia per il referendum sulla Brexit raggiunge i massimi, O’Neill rimpiange l’euroscetticismo ormai evaporato della sinistra. In quel versante politico gli anti Eu non hanno quasi più alleati, e anche a destra il premier inglese Cameron, favorevole allo “stay”, muove i suoi pezzi. Un Corbyn o un Varoufakis vecchia maniera avrebbero fatto comodo al “leave”.