Ora l'Italia deve essere all'altezza del Recovery fund: con le riforme

Maria C. Cipolla

Sistema fiscale, occupazione femminile, formazione, investimenti, tecnologia e giustizia. Tutto ciò che dovremmo migliorare

Milano. L’Ue ha risposto all’appuntamento con la storia e ora tocca all’Italia dimostrarsi all’altezza. Mostrare di sapere utilizzare le risorse che il Recovery fund mette a disposizione, in particolare i 560 miliardi di euro dello “strumento per la ripresa e la resilienza” che il commissario agli affari economici Paolo Gentiloni e il vicepresidente Valdis Dombrovskis hanno presentato ieri a Bruxelles. L’Italia potrebbe esserne il primo beneficiario a patto di rispettare il piano di riforme che è chiamata a redigere e a presentare per l’autunno. Gli investimenti devono rientrare negli obiettivi europei e rispettare gli impegni, pena la perdita della tranche del prestito. Gentiloni ha sottolineato più volte che il processo si basa sulla cooperazione tra Bruxelles e le capitali. E quando gli è stato chiesto di commentare la proposta del ministro degli Esteri Luigi Di Maio che ha promesso di tagliare l’Irap, si è limitato a dire che concentrarsi su una sola misura è prematuro. Del resto, appena 9 giorni fa, Bruxelles ha suggerito un ampio ventaglio di interventi per l’Italia. Sul fisco è almeno dal 2012 che ci viene raccomandato di spostare le imposte da lavoro e imprese a immobili e consumi. Soprattutto, viene chiesto da anni un intervento per ridurre i disincentivi fiscali al lavoro della seconda fonte di reddito famigliare. Detto in altri termini, serve favorire l’occupazione femminile, drammaticamente bassa rispetto ai partner europei, e disincentivata da scarse misure per pari opportunità e cura per l’infanzia. L’Ue chiede anche un piano strategico sulla sanità, dando priorità a “a rimuovere gli impedimenti alla formazione, all’assunzione e al mantenimento in servizio del personale sanitario”, come quegli specializzandi che manifestano perché mancano borse di studio. Serve ampliare il sostegno al reddito, soprattutto per gli atipici, ma anche riformare un sistema di centri per l’impiego che non funziona, con una capacità di collocamento “modesta” che varia notevolmente da regione a regione, e un tasso di partecipazione alla formazione professionale “preoccupante”. Sulla scuola, diagnosi simile: l’abbandono scolastico è oltre 3 punti percentuali sopra la media e abbiamo troppi pochi universitari, specie in scienze e ingegneria.

 

Dobbiamo varare un piano per la riconversione verde, le infrastrutture, la messa in sicurezza del territorio e la digitalizzazione. Il piano banda larga è in grave ritardo, quando dovrebbe essere una priorità. Le aziende non fanno formazione e sono poche le amministrazioni che lavorano con i cittadini per via elettronica. Nelle nostre condizioni di bilancio – l’Ue stima pil a -5,6 per cento e debito al 153,6 nel 2021 – bisogna restare prudenti nel medio termine – vedi Alitalia e sperperi accessori – e non abbandonare “procedure efficienti di aggiudicazione” degli appalti: si può essere tempestivi, mantenendo una forma di monitoraggio sul rischio corruzione. Ma tutte queste misure, dicono da Bruxelles, dal sostegno alla liquidità alle prestazioni sociali e agli investimenti “potrebbero non essere efficaci se ostacolate da impedimenti nel settore pubblico”. Il rischio, e lo stiamo vedendo con i decreti varati finora, è il collo di bottiglia. Le carenze sono sempre le solite: “Lunghezza delle procedure”, in particolare nella giustizia civile e negli appelli del processo penale, basso livello di digitalizzazione e “scarsa capacità amministrativa”. Ecco la prova storica: dimostrare che all’Italia non serve il vincolo esterno di Carli per essere all’altezza della sovranità che tanto viene reclamata.